La ribellione contro la tirannia della Ragione

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In questi giorni immediatamente successivi alle presidenziali USA, siamo tutti stati sommersi da due ondate distinte e speculari di articoli, post, servizi e approfondimenti televisivi: una degli increduli e ribelli, di coloro che non si capacitano della scelta dell’elettorato americano, o che comunque la trovano inaccettabile; la seconda, di tutti coloro che sanno e ci dicono “ora vi spiego io perché”.

Io vorrei invece cogliere questo evento bene o male storico come sintomo di un fenomeno più ampio: la crescente impopolarità della razionalità. Delle difficoltà dell’approccio razionale applicato ai temi della politica e dell’analisi sociale ha già parlato tempo fa Bezzicante in un post dall’eloquente titolo Cartesio non abita più qui, quando ha osservato che la ragione cerca di applicare la logica a una società di persone, che non sono macchine logiche e non sono governabili con leggi deterministiche come atomi ed elettroni.

La situazione però è più seria: quello a cui assistiamo non è semplicemente l’effetto delle “normali” limitazioni della razionalità; piuttosto osserviamo il diffondersi di comportamenti ostili alla razionalità. Si tratta di un fenomeno ad ampio spettro, che va dalla politica all’economia, dalla medicina alla normale convivenza sociale: sempre più persone rifiutano deliberatamente la razionalità e la logica come guide, anche laddove queste sembrano puntare in una direzione molto chiara. Se la medicina moderna ha dimostrato di aver allungato di decenni l’aspettativa di vita, si diffondono pseudoterapie senza fondamento scientifico; se le vaccinazioni sono universalmente considerate il modo più sicuro ed economico di affrontare malattie anche pericolose, si dà credito a teorie dimostratamente truffaldine che attribuiscono loro effetti perniciosi; se il consensus degli esperti è che l’economia britannica è fiorente grazie alla sua capacità di attrarre i migliori giovani europei, si vota per la Brexit; se un’analisi razionale del suo curriculum squalifica Donald Trump, lo si elegge alla più alta carica politica del mondo; eccetera. Il punto non è tanto la naturale possibilità di fare valutazioni diverse, o di avere diverse priorità (come sarebbe per chi abbia votato Trump dopo aver fatto un’analisi rischi-benefici con risultati diversi da quelli della maggioranza dei commentatori): semplicemente, gli argomenti razionali sono largamente diventati irricevibili.

I motivi possono essere molti, ma qui vorrei attirare l’attenzione su uno di essi in particolare, che ha la sua radice nel cuore stesso della Ragione. Come scriveva Bezzicante nel post che ho citato, l’assunto del metodo razionale è “Esiste una verità; col metodo rigoroso tutti la vedranno, quella medesima verità”. Ebbene, il problema non è tanto che la verità non sia una, perché è chiaro che anche se lo fosse i nostri sforzi per comprenderla resterebbero fallibili; il problema è che la Ragione propone un metodo per ricercarla che possa essere compreso e applicato allo stesso modo da tutti, sia pure magari da punti di osservazione diversi. Questa è la forza della Ragione, ciò che teoricamente la rende universale, secondo le ambizioni illuministe, e che dovrebbe consentire a tutti di accettarla.

Eppure, nel mondo di oggi questa caratteristica è diventata una debolezza. Nell’era dell’individuo, l’universalità della Ragione è divenuta piuttosto un mal digerito elemento di spersonalizzazione. Se io prendo una decisione sulla base di un ragionamento razionale, la sentirò davvero una mia decisione? Se chiunque, al mio posto, potrebbe ripercorrere lo stesso ragionamento logico e arrivare alla stessa conclusione, cosa c’è di mio nell’atto che a quella decisione consegue? Se il mio voto politico è quello che darebbe un generico agente razionale a patto di conoscere la mia situazione e i miei interessi, quanto sentirò mia la parte politica che dovrei razionalmente votare?
A questo, si aggiunga che la Ragione, che ambiva al massimo della democrazia, si trova oggi alle prese con la Complessità; sono poche le scelte di una qualche importanza che non richiedano teoricamente di prendere in considerazione un’infinità di dati, di applicare sofisticate tecniche di analisi, di aggiornarsi costantemente sulle nuove evidenze che emergono sull’argomento, qualsiasi esso sia. La Ragione, insomma, è oggi impotente a meno di non ricorrere agli Esperti, coloro che per studi e capacità specifici sono in grado di comprendere i dati, utilizzare le tecniche, conoscere le novità. Gli Esperti sono l’incarnazione della Ragione, ma sono anche uomini come gli altri, e io, uomo comune, potrei diffidare di loro: la democrazia della Ragione non è più una democrazia diretta.

Tutto questo accade mentre su tutti i fronti trionfa la personalizzazione della comunicazione. Il secolo delle grandi ideologie di massa si è chiuso: se nell’Ottocento e nel Novecento vigeva il criterio dell’appartenenza a una classe sociale, a una religione, a una corporazione professionale, ed era pacifico che quello che era giusto per “gli operai” fosse giusto per ciascun operaio, oggi vogliamo essere unici, indossiamo scarpe con stampato sopra il nostro logo personale, configuriamo la nostra auto online, viviamo bombardati da messaggi personalizzati. Corrispondentemente, questi messaggi parlano sempre meno alla nostra razionalità e sempre più alla nostra emotività, secondo regole di marketing per cui “non conta il prodotto ma conta l’esperienza”, gli aspetti immateriali ed emotivi del rapporto con un marchio o con un’idea. La logica, le scelte razionali, devono essere estromesse dal processo decisionale, perché un consumatore razionale è l’ultima cosa che un esperto di marketing desidera incontrare; per verificare, provate a chiedervi quando è stata l’ultima volta che vi è stata sottoposta una proposta che facesse appello alla vostra razionalità.

Ecco quindi che io, cittadino di questo mondo del marketing one-to-one, dove lo storytelling prevale su qualunque noiosa argomentazione razionale, non accetto più di essere sollecitato a prendere decisioni logiche. La logica impersonale non gratifica, non crea attaccamento, non fa sentire di avere davvero il potere di decidere, non fa desiderare di costituire gruppi solidali di analisti razionali; anzi, di fronte alla richiesta di scegliere in modo razionale, io uomo di oggi mi sento manipolato, perché devo o documentarmi o affidarmi a un esperto (o entrambe le cose, visto che documentarsi da zero è praticamente impossibile nella maggioranza dei casi). Invece, scegliere contro la logica, contro il parere degli esperti, le evidenze scientifiche, le sentenze della Magistratura, beh, quella sì che è una scelta veramente mia, che sosterrò con vigore e mi farà sentire padrone di me stesso. La Ragione, in ultima analisi, è qualcosa di estraneo alla mia identità: un qualsiasi computer sarà sempre più razionale di me, ma io posso fare qualcosa che un computer non può fare: posso essere illogico. E visto che posso, lo faccio.

Insomma, è in atto la ribellione alla tirannia della Ragione. Quanti, come me, sono suoi fedeli discepoli sono spesso inorriditi di fronte alla palese assurdità del comportamento degli altri; ma è un errore pensare che si tratti semplicemente di un colpo di testa, o peggio ancora di stupidità. Si tratta di una ribellione sistematica e quasi “automatica”, e i suoi effetti toccano tutti. Speriamo di sopravviverle.

One comment

  • Molto interessante il concetto di prevalenza delle narrrazioni che sostituiscono l’analisi dei dati quando questi divengono troppo complessi.
    Di base il cittadino è chiamato da tempo a votare, è chiamato cioè a decidere su una presunta base di fatti e su ricette elaborate su fatti e su valori, ma poichè la vita è già abbastanza faticosa da mettersi anche a scandagliare il reale oltre il mio naso, ecco che per svolgere il suo dovere io elettore cerco un medium, che sia un giornale o un partito, una ”parte” cioè, che sento vicina perlomeno come base valoriale, che mi sintetizzi i fatti e mi indichi se possibile anche le scelte. La ”parte” offre cioè al votante cioè una narrazione, costituita da una collezione di presunti fatti connessi da presunti valori.
    Questo infatti è il medium, il quotidiano come il partito come potrebbe essere un giorno anche questo blog: è il mio ”commercialista” della politica, che mi suggerisce cosa fare, e questa è la sua ”narrazione”: un’intepretazione sempre e comunque ideologica, cioè la trasmissione di un’idea della realtà troppo complessa per il cittadino comune.
    E poichè le idee più trasmissibili ed universali sono quelle senza le 50 e più sfumature di grigio dei fatti in cui vanno calate, le narrazioni dal loro canto tendono sempre ad aggrapparsi ai valori astratti universali, perchè più facili da convogliare, salvo che sia personalmente il cittadino che vota che voglia spulciare i fatti per capire la verità e la portata delle ricette valoriali. Oggi come ieri.
    La capacità quindi delle narrazioni di rispettare i fatti e non scadere nella retorica partigiana più bieca dipende solo dall’esigenza del suo uditorio di cittadini, dalla sua curiosità e dalla sua sete di verità, ma non può prescindere in ogni caso dai valori che permettono la lettura dei fatti.
    Solo che in tempi di grandi incertezze e di grandi cambiamenti, in cui il cittadino cerca di calmare o quantomeno ingannare l’ansia della vita, l’emotività diventa un valore strategico delle narrazioni. Lo è sempre stato: la propaganda nazista giocava su un sentimento di frustrazione identitaria nel calderone di una depressione economica, e d’altronde è stato il senso di orrore fisico dei filmati sull’olocausto e di tanto cinema dopo, ad imprimere l’orrore nazista nella memoria collettiva degli Europei ben più che i racconti e i bollettini statistici.
    L’emotività come valore narrativo d’altronde riempiva la comunicazione durante la Rivoluzione Francese ( e durante le rivoluzioni in generale), mica la Ragione e il ponderato soppesamento dei fatti alimentavano il diattito nel decennio delle ghigliottine prima del Direttorio.
    La realtà è troppo complessa per i cittadini già da secoli, e ogni generazione ha invariabilmente una o più caccie alle streghe, periodi cioè in cui la Ragione appare impotente. Ma poi la Ragione torna. Quando si supera il grande cambiamento, quando si dissipa l’ansia collettiva per le incertezze, l’uomo torna tendenzialmente al centro e rifiuti gli estremi valoriali, e torna all’analisi dei fatti. Quando il suo cuore è calmo.
    E’ che secondo me non esiste mai il parere degli esperti: esistono le narrazioni degli esperti.
    Narrazioni fallaci come quelle degli esperti sondaggsti ed opinionisti statunitensi che non hanno saputo registrare il malessere della pancia dell’America lontano dalle metropoli della costa.
    Narrazioni fallaci di tecnici e statistici , così come l’uso degli indici statistici di disoccupazione della Federal Reserve, che hanno sottotaciuto per anni la realtà di fatto di una popolazione attiva americana al suo minimo dagli anni ’70 e una massa di popolo che dipende oggi sui Food Stamps federali che è ancora il doppio che nel 2007.
    L’eclissi della Ragione è un fenomeno sempre latente nella storia dell’Occidente, e sempre ricorrente. E’ allora che il cittadino va di pancia, vota di pancia e sceglie con la pancia. Un elettore puta caso che, tra una Clinton tecnicamente più preparata e consapevole del bilancio rischi-conseguenze, ma non indipendente (per com’era prezzolata dai donors di Wall Street e da offerte saudite e qataregne non dichiarate), hanno scelto un Trump più scurrile e impreparato, ma che da almeno quindici anni ripete le stesse identiche cose: manca il lavoro, il vostro lavoro, la Cina se l’è rubato, il Messico se l’è rubato, mentre il Paese s’è buttato in guerre inutili, in Iraq e afganistan, e che cominciava le interviste con un mantra immancabile: ”This country is in serious troubles”. Da quindici anni.

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