Due o tre cose che ho capito dopo Masterchef

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Masterchef, come X Factor, Ballando con le stelle e molti programmi di successo della televisione, sono definiti ‘talent’ (QUI una carrellata di quelli più noti) creando confusione nel pubblico. La natura di tale confusione è interessante e meritevole di un piccolo post come questo che si cala nel filone – abbastanza praticato qui su HR – della riflessione sui mass media e i social, e di come questi condizionino in qualche modo il nostro pensiero e il nostro agire.

Senza scomodare grandi filologi e massmediologi registriamo innanzitutto la definizione che di talent show offre il dizionario Garzanti:

genere di spettacolo televisivo per la scoperta di nuovi talenti da lanciare nel mondo dello spettacolo, in cui i concorrenti, specialmente cantanti o ballerini, si affrontano in gare a eliminazione.

Le parole chiave sono ‘spettacolo’ e ‘gara’; è in maniera assolutamente ancillare a questa coppia, e in particolare al primo dei due termini, che si svolge il percorso di ‘scoperta di nuovi talenti’.

Il talent show è la recente evoluzione di generi precedenti che dal varietà (buonista, generalista…), passando per i reality (finte rappresentazioni del vero in cui si agitano finte persone normali) e con debiti verso il talk show (l’uso retorico della parola), mette in scena l’esibizione di una capacità, di una qualità artistica o, nel caso di Masterchef, culinaria, di neofiti, giovani (non sempre) talenti misconosciuti, speranzosi di un riconoscimento pubblico e quindi dell’inevitabile lancio nel mondo di coloro che ce l’hanno fatta, dei grandi cantanti, dei grandi cuochi, dei grandi qualunque cosa (QUI un approfondimento sui diversi generi televisivi). Che sia tutto abbastanza falso non viene colto dai partecipanti, che hanno motivi per sperare in un’affermazione, e specialmente non viene sempre colto dal pubblico, oppure – il che è lo stesso – viene blandamente colto senza attribuirvi particolare importanza.

Lo scopo del talent non coincide affatto con le finalità dei concorrenti né con i desideri del pubblico. Una gara canora, pensiamo al Festival di Sanremo, è già ampiamente tirata per i capelli quando dura 3 o 4 sere; figuratevi un talent che dura una decina di puntate. I talent propongono formule di eliminazione dei concorrenti molto lente e diluite nel tempo perché il loro scopo è veicolare pubblicità, sia negli intervalli dedicati sia come inserti dentro il programma (per esempio tutti i prodotti gastronomici utilizzati in Masterchef sono sponsorizzati); ma per durare il programma non deve annoiare, deve catturare e fidelizzare il pubblico, creare dibattito sui social, costituire truppe di fan dell’uno o dell’altro concorrente e così via. Lo scopo del network è catturare il pubblico, avere ottimi ascolti e vendere a caro prezzo le inserzioni pubblicitarie. Lo scopo del network è – ovviamente – il profitto legato agli ascolti. Immaginatevi Masterchef come lunga sequenza di attività di cucina: pelare e bollire patate, sfilettare pesci, triturare verdure… una noia mortale. Il sapiente montaggio (a mio avviso un piccolo capolavoro) di Masterchef propone invece pochissime scene di vera cucina e moltissimi commenti di giudici e concorrenti. Lo show non è l’attività di cucina ma la massa di commenti attorno a tale attività e, più ancora, attorno alle relazioni fra concorrenti. Con un’evoluzione da stagione a stagione, il focus sulle relazioni fra concorrenti e, più in particolare, sulla loro degenerazione, diventa sempre più centrale. Per esempio in questa stagione di Masterchef abbiamo scoperto della crescente antipatia fra Alida, spalleggiata da Erica, nei riguardi di Lucia (e, in misura minore, altri). Delle ragioni di tale antipatia poco si sa: litigi dietro le quinte che non sono mostrati nel montaggio finale dello show? Rivalità durante la gara che non vengono colte dalle telecamere? Nulla si sa, salvo sottolineare con dichiarazioni sempre più frequenti e focalizzate che ad Alida assolutamente sta antipatica Lucia, che fa e farà di tutto per metterla in difficoltà, che non vede l’ora che scompaia dal programma. Regia e montaggio sono concentrati su questo. Poco importa cosa si stia cucinando, l’importante è che Lucia sbagli e si possa ritagliare una dichiarazione impudente dell’altra o, viceversa, che Lucia non sbagli e se ne possa ritagliare una sua di senso opposto. Analoghe schermaglie fra altri concorrenti. Non se ne conoscono le ragioni e non importano le ragioni. Lo spettacolo è la schermaglia, la zuffa, la dichiarazione impudente. Di Alida non si apprezza più, a un certo punto, l’abilità in cucina ma ci si concentra su quella che diventa, con evidenza, la sua grande antipatia. Ma cosa ti ha fatto Lucia? Ma perché ti sbilanci in dichiarazioni pubbliche così ostili e antipatiche? L’antipatia del personaggio è diventato il vero spettacolo; lo spettatore viene portato a simpatizzare con la povera Lucia (che a sua volta non sarebbe stata esattamente una campionessa di simpatia, se non fosse diventata una vittima), con Maradona (uno dei concorrenti), con coloro che – peraltro bravini – sono oggetto degli strali degli antipatici: Alida innanzitutto, poi Erica, che nello spettacolo fa la parte della spalla della prima, di sua amica del cuore, un po’ ancella… (che nella prova finale poi vince lasciando di sale quella che era ritenuta la vincitrice designata…).

Leggo su La Stampa l’articolo di Federico Ferrero, già vincitore due anni fa di Masterchef. Scrive cose intelligenti sull’involuzione dello show e sul fatto che la pagina Facebook di Alida sia stata bersagliata da migliaia di insulti feroci. Scrive Ferrero:

Sulla pagina pubblica di Erica Liverani, finalista e vincitrice annunciata dal web della prossima edizione di MasterChef Italia, gli insulti sono stati migliaia, con minacce di morte a lei e alla sua famiglia. La ragazza, poco preparata all’improvvisa notorietà e per nulla adeguatamente consigliata dallo staff del programma, è arrivata a pubblicare un avviso di denuncia urbi et orbi verso chiunque non si fosse attenuto alla morigeratezza digitale. […] il casting ha voluto spingere eccessivamente sulla caratterizzazione dei personaggi, a scapito della genuinità della passione e della competenza in cucina. E il pubblico, educato da cinque anni di puntuali giudizi sui piatti, si è sentito tradito e ha delegittimato pure i giudici, un tempo intoccabili eroi del format.

Chi ha visto il programma non solo non può concordare, ma avrà notato una più asfissiante regia e comportamenti dei giudici chiaramente eterodiretti. Non oso mettere in dubbio i giudizi di Cracco & Friends sul merito culinario dei vari concorrenti, ma è molto evidente che regole flessibili e variabili sull’eliminazione o meno dei partecipanti, l’insistenza dei giudici nel sollecitare pareri e giudizi personali a certuni e non ad altri, i ritmi e l’elaborata sceneggiatura esaltata dal sapiente montaggio, tutto insomma depone a favore dello show e assai meno del talent. Molto diverso il caso di programmi in cui c’è partecipazione del pubblico: X Factor, per esempio, è un esempio di tutto quanto già detto con partecipazione diretta dei supporter dei vari cantanti, un fattore che non introduce alcun elemento “democratico” ma semplicemente un ulteriore accompagnamento al marketing.

Non credo di avere proposto considerazioni stravaganti e che non fossero in qualche modo già presenti nei lettori. Ma la parte più importante è la conclusione che viene ora: ci può interessare poco e niente Masterchef, sia chiaro, ma se viviamo nel mondo probabilmente abbiamo un televisore e guardiamo qualcosa: i talk show, i film… voi cosa guardate? Ebbene per motivi che ho in parte spiegato altrove la televisione propone un unico discorso, un’unica narrazione, anche se passa da un reality a un’inchiesta giornalista a una fiction; il senso prodotto dai diversi network hanno una coerenza, una logica, un senso entro il quale rischiamo di perderci; vediamo pezzi di programma, frammenti di realtà, puntate di fiction, denunce dei talk show, sottopancia di telegiornali, eccetera eccetera; una ratatouille di sollecitazioni, messaggi, idee, concetti, proposte che costruiscono, oltre la loro apparente frammentarietà, delle unità di senso che subdolamente ci orientano. Non sarà Masterchef a farci votare per Renzi o per Salvini; non sarà certamente X Factor a farci propendere favorevolmente o meno per i matrimoni gay o per una politica più restrittiva verso i migranti. Il rapporto fra comunicazione massmediale e costruzione dell’opinione pubblica non è così immediato e pavloviano; ma tale rapporto c’è e viene costruito da infinite tessiture di costruzione del consenso, di saldatura di stereotipi, conoscenze tacite, pre-giudizi, di proposta di cornici giustificative a brandelli di realtà che non avrebbero altrimenti collocazione.

I talent illudono, sin dal nome, che sia premiato il merito; confermano l’idea che ci sia del talento inespresso nel popolo e che tale talento debba e possa emergere, accedendo al programma, donando in cambio un pezzettino della propria anima; ed ecco allora che una troppo giovane e inesperta Alida, con l’arroganza tipica della sua età, si trasforma da ciò che è (e che nessuno conoscerà mai) in un’odiosa arrivista, con un vago talento culinario che diamo per certo solo perché certificato da sì nobili e competenti giudici (sui quali si dovrebbe aprire un altro enorme discorso).

Per concludere vorrei dire che non dobbiamo gettare la televisione, così come non dobbiamo evitare i social. Masterchef è un ottimo programma, ottimamente confezionato, e tale rimane finché ci ricordiamo che è una finzione; non è un laboratorio per la scoperta dei talenti della gastronomia italiana, cosiccome X Factor non è una scuola per la prossima formidabile generazione di cantanti. Anche se alcuni concorrenti dei vari talent hanno successivamente un qualche successo (solitamente mediocre e marginale, raramente importante) sono tantissimi quelli scomparsi nell’oblio dal giorno dopo. Guardiamo pure la televisione, ma con l’occhio critico di comprendere che si tratta di costruzioni di testi che forniscono un senso al mondo, quel senso, artefatto e orientato dal profitto, in cui noi siamo il prodotto.

3 commenti

  • L’ha ribloggato su EVAPORATA®e ha commentato:
    Un bel post ricco di opinioni che condivido pienamente.

  • “Guardiamo pure la televisione, ma con l’occhio critico di comprendere che si tratta di costruzioni di testi che forniscono un senso al mondo, quel senso, artefatto e orientato dal profitto, in cui noi siamo il prodotto.”
    ***

    Parto dalla frase finale (emblematica, secondo me), il “talent” è, dopo il “reality” l’ultima frontiera della tv commerciale, quando anche il talent non avrà più niente da dire (leggi “ascolti) forse qualcuno si inventerà qualcosa d’altro per attirare l’attenzione.
    Finzione per finzione preferisco Montalbano e don Matteo, ossia racconti con l’unico fine esplicito di intrattenere senza doppiezza. Del resto, che nei talent e in altri programmi ci sia doppiezza lo dice lo stesso bezzicante (…tutto insomma depone a favore dello show e assai meno del talent).

    Non ha senso, secondo me, appassionarsi ad un certo tipo di programmi che se guardati con spirito critico rivelano la loro sostanziale nullità (di nuovo bezzicante: I talent illudono, sin dal nome, che sia premiato il merito; confermano l’idea che ci sia del talento inespresso nel popolo e che tale talento debba e possa emergere, accedendo al programma, donando in cambio un pezzettino della propria anima; ed ecco allora che una troppo giovane e inesperta Alida, con l’arroganza tipica della sua età, si trasforma da ciò che è (e che nessuno conoscerà mai) in un’odiosa arrivista, con un vago talento culinario che diamo per certo solo perché certificato da sì nobili e competenti giudici (sui quali si dovrebbe aprire un altro enorme discorso).

    D’accordo, non buttiamo il televisore, ma esercitiamo la facoltà di scelta, anche spegnendolo.

  • grazie per tutti questi spunti di riflessione

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