I politici puliti “fuori” sono anche puliti dentro?

Copertina chiara

Anche quest’anno una delle armi più frequentemente brandite nella campagna elettorale è l’essere puliti, senza conti in sospeso con la giustizia. In passato, quest’arma è stata brandita da un po’ tutti i partiti, prima di essere coinvolti in vicende giudiziarie che presto o tardi hanno toccato anche quelli che si proclamavano innocenti e puri: a partire dai missini ai tempi di mani pulite, fino ai pentastellati odierni, è tutta una teoria di candidati che rivendicano il proprio candore (la parola candidato indicava proprio questo, infatti nella Roma consolare i candidati vestivano la toga bianca).

Nell’attuale campagna elettorale, l’arma del candore giudiziario è usata soprattutto dai partiti e dai candidati più nuovi, che proclamano l’assoluta incensuratezza dei propri candidati, arrivando perfino ad affermare che non sono neppure mai stati indagati per qualsivoglia reato.

Questa affermazione fa pronta presa presso un pubblico privo di strumenti critici, sia perché l’argomento giustizia è troppo tecnico e troppo frequentemente trattato da persone poco competenti, sia perché le vicende giudiziarie delle quali è gravato il principale partito di governo degli ultimi vent’anni, in special modo il suo leader, seguite da altre gravi vicende di molti componenti degli altri partiti, sono talmente enormi e numerose da aver indotto a credere che chiunque frequenti la politica da tempo, abbia per forza qualche scheletro nell’armadio. Ci siamo tutti talmente abituati ad avere politici indagati, processati e condannati, che siamo portati ad ammirare quelli che proclamano la propria estraneità a vicende giudiziarie di ogni genere. Ma un candidato è sicuramente valido per il solo fatto di (dichiarare di) essere giudiziariamente immacolato?

In questo quadro, tutti i non professionisti della politica e i nuovi, cioè non riciclati da altri partiti in decozione, possono vantare una verginità che nessuno può, apparentemente, mettere in dubbio. Troppo facile e ormai ripudiata l’obiezione usata in passato: non avendo ricoperto finora cariche pubbliche, il tale non ha ancora avuto modo di sporcarsi le mani (ma lo farà presto). Dunque il nuovo è sempre pulito, perciò migliore?

Ciò che vantano costoro è facilmente contestabile: verificare dall’esterno la “verginità giudiziaria” di chicchessia è, semplicemente, impossibile. In altri termini, cioè, il candidato può affermare di non avere mai subito condanne e non avere processi in corso (e dire il vero) ma, da un lato, potrebbe anche dichiarare scientemente il falso senza che nessuno lo possa smascherare, dall’altro potrebbe non sapere, in buona o mala fede, di essere soggetto ad indagini. Questa proclamazione è cioè una vanteria della quale una persona seria dovrebbe fare a meno, perché il senso etico e l’eleganza vorrebbero che la “specchiata moralità” non fossero motivo di vanto, ma normale requisito per chi si candida in politica.

La verità dell’affermazione di totale candore rispetto all’argomento giustizia può valere solamente rispetto alle condanne subite e rispetto ai processi per i quali sia già stato chiesto il rinvio o la citazione a giudizio.

Distinguiamo meglio i casi:

Le condanne. Le condanne subite finiscono nel casellario. Il candidato proclama di non averne mai ricevute, esibendo un certificato penale che reca “NULLA”. Dice la verità? Può darsi. Nel certificato penale, infatti, non compaiono le condanne con il beneficio della non menzione (praticamente tutte le prime condanne), le condanne per reati puniti con la sola ammenda, le condanne per contravvenzioni per le quali sia decorso il decennio, le condanne per reati anche non lievi, avute con sentenza di patteggiamento e per le quali sia decorso il termine per ottenerne la cancellazione. Perciò, può benissimo darsi che il candidato con il gentilizio asseritamente immacolato, abbia in effetti qualche vecchia iscrizione che non compare. E noi non lo sapremo mai.

Ovviamente non prendiamo neanche in considerazione i procedimenti archiviati o definiti con sentenza di assoluzione o di proscioglimento: di fronte alla dichiarazione di non essere mai stato neppure indagato diamo per scontato che non vi siano pregressi, neppure favorevoli, a carico di chi dichiara. Infatti vi è chi per anni ha dichiarato di “non avere mai subito condanne”, annoverando a suo favore un cospicuo numero di sentenze di proscioglimento per intervenuta prescrizione.

I processi in corso. Se ho una citazione a giudizio o un rinvio a giudizio (sono quasi la stessa cosa, e significa che il Pubblico Ministero ha chiesto al Giudice di celebrare il processo contro di me), o una condanna in primo grado, questo compare nel certificato dei carichi pendenti. D’altra parte è vero che questo certificato non si ricava da una banca dati nazionale, come per il casellario, ma da ogni singolo ufficio. E a fini elettorali non è necessario produrlo. Inoltre il certificato non contiene mai una serie di iscrizioni per le quali è probabile o addirittura certo che, in caso di condanna definitiva, non ci sia la menzione nel certificato penale. Quindi il candidato può sostenere di non avere carichi pendenti, esibendo un certificato rilasciato dalla Procura del luogo dove ha la residenza che rechi “non risultano carichi pendenti….”. Il processo, però, potrebbe essere in corso in qualunque altro Tribunale: quindi se io sono residente a Pescara e ho un processo in corso a Savona, il collegio elettorale di Vicenza in cui mi candido non lo scoprirà (realisticamente) mai.

Le indagini in corso. Qui dire la verità è solo questione di autentica buona fede, perché chiunque può essere indagato senza saperlo affatto. L’interessato può chiedere di conoscere le iscrizioni comunicabili, ma non tutto gli verrà comunicato (art. 335, c.p.p.): non verrà probabilmente a sapere, infatti, di eventuali indagini in corso per reati molto gravi (c’è un articolo del codice che li elenca) o di indagini in corso che il Pubblico Ministero abbia inteso di segretare. Pertanto, dichiarare di non avere indagini in corso, anche esibendo un’attestazione della Procura (non è mai un certificato, ma di questa distinzione magari parleremo un’altra volta), è una mossa molto rischiosa, che non conviene mai fare perché basta una querela da parte di un “nemico”, anche per una stupidaggine, per essere iscritti (e magari prontamente archiviati, ma questo non varrebbe a confutare l’assunto di partenza).

Morale. Se un candidato dice o no la verità in materia giudiziaria è in larga misura un fatto etico. Il che, in Italia, ha il valore che ha. La domanda è: il valore del candidato si misura sul suo coinvolgimento, presunto, attuale o pregresso, in vicende giudiziarie più o meno gravi? Il candidato che abbia sempre accuratamente schivato le vicende giudiziarie, per avere sapientemente usato delle teste di legno, è migliore di quello che abbia subito una condanna o un processo per fatti magari risalenti, che nulla hanno a che vedere con la sua vita politica? O non varrebbe piuttosto la pena di misurare il valore dei candidati su altre basi?

Contributo scritto per Hic Rhodus da Haleh Adams.
"I've been doing this job for 17 years, honey. Doctors come and go,
but nurses make this place run. We don't get much credit or pay. 
We see a lot of misery, a lot of dying, but we come back every day. 
I've given up being appreciated, but I sure as hell won't let any 
of us be taken for granted"

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