Le parole sono pietre. Ma non è detto che siano chiare

Le parole, in fondo, non servono. Tenersi a lungo per mano, questa era una vera consolazione, perché sono poche le persone che sanno davvero parlare, e ancora meno sono quelle che hanno veramente qualcosa da dire.

Zhang Ailing, La storia del giogo d’oro

In un post precedente ho mostrato come le parole possano ingannare, anche in relazione ai valori dominanti dell’epoca che veicolano determinate parole e concetti. Negli ambiti professionali di cui mi occupo (programmazione e valutazione delle politiche pubbliche) ci sono tantissimi esempi eclatanti di concetti dai significati ambigui e molteplici (|Obiettivo|, |Qualità|, |Partecipazione|, |Indicatore|…) che vengono impiegati comunemente nella costruzione di importanti politiche sociali ed economiche ma che sono oggetto di interpretazione piuttosto diversa (ne ho parlato altrove, e non mi dilungherò).

Qui vorrei proporre le ragioni complesse dell’ambiguità del linguaggio perché le conseguenze di tale ambiguità non riguardano solo ambiti tecnici e professionali, ma la nostra vita quotidiana, e quindi le nostre relazioni, la politica, il giornalismo, l’interpretazione dei fatti quotidiani.

Vorrei riproporre sommariamente alcuni fondamenti teorici (molto in sintesi e senza commenti; i riferimenti bibliografici sono rinvenibili nella Bibliografia generale che trovate in un altro mio “deposito“); questo è quindi un post molto tecnico, diciamo ‘di servizio’, ma non potevo continuare a trattare l’argomento senza una cornice concettuale solida per i più curiosi fra i miei lettori:

  • Non si può non comunicare (Watzlawick, Beavin e Jackson, 1971). Ciò significa molte cose, ma – fra le altre – questa: qualunque cosa si faccia si comunica qualcosa, si promette o minaccia implicitamente, si suscitano reazioni. E significa anche che tutto il contesto, ciascun attore sociale anche solo sfiorato dalla comunicazione, comunica a sua volta.
  • Persone diverse possiedono competenze linguistiche diverse (Bloomfield, 1984; Labov, 1972). Noi ci dibattiamo nell’ansia della standardizzazione linguistica e della validazione scientifica dei nostri strumenti di indagine, ignorando il fatto che ogni singolo individuo ha competenze diverse dovute al livello di istruzione, sesso, età, condizioni ed esperienze professionali, struttura del carattere e così via, e che conseguentemente interpreterà diversamente tali strumenti, il loro uso e le informazioni da essi prodotte.
  • Noi pensiamo (e quindi concepiamo) solo ciò che le parole che possediamo sono in grado di farci esprimere (Luria, 1976; Vygotskij, 1934-1992). Tutti i nostri dati e le nostre informazioni sono raccolti tramite un veicolo linguistico che rinvia non già una descrizione esatta della realtà, ma la concezione di realtà costruita da ciascun individuo in base alle sue possibilità, esperienze, competenze. I nostri “dati” non riguardano mai la “realtà”, ma sempre l’individuo che li ha espressi.
  • Ciò che pensiamo è orientato e organizzato nell’ambito della cultura dominante e dei suoi valori (Denzin, 2001). Quanto sopra è poi da riferire ai condizionamenti culturali dominanti che indirizzano e strutturano i dominii concettuali entro i quali costruiamo i nostri valori (di questo ho sostanzialmente parlato nel post precedente).
  • Le parole, e le regole sintattiche, di una determinata società, influenzano direttamente la sua cultura, e quindi i valori espressi (Whorf, 1956). Indipendentemente dalla cultura e competenze personali e dai valori dominanti, l’uso inevitabile del linguaggio costruisce a sua volta la realtà. Il linguaggio modifica la realtà e linguaggi diversi (per esempio di comunità professionali diverse, di istituzioni diverse, se non addirittura di gruppi etnici diversi) hanno margini di incommensurabilità a causa delle province di significato diverse cui rinviano.
  • Le parole, e i linguaggi in generale, sono intrinsecamente ambigui (Russell, 1923; Eco, 1976). La parola è ambigua o, come dicono i linguisti, “vaga”. Questa vaghezza intrinseca ed ineliminabile rende sempre ipotetica la perfetta comprensione reciproca.
  • Vi è una corrispondenza imperfetta fra struttura del linguaggio e significato, e fra oggetto percepito, significato che gli viene attribuito, descrizione del referente (Cicourel, 1964). La vaghezza è ineliminabile: possiamo comprendere il problema e percepirne i contorni, ma è strutturalmente impossibile stabilire una corrispondenza fra linguaggio e realtà.
  • Il linguaggio – e in generale la comunicazione – ha profondi significati simbolici e sociali spesso prevalenti rispetto ai contenuti veicolati (Goffman, vari; Garfinkel, 1967). Quello che noi diciamo non ha solo un valore strumentale. Le risposte date da persone di rango, posizione di responsabilità, ruolo sociale diversi, hanno profonde e differenti implicazioni simboliche che deformano il senso apparentemente prodotto.
  • I significati e sensi locali sono utilizzati per spiegazioni e “teorie” generali (Geertz, 1983; Denzin, 2001). La maggior parte delle questioni qui sollevate hanno implicazioni diversissime entro micro-sistemi (un’azienda, un servizio, un progetto…) e fra micro-sistemi diversi, con intrecci complessi (diversi attori sociali partecipano a più micro-sistemi). In generale gli attori sociali interpretano il mondo (macro-sistema) attraverso i riferimenti culturali e linguistici del proprio micro-sistema.

In questo stretto rapporto fra cultura di un determinato contesto, sua percezione da parte degli attori sociali, loro conseguente capacità/volontà/possibilità espressiva, chi esprime un concetto non può non chiedersi di cosa stia effettivamente parlando lui, con gli interlocutori; di cosa realmente essi stiano parlando fra loro. Solo un’assurda presunzione di equivalenza lessicale, priva di connotazioni riferibili a un piano semantico complesso e depurati irrealisticamente di ogni risvolto pragmatico, può far ritenere che una determinata immagine nella propria testa sia identica a quella del proprio interlocutore, e questo solo perché si sono utilizzate delle parole che egli ritiene equivalenti.

When a person learns a language and then puts it into use, the language begins to structure that person’s experiences […]. Language, in this respect, is the gateway to the inner interpretive structures of the lives that are being studied (Denzin, 2001, 96).

Infine un accenno alla pragmatica del linguaggio, più volte evocata nei miei post sul linguaggio.

Proposta da Charles Sanders Peirce nel 1878, la definizione di pragmatica è legata alle conseguenze pratiche dei concetti. La definizione cui sempre rimandò Peirce è quella del Dictionary:

The opinion that metaphysics is to be largely cleared up by the application of the following maxim for attaining clearness of apprehension: ‘Consider what effects, that might conceivably have practical bearings, we conceive the object of our conception to have. Then, our conception of these effects is the whole of our conception of the object.’ (Peirce).

E, a seguire:

The doctrine that the whole ‘meaning’ of a conception expresses itself in practical consequences, consequences either in the shape of conduct to be recommended, or in that of experiences to be expected, if the conception be true; which consequences would be different if it were untrue, and must be different from the consequences by which the meaning of other conceptions is in turn expressed. If a second conception should not appear to have other consequences, then it must really be only the first conception under a different name. In methodology it is certain that to trace and compare their respective consequences is an admirable way of establishing the differing meanings of different conceptions (James).

Le conseguenze del pragmatismo sono notevoli sull’epistemologia e la metodologia della ricerca scientifica, oltre che nel nostro agire quotidiano. L’attenzione alle conseguenze pratiche dei concetti, trasposta nella comunicazione umana e nel linguaggio, significa uscire dai confini limitati del linguaggio come mera operazione cognitiva, psichica, interna, per assumere frame dinamici, esterni all’individuo, che agiscono sul mondo e producono conseguenze: “Sì ti prendo in moglie” non è un concetto astratto; significa che assumo dei doveri socialmente codificati, e il semplice cambiare idea potrebbe non essere più così semplice (su questo e altri esempi rimando alla prima parte di un vecchio post che trovate QUI).

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