Qualche verità scomoda sui dati del mercato del lavoro

lavoro-precario

Il Ministero del lavoro ha pubblicato i dati corretti circa le attivazioni e le cessazioni dei contratti di lavoro nel 2014 e nei primi mesi del 2015. Poiché la tabella pubblicata dal Ministero non è facilmente leggibile, la mostriamo di seguito:

Tra le considerazioni, peraltro in parte già avanzate altrove da altri osservatori (Ricolfi; Garibaldi), l’elemen­to rimarchevole è che non sembra proprio si sia di fronte alla svolta auspicata nel senso di un aumento dei posti di lavoro. Né tantomeno che il lavoro che viene svolto in Italia nel 2015 goda di una maggiore stabilità. Infatti proprio i dati del Ministero, ci sembra mostrino: a) un lento assorbimento di parte del lavoro precario nelle nuove tipologie d’impiego: il contratto a tempo indeterminato; b) la lenta agonia di alcuni istituti, quale l’apprendistato; c) la, a nostro giudizio, pervicace persistenza del contratto a termine.

Si osserverà in primo luogo che è vero che le attivazioni dei rapporti di impiego a tempo indeterminato sono cresciute di quasi il 40%. È anche vero però che nella stessa misura sono cresciute le trasformazioni dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. Guardando ai dati espressi in valori assoluti, tra gennaio e luglio nel 2015, le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato è pari a n. 210.260 unità. Questo dato è superiore al saldo positivo tra attivazioni e cessazioni dei tempi indeterminati (117.498). Qui sorge un dubbio: è ben vero che le trasformazioni sono una fattispecie specifica – si tratta di contratti già in essere che alla scadenza vengono confermati e cambiano la loro natura nel senso di una loro stabilizzazione – e diversa dunque rispetto a nuove assunzioni. Ma in questo frangente, non si capisce se le trasformazioni vadano calcolate in aggiunta alle attivazioni o meno. Tuttavia, è la nozione di attivazione ad essere troppo generica: è comprensiva di trasformazioni e nuove assunzioni, o no? Le parole sono importanti e su questo il Ministero dovrebbe chiarire. Se può. Sottolineo questo fatto perché se le trasformazioni, che sono in crescita dal 2014 al 2015, vanno calcolate in aggiunta alle attivazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, questo elemento, stranamente, non viene affatto valorizzato dalle fonti ministeriali

È inoltre opportuno osservare che le collaborazioni hanno subito una forte riduzione, molto probabilmente assorbite dalle nuove fattispecie contrattuali, ad iniziare dal CaTuC. Peraltro come si ricordava in un contributo precedente (…) il D. Lgs. 81/2015 le abolisce dal 2016.

In secondo luogo, i contratti a tempo determinato continuano ad essere tanti, anzi di più che nello scorso anno. Per il 2014 compare la cifra di n. 3.247.660 contratti a termine, a fronte di quella pari a n. 3.322.178 nel 2015. Quest’ultimo dato va peraltro riferito ai soli primi 7 mesi dell’anno in corso. Emerge quindi come il vero contratto forte sia tuttora quello a termine. Quest’ultimo, nonostante sia meno incentivato rispetto a quello a tempo indeterminato, riesce ancora a riscuotere interesse e gradimento presso le aziende, anche perché reso ancora più snello e agevole tanto nel Job Act I, quanto nel più recente decreto n. 81/2015.

In conclusione, non sembra che il contratto a tempo indeterminato riscuota un così travolgente successo come si vuol far credere. La sua incidenza sul totale dei contratti stipulati nel 2015 è del 21%, mentre il contratto a termine rimane saldamente in testa, assorbendo circa 2/3 di tutti i contratti stipulati nell’anno in corso e sostanzialmente con la stessa incidenza dello scorso anno. Pertanto la declamata stabilità dei rapporti di lavoro è ancora al di là da venire. E con ciò avrebbero ragione quanti sostengono che il CaTuC altro non sia che una nuova forma, allungata, di contratto a termine.

Un’ultima notazione. Il caos ingenerato circa i dati pubblicati dal Ministero, che si tratti di un errore umano o di comunicazione, ha alla base una delle debolezze intrinseche della riforma che ha voluto a suo tempo incardinare i Centri Impiego negli Enti Locali e che si spera l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’Impiego risolva (!). Le comunicazioni tra centro e periferie non sono mai state facili e fluide. Nell’assetto attuale, voluto con il decentramento amministrativo, i passaggi dei dati sono eccessivi: dai Centri Impiego, alle Regioni, dalle Regioni al Ministero. Si tratta di istituzioni non reciprocamente vincolate da un rapporto gerarchico, che come insegna il modello weberiano di burocrazia è finalizzato al buon funzionamento dell’istituzione. Diversamente dalla Burocrazia idealtipica, ciascuna di esse gode di un proprio grado di autonomia che troppo spesso nel nostro paese si risolve in caotica anarchia. A ciò si aggiunga il fatto che i dati raccolti dalle diverse istituzioni e dalle diverse banche dati sono difformi e sfalsati nel tempo. Ma queste sono considerazioni aggiuntive circa questioni che esulano dal semplice commento ad una comunicazione di dati ministeriali.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Adele Bianco. 
Insegna materie sociologiche presso l’università di Chieti-Pescara. 
Precedentemente è stata funzionario del Ministero del Lavoro. 
Accoglie e commenta le riforme del settore con l’otti­mi­stico, 
fiducioso motto: “se son rose … pungeranno”.

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