Tag: Europa

Grexit: inizio della fine o una buona lezione per tutti?

crisi-grecia1-680x365

La Grecia ha riacquistato le prime pagine dei giornali a partire dalla vittoria di Syriza pochi giorni fa; Tsipras e Varoufakis hanno vinto sull’onda della disperazione del popolo greco, ma soprattutto dell’umiliazione subita dalla Troika, umiliazione rinnovata coi tre bei “No” netti ricevuti nel recentissimo tour europeo in cui i due leader greci hanno cercato sponde per una soluzione basata su alcune proposte ritenute inaccettabili. Punto. A partire da questa banale constatazione dei fatti si possono poi intrecciare pareri complessi che rischiano di essere sempre in qualche modo sbagliati, almeno in parte:

Davvero i Nativi Digitali italiani non sanno usare Internet? Oppure…

pallottoliere

L’Istat ha recentemente pubblicato un rapporto su Cittadini e nuove tecnologie, nel quale, tra le altre cose, si rileva che sono “alte le quote di non utenti [di Internet] tra i giovanissimi (6-10 anni) che, seppure definiti “nativi digitali”, per più del 50% non utilizzano la Rete”. Apriti cielo: i nostri preparatissimi giornalisti specializzati non hanno mancato di manifestare “sorpresa” per questo dato, molto lontano da quello rilevabile in altri paesi europei. Forse i nostri ragazzi sono meno “digitali” degli altri? Dal momento che ci siamo occupati di Nativi Digitali (e abbiamo anche spiegato perché questo termine ormai attraversa più di una generazione), vogliamo commentare questa ricerca, evidenziando se e cosa, eventualmente, ci sia di “sorprendente”.

Un’analisi costi-benefici sulla convenienza (o no) di avere immigrati in Italia

terraferma-e1365262217837

Il dibattito sull’immigrazione in Italia è reso opaco ed estremamente ideologico da elementi che attengono la sfera morale (bisogna soccorre i barconi vs. prima bisogna pensare agli italiani) e da dichiarazioni di merito che il cittadino non è in grado di verificare (per esempio: gli immigranti sono manovalanza per la criminalità; ci costano molti soldi…). Ciò rende difficile il giudizio distaccato necessario per qualunque seria politica dell’immigrazione in Italia e dà spazio a chi fa della demagogia anti-immigrazione un cavallo di battaglia per soffiare sul malcontento popolare a prescindere dalle ragioni, dalle mezze ragioni e, spesso, dalle mezze falsità asserite. Sono sostanzialmente due la macro-categorie argomentative contro gli immigrati: la prima riguarda le conseguenze sociali negative dell’immigrazione quali le malattie che porterebbero e la criminalità che alimenterebbero; di questo ho già trattato – riportando dati ufficiali – in un post dal titolo provocatorio I leghisti portano l’Ebola (un approfondimento sui soli romeni in un post successivo, Romeni in Italia). Qui affronterò invece il tema dei costi a prescindere da tutti gli altri elementi. La domanda cui vorrei rispondere è: gli immigrati sono una risorsa o un costo?

Romeni in Italia

Schermata 2014-10-01 alle 17.33.58

Diversi anni fa, mentre cenavo in un affollato ristorante milanese, attaccai bottone con una signora che sedeva al tavolino attiguo (non pensate male: eravamo veramente tutti appiccicati). La signora parlava benissimo italiano ma era evidentemente straniera, e quando le chiesi da dove venisse mi rispose: “Vengo dal paese nemico dell’Italia, che voi odiate”. Insomma, era romena (o rumena, come preferite) e sapeva benissimo che in Italia c’è un sentimento non amichevole verso questo popolo europeo, membro dell’Unione, di lingua latina, di cui un milione di membri vive in Italia. Oltre a questo casuale incontro l’unica romena che conosco bene è la badante di mia suocera (ottima persona); per il resto vedo zingari che mi disturbano (molti di nazionalità romena ma, come tutti sapete, la storia dei rom non può essere fatta coincidere con quella dei romeni o degli altri popoli dell’Europa centrale e orientale che li ospitano) e mi allarmo per la cospicua, assai visibile e particolarmente violenta malavita romena che anche nella mia città ha compiuto delitti definibili “efferati”. Poiché scrivo su un blog voltairiano come HR, mi pongo però un semplice problema: c’è una corrispondenza genetica e inevitabile fra origine romena e violenza, una sorta di maledizione divina? O ci sono altre spiegazioni a questo fenomeno che allarma così potentemente l’immaginario italiano dando così tanti argomenti a gente con la quale non voglio mescolarmi, come Salvini? Ma poi: è proprio vero che l’Italia è afflitta da una piaga malavitosa romena?

Tanti separatismi per contare meno di niente

Il referendum scozzese, a prescindere dal suo risultato, ha scatenato speranze e data nuova linfa ai molteplici separatismi europei. Senza includere il baraccone leghista e la sua invenzione padana, nella sola Italia contiamo l’indipendentismo sardo, friulano, veneto, altoatesino (pardon: sud-tirolese), per citare solo i maggiori; i principali partiti indipendentisti europei sono rappresentati dall’European Free Alliance, sul cui sito troverete più informazioni sui membri che però – si veda in fondo a questo articolo – non esauriscono le ambizioni separatiste in Italia. Io non appartengo a comunità spiccatamente identitarie, mi sento italiano (che non è un concetto reazionario) ed europeo (che non significa essere un servo della Troika), e per ragioni familiari che non è necessario vi riveli ho forti sentimenti di compartecipazione anche verso un Paese lontanissimo dalla stessa Europa, e quindi non partecipo emotivamente a questa così forte sensazione di essere qualcos’altro, questo desiderio di marcare il proprio territorio con una divisione. Sono quindi in una condizione neutrale per fare una riflessione sul senso e sulle conseguenze dell’indipendenza della Scozia, o della Sardegna o della Valle d’Aosta. Immagino che molti lettori possono avere opinioni diverse da queste da me espresse e gradirò le loro critiche, specie se non umorali ma di carattere razionale come spero di mantenere questo articolo.

La terza guerra mondiale inizierà in Ucraina fra tre, due, uno…

The Parties agree that an armed attack against one or more of them in Europe or North America shall be considered an attack against them all and consequently they agree that, if such an armed attack occurs, each of them, in exercise of the right of individual or collective self-defence recognised by Article 51 of the Charter of the United Nations, will assist the Party or Parties so attacked by taking forthwith, individually and in concert with the other Parties, such action as it deems necessary, including the use of armed force, to restore and maintain the security of the North Atlantic area (art. 5 del Patto Atlantico).

Rispetto alla moltitudine di fronti caldi sparsi in tutto il mondo, fra i quali anche il molto spettacolare jihadismo tagliatore di teste, quello di cui preoccuparsi veramente nell’immediato è in Ucraina perché pone una sfida inedita all’Occidente: salvaguardare la nostra tranquillità e lasciare l’Ucraina a Putin, sperando ovviamente che si accontenti, o difendere la libertà e i legittimi diritti degli Ucraini fino alle soglie del confronto armato, e mettendo in conto che tale soglia si potrebbe superare all’improvviso?

Mangeremo tutti OGM. In un TTIP

Non so bene cosa detti l’agenda delle priorità nelle coscienze collettive. Non è solo questione di diritti calpestati di cui indignarsi, notizie drammatiche che coinvolgono emotivamente, non è questione di manipolazione massmediale… Forse siamo semplicemente entrati in un’era in cui si consuma tutto troppo velocemente e fatichiamo a capire quali siano le cose fondamentali, quelle solo importanti e quelle trascurabili. Così ci accapigliamo sulle riforme istituzionali (importanti), chiacchieriamo sul seno nudo della Ministra (trascurabile) e semmai ci lasciamo passare sulla testa, inconsapevoli, notizie che cambieranno in peggio la nostra vita nell’imminente prossimo futuro, come la minaccia alla Network Neutrality di cui ha parlato Ottonieri la settimana scorsa o come l’accordo Ttip che minaccia di renderci tutti asserviti agli interessi delle multinazionali americane di cui vi parlo in questo articolo.

Continua a leggere

Quel magico decennio, 25 anni fa, quando tutto iniziò ad andare a rotoli

 

“Sì, scrivere come si pensa è una bella cosa,” rispose Pococurante; “è il privilegio dell’uomo. In tutta la nostra Italia si scrive unicamente quel che non si pensa; gli abitanti della patria dei Cesari e degli Antonini non ardiscono avere un’idea se prima non gliene dà licenza un domenicano” (Voltaire, Candido).

Quando ero bambino (un sacco di anni fa, sì), tutto andava abbastanza bene: c’erano le mezze stagioni; il cinematografo era un divertimento meraviglioso; ci potevamo permettere la carne una volta a settimana ma mia mamma, grande cuoca, sapeva appagarci tutti i giorni; la guerra in Europa era un ricordo e di lontane guerre in posti sconosciuti si sentiva a malapena parlare in TV. Chi ce l’aveva. Naturalmente i miei genitori erano preoccupati per il confronto nucleare fra i blocchi, la crisi di Cuba etc., ma io che ne sapevo? Questo è durato a lungo. Sono cresciuto con l’impagabile lotta politica fra democristiani e comunisti, con l’idea degli italiani brava gente e dei poveri negri come sono trattati male in America, l’idea del crescente benessere e del boom (di bambini e di PIL), le prospettive di un mercato comune europeo, addirittura! Poi, più tardi, gli hippie, la guerra del Vietnam e Canzonissima, ma sì, tutti assieme mescolati in un unico spettacolo pirotecnico che si ammirava da lontano: tragedie e commedie, tutte assieme, in ben due canali televisivi!

Poi è accaduto che questo finto cerchio di innocenza si spezzasse.

Il grande, vergognoso, incredibile spreco dei fondi europei

Che lo spreco miliardario di cui sto per parlare emerga nel dibattito pubblico solo sporadicamente, e con articoli di pagine interne, mi sembra incredibile. Che non ci siano continue interrogazioni parlamentari, rivoluzioni nei consigli regionali, manifestazioni di piazza per questi soldi nostri che buttiamo dalla finestra da decenni, non è spiegabile neppure con l’allegra ignoranza, col pressapochismo provinciale, con la burbanza di politici di quarta serie. Ultimamente Renzi ha sottolineato il problema durante un suo tour al Sud, ma non mi sembra che qualcuno sia sobbalzato. Stiamo cercando risorse da qualunque parte, discutiamo se ci sono le coperture per gli 80 Euro, ci allarmiamo per le ruberie all’Expo ma non solleviamo un sopracciglio per il fatto che dei 21 miliardi di fondi europei destinati all’Italia nel periodo 2007-2013 ne abbiamo spesi meno del 46%. Ora abbiamo due anni di tempi supplementari per rimediare e spendere gli 11 miliardi e 407 milioni rimasti sul tavolo, mentre stanno arrivando i soldi del nuovo ciclo di programmazione 2014-2020 che ingolferanno Ministeri e Regioni (specialmente le Regioni) che dovranno inventarsi una capacità di spesa superlativa, mai vista, per spendere tutti i soldi.

Gli espatriati italiani scelgono Londra

Se è vero che la crisi di questi ultimi anni ha messo particolarmente in difficoltà le famiglie italiane, come abbiamo già discusso in precedenti post sull’impoverimento dei lavoratori della classe media e sull’incremento della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, non può sorprendere la notizia del rilevante aumento degli italiani che decidono di espatriare. Molti di noi, penso, conoscono persone che negli ultimi anni hanno deciso di trasferirsi all’estero, per un periodo o per sempre.

La conferma viene dai dati dell’AIRE, che gestisce l’anagrafica degli italiani residenti all’estero, e che ha rilevato un fortissimo incremento degli espatriati (+19% nel 2013). Se il fenomeno è piuttosto impressionante da un punto di vista quantitativo ma non sorprendente, analizzando i dati in maggior dettaglio emergono elementi tutt’altro che scontati e che invitano a una riflessione.

Uscire dall’Euro: un lancio senza paracadute

lanciosenzaparacadute

Basta Euro! è un grido che in questo periodo di campagna elettorale europea si ode risuonare da più parti; se la Lega candida nelle sue liste Claudio Borghi, che insieme ad Alberto Bagnai è tra i principali economisti sostenitori di un’uscita dall’Euro, il M5S non resta certo a guardare, e Beppe Grillo ripropone la prospettiva di un referendum popolare per decidere dell’uscita dall’Euro. Ma ci sono davvero buoni motivi per voler uscire dall’Euro? E sarebbe così semplice farlo? In questo post proveremo ad approfondire un po’. Una premessa è necessaria: anche se cercherò di esporre le cose in modo obiettivo, io ho ovviamente una mia opinione: sono favorevole all’Euro e desidero che l’Euro funzioni, con l’Italia a farne parte. Fatta questa “confessione”, entriamo nel merito.

Dal fascismo all’omologazione di massa

Il fascismo conviene agli italiani perché è nella loro natura e racchiude le loro aspirazioni, esalta i loro odi, rassicura la loro inferiorità.

Ennio Flaiano

Che il termine |fascismo| sia parte del lessico comune, non solo politico, non solo italiano, è evidente. Ma cosa significa, oggi, “fascismo”? È un concetto attuale? Io credo di sì. Credo che il fascismo esista ancora e sia pericoloso, anche se non necessariamente nella forma dei manganellatori mussoliniani, e che abbia ancora senso dichiararsi “antifascisti”, sia pure non nella forma dei resistenti partigiani. Naturalmente occorre contestualizzare i concetti, trovarne una loro attualità contemporanea. Anche se con “Fascismo” si intende il movimento politico fondato da Mussolini nel 1919 e, per estensione e similitudine, il nazionalsocialismo di Hitler, l’Action Francaise etc., le similitudini con diversi regimi autoritari hanno portato a un’estensione del concetto, a volte indebita altre volte meno, che porta a riconoscere come ‘fascisti’ un discreto numero di regimi e governi nel mondo. Per comprendere quali siano queste similitudini vi propongo un piccolo tour nella semantica del fascismo per cercare di coglierne i tratti caratteristici, direi fondativi, e vedere attraverso questi se si danno ancor oggi, semmai sotto diverso nome.