L’inquietante avanzata dell’estrema destra in Europa

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Non condivido il sospiro di sollievo per la vittoria, col 50,3% dei voti, di Van der Bellen in Austria. Certo, formalmente, il 50% + 1 degli elettori decreta una vittoria, ma questa vittoria non è un granché… Il sollievo che proviene dall’Austria è probabilmente dovuto al fatto che prima dello spoglio dei voti postali il candidato dell’estrema destra Hofer era in vantaggio, e da un “com’è stato possibile?” a un “l’abbiamo scampata bella!” la differenza si è giocata in più o meno 30.000 voti. Un niente. Resta il fatto che sostanzialmente metà austriaci ha votato Hofer del Partito della Libertà Austriaco, un partito nazionalista, populista, euroscettico e xenofobo. Come il Front National di Marie Le Pen, come la Lega di Salvini e come molte destre che – con le ovvie differenze locali – crescono in Europa.

Il New York Times ci offre un quadro abbastanza impressionante di questa crescita europea della destra che, come spiegano gli autori copre uno spettro abbastanza ampio dal populismo nazionalista (come nel caso austriaco) all’estrema destra neofascista (la figura originale sul NYT è interattiva).

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La figura è suggestiva quanto inesatta nella sua semplificazione grafica. Per esempio in Italia la destra nel 2013 non era solo la Lega Nord col suo 4,09% (alla Camera) ma anche Fratelli d’Italia (1,96) e La destra (0,65), tutti insieme nella coalizione berlusconiana per un totale complessivo poco inferiore al 7%. Immagino che analoghe imperfette ricostruzioni sussistano anche per altri paesi.

Altro colpo d’occhio impressionante nella ricostruzione dell’Economist:

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Alcune cose balzano agli occhi: una minoranza di paesi sembra più o meno immune al virus lepenista a fronte di altri dove la situazione è a dir poco preoccupante. Il centro-nord-est Europa sembra un po’ più colpito dal morbo ma, anche qui, le eccezioni e le varianti sono troppe per dedurre una qualche regola evidente.

Naturalmente, a seconda di come si definisce la “destra”, l’analisi può differire, ma la preoccupazione di tanti osservatori, anche fuori dal nostro continente, non ha evidentemente a che fare con le destre liberali, fossero anche tendenzialmente euroscettiche o vagamente populiste. Ci si preoccupa delle destre xenofobe, apertamente antieuropeiste, nazionaliste, spesso filo naziste o fasciste (non sempre) che traggono linfa e vigore specialmente da due macro-elementi: la crisi economica e politica dell’Unione Europea e i massicci flussi migratori, specie di gruppi musulmani. Il primo elemento è chiaro: l’Europa è diventata (o è percepita come) un insieme stringente di vincoli che “toglie sovranità”, una trappola di burocrati che strangolano le economie, non rispettano sufficientemente le identità locali senza essere sufficientemente forte e coesa per contrastare, per esempio, i flussi migratori. Questi ultimi continuano prepotenti con una evidente insostenibilità trascinandosi appresso problemi sociali e, perché no?, di potenziale terrorismo. Come sempre in questi casi il castello di paure ha basi incerte e fumose ma non del tutto irreali: sulla crisi europea abbiamo speso diverse pagine qui su Hic Rhodus, come sugli immigrati e i problemi che arrivano con loro. Le questioni sono innegabili; che l’Unione non le sappia affrontare è innegabile. Il populismo xenofobo e antieuropeista è una delle possibili risposte, quella dettata dallo spavento e dall’ignoranza.

Desidero essere chiaro e brutale a questo riguardo: la destra populista xenofoba e antieuropea, filofascista o meno, è una destra ignorante e antistorica, e per ciò stesso eversiva. È una destra che mentre soffia sul fuoco della paura propone ricette fantasiose e irrealizzabili basate su una ipersemplificazione dei problemi: l’Europa è cattiva, usciamone; i migranti ci invadono, costruiamo un muro; la globalizzazione ci impoverisce, viva l’autarchia… È evidente che le ipersemplificazioni, semmai sintetizzate in facili slogan, valgono specialmente per persone di cultura medio-bassa poco capaci di analizzare le informazioni, di ceto sociale medio-basso dove forte è la paura dell’impoverimento, dove le argomentazioni, le spiegazioni, le circonvolute analisi appaiono immediatamente come furberie atte a imbrogliare il popolo. È questa facile credulità in scorciatoie demagogiche che rende eversive l’ignoranza e la sua strabica sorella, la stupidità. Il popolo impaurito, disinformato e sospettoso segue chi mostra certezze autoritarie, non chi suggerisce percorsi incerti conditi da dubbi e da postille e da eccezioni da sondare, esplorare, vagliare, sottoporre a giudizio per poi prendere decisioni. Il populismo, summa di ignoranza e stupidità, è sempre eversivo.

Come siamo arrivati a questo punto? La diagnosi è facile, cura e prognosi assai meno:

  1. troppi errori nella costruzione europea: troppa economia senza politica, troppa burocrazia senza partecipazione, troppa fretta nell’allargare ad Est (QUI alcune delle ragioni di quella fretta…); poi la crisi economica; poi i problemi con Mosca; ora la crisi siriana e i flussi migratori… Abbiamo sbagliato molto e gravemente e, quello che più pesa, non esiste ancora un’ammissione di colpa e molte forze operano per proseguire sulla stessa strada;
  2. manca una memoria storica chiara e condivisa e per ampie fasce di popolazione, specie giovanili, la destra estrema è un’opzione socialmente accettabile;
  3. la complessità sociale crescente dilaga nella crescente ignoranza popolare, nei mille rivoli del web, nell’appiattimento di un mondo ipertecnologizzato ma senza orizzonti prospettici, senza un futuro (nel senso spiegato QUI);
  4. infine: sì, è tutto un gran bordello, i problemi ci sommergono e sembrano – e forse sono – più potenti delle fragili soluzioni che si potrebbe sperare di mettere in campo. Sì, è un gran bordello, ma questa non è una ragione sufficiente per spalmare da soli il sapone sulla corda dove rischiamo di impiccarci.

La situazione in Italia è ambigua: dubito che i Fratelli d’Italia possano rappresentare un qualunque problema di sorta; molto più forte la Lega di Salvini che con un notevole balzo dalle secche del 7% in epoca post bossiana è arrivato al circa 14% dell’ipercinetico Salvini (ne abbiamo parlato QUI); ma questo 14% sembra il muro insormontabile che neppure Salvini riesce a superare se la Lega staziona su quella percentuale dall’inizio del 2015 e lì rimane anche negli ultimi sondaggi (SWG del 16 Maggio 2016: 14,5%; Demopolis del 17 Maggio 2016: 14,4%; Ixè del 18 Maggio: 14,2%). L’Italia è quindi salva? Il morbo eversivo si ferma a un considerevole ma non decisivo 18-19% (Lega + Fratelli d’Italia)? No, purtroppo. Se così fosse potremmo guardare preoccupati al futuro d’Europa da una posizione, comunque, di relativa tranquillità politica ma, a disturbare la nostra improvvida serenità, c’è il Movimento 5 Stelle.

Il destino del M5S si gioca nei prossimi 5 mesi, e con esso si decide il futuro della destra in Italia. Bisogna vedere come vanno le elezioni amministrative (specie nelle grandi città) e quale sarà l’esito del referendum costituzionale. Se le elezioni sorrideranno al Movimento e al referendum vincerà il “No”, probabilmente la Casaleggio & Associati non avrà bisogno di riposizionare il suo brand, ma se le cose andassero diversamente, e alla luce anche delle sue contraddizioni interne (discusse QUI), si potrebbe rendere necessario un riposizionamento. A destra. A destra sia perché c’è amplissimo margine grazie alla crisi del berlusconismo, sia perché il M5S è sempre stato chiaramente un movimento populista di destra, anche se molti suoi elettori non lo sono (sull’avere un elettorale trasversale le analisi sono concordi, ma la testa e le scelte politiche non possono definirsi certamente “di sinistra”). Una destra sui generis, probabilmente; una destra non certo filo-fascista e forse non accentuatamente nazionalista. L’analisi la trovate in altre vecchie pagine di HR alle quali rimando (QUI, QUI e QUI) ma la conclusione è che un posizionamento 5 Stelle nel suo alveo naturale, quello del populismo di destra, potrebbe ridisegnare completamente la geografia della politica italiana e dell’emergenza delle destre in Europa. In peggio.

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