Il compitino del M5S sull’Europa

Il 23 marzo, presso la sede della Stampa Estera, Luigi Di Maio ha presentato quello che ha chiamato “un libro che racconta la nostra idea di Europa”, “un contributo” del M5S anche per coloro che in questi giorni di celebrazioni dovranno riflettere sulla via da imboccare per l’Europa del futuro. Come si vede in questo video del Fatto Quotidiano, l’annuncio ha creato un buffo malinteso con un giornalista che, ritrovatosi con un fascicolo di una quindicina di pagine, ha chiesto “e il libro dov’è?”. Ebbene sì, il libro era quello.

Incoraggiato dalla certezza di non trovarmi di fronte a una lettura superiore alle mie forze, ho quindi scaricato il file pdf del libro dal sito del movimento e l’ho letto. Per ragioni che in parte spiegherò anche alla fine di questo post, ho pensato che potesse essere interessante scrivere le mie impressioni qui su Hic Rhodus, commentando separatamente ciascun “capitolo”, ossia, di fatto, ciascuna pagina.

Titolo
Il titolo è Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa. È certamente ottimo per i motori di ricerca (“libro” “5 stelle” “cittadini” “Europa”), ma quando si dice “dei cittadini” cosa si intende? Che l’hanno scritto i cittadini, del cui pensiero il testo è un (estremo) condensato? Oppure che il libro “appartiene” ai cittadini? Lasciamo a chi legge l’interpretazione autentica.

I. Mercato unico e commercio
Ogni capitolo del libro è introdotto da un titolo a tutta pagina, che occupa praticamente lo stesso spazio del testo del capitolo. Nel caso del capitolo I, è innanzitutto interessante notare che il testo non tratta minimamente del mercato unico, ad esempio della libera circolazione di merci e persone all’interno dell’UE, bensì dei possibili accordi commerciali con i paesi fuori del mercato unico; e ne tratta, essenzialmente, per dire che tali accordi non si devono fare, da un lato (con USA, ecc.) in nome del principio di precauzione rispetto a “sostanze pericolose” di cui non sia garantita la “salubrità”, dall’altro con paesi esportatori di prodotti agroalimentari, in nome della difesa del “Made-In” (sic) per tenere lontani “olio tunisino, arance marocchine, grano ucraino e riso asiatico”.
Insomma, leggendo questo testo, si direbbe che il commercio mondiale si basi esclusivamente sui prodotti agricoli. Prodotti industriali, prodotti informatici e servizi non esistono, e d’altronde cosa volete che siano di fronte alla minaccia costituita dalle arance marocchine?

II. Economia e Unione Monetaria
Data l’importanza e la complessità dell’argomento, questo ponderoso capitolo, unico nel volume, si estende per ben… una pagina e mezza. Quanto al contenuto, a parte un generico anatema contro l’Europa a due velocità, questo è anche il capitolo che tenta di proporre il quadro più articolato, naturalmente dipinto a pennellate grosse.
Alcuni riferimenti alle riforme necessarie per la governance bancaria sono interessanti (“moderno Glass-Steagall Act”, vigilanza sui derivati, garanzia europea sui depositi) ma, in quanto implicano un rafforzamento del controllo centrale sul sistema finanziario, fanno secondo me a pugni con un’impostazione secondo cui sui trattati economici sarebbe necessario “un ampio dibattito pubblico che si concluda solo con l’approvazione referendaria negli stati membri” e con il rifiuto dei “vincoli stringenti, infondati e insostenibili” della governance economica e della convergenza tra i paesi. Quanto all’Euro, il M5S vuole che siano definite procedure che consentano agli stati membri di abbandonare l’Eurozona (vuol dire che riconoscono che oggi, in assenza di queste procedure, sarebbe temerario pensare di uscirne?). La chicca secondo me è la richiesta di prevedere una “clausola di opt-out permanente” dall’Euro “nel caso che ci sia una chiara volontà popolare in tal senso”. Cioè? Deve esistere una clausola del tipo “Anche se in futuro chiedessi di entrare mi dovreste rispondere no”? Si tratta francamente di un’idea surreale.

III. Schengen, immigrazione
Avvicinandosi a metà del libro, gli autori accoppiano nel titolo due argomenti che, seppur correlabili, sono distinti, e non facili da trattare insieme in spazio breve. Infatti, brillantemente, nel testo Schengen non è neanche menzionata, e alla libera circolazione all’interno dell’UE non si dedica una parola, nonostante sia un argomento tutt’altro che marginale. La pagina è piuttosto dedicata a una carrellata di minestre riscaldate sull’argomento immigrati, il cui principale lampo d’ingegno è trovare il modo di citare Mafia Capitale probabilmente per far dispetto al PD.
Va riconosciuto che sul difficile argomento dell’immigrazione quasi tutte le chiacchiere che si leggono in giro si risolvono in ricette di brodini, e qui almeno si ha il pregio della brevità. Mi limito a menzionare la ricorrente idea di creare delle vie legali di accesso nei paesi “di origine” e “di transito” (cioè praticamente tutti, direi) degli aventi diritto all’asilo, per “lottare contro l’immigrazione illegale”, come se aprire dei corridoi protetti potesse ridurre i flussi. Questo, e lo dico per tutti coloro che avanzano questa proposta, secondo me è una sciocchezza. Una volta aperti, questi corridoi si affiancherebbero ai canali illegali, che continuerebbero a funzionare per chi non ha diritto all’asilo, e sappiamo che sono la maggioranza (secondo i dati del Ministero dell’Interno, il 60% delle domande di asilo viene respinta, e solo il 5% dei richiedenti asilo ottengono lo status di rifugiati). Quell’idea è utile per proteggere i profughi, non per limitare i flussi.

IV. Politica estera e difesa
L’argomento non è di quelli che fanno parte del più classico pensiero pentastellato e, difatti, lo svogliato e anonimo estensore non arriva a mezza pagina di svolgimento. In compenso, circa metà di questa metà è occupata da un periodo che non sarebbe passato indenne sotto la scure della mia professoressa delle medie: “Siamo contrari alla creazione di un esercito europeo che non abbia, come esclusiva finalità, l’impiego in missioni di peacekeeping, senza che diventi strumento di operazioni militari finalizzate al perseguimento di interessi economici e commerciali dell’UE o dei suoi Stati membri, garanzia finora mai evocata”.
In termini di contenuto, oltre all’avversione a un esercito europeo a meno che non serva solo a ridurre le spese militari (senza nessun accenno alle dichiarate intenzioni di Trump che rendono quantomeno difficile porsi questo obiettivo), si invoca la sospensione degli accordi e dei rimpatri verso i paesi che non rispettano i diritti umani, e l’eliminazione delle sanzioni verso la Russia. Inutile sottolineare contraddizioni, immagino, neanche con il tassativo mandato, due pagine prima, a velocizzare i rimpatri degli immigranti che non hanno diritto all’asilo (no, non tutti coloro che vivono in paesi che non rispettano i diritti umani hanno diritto all’asilo, anche supponendo di avere un chiaro elenco di quali sarebbero questi paesi).

V. Budget europeo
Capitolo brevissimo, ma assertivo, in uno stile enfatico e volitivo: “vogliamo” qui, “vogliamo” là. Va bene l’abolizione della “tripla sede” delle istituzioni europee (neanche entriamo nel merito), qualunquista il giusto l’abolizione “delle agenzie europee non produttive” (come si misura questa produttività?). Poi si entra in una vision surreale, chiedendo il taglio dei finanziamenti alle “fake news” e alla “propaganda contro la Russia” (immaginate a Bruxelles la discussione sul bilancio preventivo: “Quest’anno quanto stanziamo per la propaganda contro la Russia?”). L’acme in un certo senso arriva con l’asserzione che “I fondi europei devono essere programmati in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle”: oggi Roma, domani L’Impero.

VI. Capacità di “decidere e indirizzare”
La prima cosa che viene da chiedersi è: perché le virgolette? Il testo non lo spiega, anzi è piuttosto deludente anche per chi sia arrivato a questo punto della lettura, non c’è quasi altro che l’invito a utilizzare al massimo gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa, forse ispirandosi al Rousseau del M5S. Sferzante, almeno nelle intenzioni, la notazione che “quando i cittadini si sono potuti esprimere, molto spesso hanno bocciato le politiche dell’Unione”. Beccati questa, tecnocrate europeo.

VII. Energia, materia e resilienza
Qui il titolo racchiude una combinazione molto particolare, che a me ha ricordato l’idea di Gaia, un organismo-ecosistema capace di autoregolarsi che aveva ispirato un noto video futuribile di Casaleggio padre.
Nel testo difatti si atterra sul grillismo più collaudato. Basta energia da combustibili fossili, con una “rapida transizione completa” alle energie rinnovabili. Basta importazioni di energia, anzi basta importazioni tout court: diamine, la dipendenza dalle importazioni pone l’Europa in condizioni “di estrema vulnerabilità”, e contemporaneamente ci induce a politiche internazionali aggressive. Dovremmo insomma trasformare l’Europa in una grande fattoria bio, a basso consumo, autarchica, autosufficiente e resiliente, “al di fuori dei conflitti per le risorse e delle responsabilità del cambiamento climatico”. Grandi e complicatissimi temi trattati come se bastasse la saggezza dei nostri nonni a risolverli.
Su questa nota da “decrescita felice”, il libro si chiude. Tutto qui? Tutto qui.

Mi chiederete: ma perché te la prendi tanto con il M5S? Ignori forse quanto siano incompetenti/criminali/corrotti tutti gli altri, a partire da chi tenta ancora di promuovere un’idea di Europa che ecc. ecc.? In realtà, ho voluto dedicare un intero post a questo libro (e non escludo che il post sia più lungo del libro stesso) perché esso (il libro) è la raffigurazione plastica della distanza abissale tra la complessità dei problemi (elevatissima, per la situazione attuale dell’Unione Europea) e la qualità delle risposte della politica (di esemplare superficialità in questo caso, ma comunque spessissimo largamente inadeguata). Come spesso accade, il M5S è emblematico di una tendenza globale: i politici non cercano neanche più soluzioni, ma si accontentano di risposte che possano sembrare soluzioni, almeno dalla copertina. E se dietro la copertina non c’è nulla, se ne accorgerà solo chi si prende davvero la briga di andare a verificare, ossia una minoranza; in ultima analisi, quello che può sembrare una soluzione dipende da noi cittadini, non dalla politica: se noi verifichiamo o no, se ci informiamo, se manteniamo un atteggiamento critico anche verso i “nostri” politici. Se non lo facciamo, dal punto di vista di un politico in un libro come questo meno si scrive e meglio è: non crea impegni concreti, non solleva questioni spinose (tipo come fare le cose), non rischia di dispiacere a nessuno del suo elettorato. Il nulla non ferisce nessuna sensibilità.

Insomma: che si possa tentare di “vendere” al pubblico una brochure come se fosse un libro è una cosa che dice molto più sull’elettorato che sul politico che lo fa. Teniamolo presente.

Taggato con: