La Turchia di Erdogan e le non scelte dell’Europa

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Chi scrive è sempre stato un sostenitore dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea; questo fino all’avvento di Erdogan che mi ha rapidamente convinto (specie in questi ultimi anni) che questa Turchia sia completamente incompatibile con l’Unione e che sia assolutamente necessario, fino a sostanziali cambiamenti (vale a dire: fino a che questo regime non sia completamente dimenticato), interrompere le trattative. È di questi giorni la notizia che il Bundestag ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione di grande valenza politica in merito al fatto che sì, quello del 1915-16 fu realmente un genocidio che portò all’assassinio di un milione e mezzo di armeni. Erdogan non ha gradito, ha richiamato l’ambasciatore e vedremo cosa succederà, se cioè avrà la meglio il mostruoso ego di Erdogan e il suo sogno di restaurazione neo-ottomana oppure se le serie condizioni dell’economia turca lo faranno desistere dall’andare oltre qualche strepito ad uso interno.

Naturalmente l’oggetto del contendere non è il genocidio in sé. Quell’atroce fatto storico ormai è avvenuto e non saranno certo i tedeschi a poter dare lezioni di moralità sulla storia passata e, com’è noto, neppure gli italiani, i francesi, i britannici, gli americani, i giapponesi, i cinesi etc. etc. I mostri delle atrocità commesse da più o meno tutti i popoli nel passato sono lì per ricordarci gli orrori della natura umana, non per fare una gara a chi sia stato più buono o più cattivo. Il problema è fare i conti con tale storia, con tale natura e col proprio bagaglio di mostri; denunciarlo, riconoscerlo, in qualche modo direi “pentirsi” se non fosse un concetto errato in questo caso. Ecco, i turchi non hanno voglia di farlo, non intendono riconoscere il genocidio compiuto e si arrabbiano se glie ne parli. O se gli parli della repressione curda. Questo nazionalismo esasperato non è certo solo di Erdogan, questo va riconosciuto. Ataturk ebbe un ruolo nel genocidio e tutta la Turchia laica pre-Erdogan era allineata sul negazionismo come sulla repressione curda. Ma questa continuità – già grave – è amplificata, nel caso di Erdogan, da molteplici aggravanti in merito a repressione e islamizzazione forzata che allontanano oggettivamente la Turchia da ogni possibile intesa con l’Europa e l’Occidente.

Il regime islamista di Erdogan raccoglie il peggio della visione politica kemalista (democrazia diretta dall’alto, nazionalismo…) con l’aggiunta di una potente interferenza religiosa nella sfera pubblica; laddove da Ataturk fino a tempi recenti c’era stato il tentativo di cancellare tale interferenza (e il regime militare si era industriato fortemente in tal senso), con Erdogan lo stato è a “laicità controllata” (fonte) mentre la potente rete islamista di Fethullah Gülen ha ispirato una vasta espansione di scuole e centri di matrice islamica che attecchisce particolarmente nelle campagne. Negli anni Erdogan ha provveduto a rafforzare il proprio potere, diminuendo il ruolo delle forze armate (tradizionali difensori dell’eredità di Ataturk), proponendo cambiamenti costituzionali in senso presidenzialista e non rifuggendo da feroci repressioni degli oppositori, inclusa la chiusura della stampa critica del regime.

La visione strategica di Erdogan è, in un certo qual senso, neo-ottomana, col tentativo di allargare la sfera di influenza turca ai paesi del quadrante: in Bosnia, in Qatar (in funzione anche anti-saudita), nel cosiddetto movimento delle “primavere arabe” etc., favorendo l’apertura ai lavoratori stranieri (rifugiati inclusi) ed esportando prodotti culturali di successo allineati a questa visione egemonica:

l riposizionamento della Turchia in politica estera e in particolare nel Medio Oriente si sviluppa all’interno di una cornice ideologica fondata su una rivalorizzazione del passato ottomano, più volte definita come neo-ottomanismo. L’esperienza imperiale è rivalutata e riproposta in chiave contemporanea in modo da offrire alla Turchia le basi per promuovere un discorso reale, in cui si impegna a una presenza più attiva. Il passato viene rispolverato per intessere, aggiornare, riformulare nuovi legami con i paesi dell’area mediterranea e mediorientale. La Turchia – che si riscopre erede del vecchio impero pur avendo costruito la sua ragione repubblicana su una netta cesura con la storia imperiale – si proporrebbe quindi come il nuovo garante di una pax ottomana del xxi secolo, una situazione di stabilità data da accordi economici, scambi tra i paesi (anche attraverso una regolamentazione più morbida dei visti per i turisti arabi) e una buona dose di soft power rappresentata anche dall’esportazione di prodotti della cultura di massa, di cui le soap opera rappresentano l’esempio più evidente. (Lea Nocera, Intrighi mediorientali? Le soap opera turche, la riscoperta del passato ottomano e un’immagine nuova per la Turchia in Medio Oriente, in J. Carney, M.Kraidy, L. Nocera e S.M. Torelli, “The Turkish Touch. Egemonia neo-ottomana e televisione turca in Medio Oriente”, pp. 5-6).

Nell’attuale crisi siriana e col Califfo alle porte la Turchia si trova al centro di un complicato wargame in cui si evidenzia l’ambiguità del regime e l’estrema pericolosità del suo ruolo; molte evidenze denunciano il ruolo turco nel finanziamento all’Isis mentre nel conflitto siriano la posizione anti-Assad è spesso apparsa come un pretesto per regolare questioni interne contro il PKK e i Curdi (emblematico il caso di Kobane). La Turchia poi si trova in posizione chiave per il transito dei rifugiati in cerca di scampo in Europa e usa tale massa di disperazione per fare pressione sull’Unione in termini di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e di quattrini sempre più necessari al regime vista la piega non favorevole che l’economia recente ha preso.

Sul piano strutturale ed economico la crisi turca si presenta abbastanza seria: secondo Focus Economics (fonte) la situazione negli ultimi 5 anni è quanto meno precipitata, come mostra la tabella sottostante.

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Pil in crescita assai inferiore alle aspettative, bassi investimenti, alta disoccupazione etc. (fonte) rendono la posizione di Erdogan difficile dopo gli anni del grande boom. Erdogan, quindi, ha bisogno dei denari europei come delle liberalizzazioni dei visti come stabiliti dal recente accordo con l’Europa.

Provo a fare un riassunto: la Turchia ex pilastro della NATO nello scacchiere mediorientale, quando era un paese forzatamente laico e filo-occidentale sulla punta delle baionette delle forze armate, si è avviata con Erdogan su una china islamista sempre più marcata accompagnata a tendenze sempre più presidenzialiste e autoritarie; repressione curda, di minoranze politiche e intellettuali, chiusura della stampa libera vanno di pari passo a un disegno neo-ottomano di influenza nell’area, collusione col terrorismo Daesh, posizione ambigua nel conflitto siriano e uso cinico dei rifugiati sul suo territorio in chiave ricattatoria verso l’Unione Europea. La chiave del problema riguarda però proprio l’Europa. Il frettoloso accordo con Ankara (non ancora onorato, per la verità) riguarda esplicitamente le paure e la mancanza di una politica estera condivisa fra i paesi membri; l’incapacità a gestire i flussi e a stabilire una politica assieme umana e non anarchica, le paure della crescita populista alimentata proprio dall’invasione dei profughi, l’insopportabile ristrettezza della visione geopolitica di alcuni paesi dell’Est che hanno come unica preoccupazione il contrasto a Putin, e molto altro ancora, impediscono all’Unione di fare alcunché di strutturale se non stipulare accordicchi affinché altri (per esempio la Turchia) gestiscano il problema in vece nostra. Proprio lo scalmanarsi di Erdogan – assieme ai problemi economici – rendono l’uomo più vulnerabile di quanto appare se solo gli interlocutori (europei) avessero più spessore: la Turchia si è messa in una posizione difficile con la Russia, oltre che ovviamente con la Siria e diversi paesi del Golfo; il rischio dell’isolamento internazionale, se solo anche l’Europa fosse più ferma, potrebbe rapidamente soffocare il regime e renderlo più malleabile e collaborativo, anche perché lo stesso ombrello Nato incomincia a scricchiolare.

Appendice: ecco alcuni dati su libertà e diritti in Turchia:

  • La Turchia è 66^ al mondo nel Corruption Perception Index (fonte); 59^ secondo il diverso indice del WEF – World Economic Forum (fonte);
  • è 63^ come performance del settore pubblico e 75^ come istituzioni (fonte: WEF);
  • 85^ come sicurezza e contrasto al terrorismo, 73^ come affidabilità ed etica delle istituzioni private (fonte: WEF);
  • 151^ nel 2016 World Press Freedom Index (fonte); 71^ nel diverso indice curato da Freedom House (fonte);
  • 53^ nella libertà in generale (non specificatamente di stampa) sempre per la Freedom House (fonte);
  • 135^ nel Global Peace Index (fonte) che segnala la pericolosità e la violenza nel Paese.

Alcuni di questi indici sono metodologicamente approssimativi, come abbiamo più volte denunciato su queste pagine, ma tutti assieme, sia pure senza pretese di esattezza e solo come colpo d’occhio, disegnano un paese illiberale, violento, corrotto.

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