E la spesa pubblica? Bene, grazie…

spendaccioni

Il vertice europeo di Bratislava è stato definito deludente dal nostro Primo Ministro Matteo Renzi, che ha rimarcato la sua distanza dal duo Merkel-Hollande in una conferenza stampa tenuta da solo. La verità è che, pressato dalla scadenza referendaria, Renzi sta tentando di “strappare” alla sorveglianza dell’UE l’autorizzazione a chiudere il bilancio del 2016 con un deficit ben più alto di quello programmato, per poter finanziare spese come i bonus per i diciottenni, quelli per i pensionamenti anticipati, quelli per i lavoratori autonomi, i tagli all’Ires per le imprese, l’aumento delle pensioni minime, e magari il prolungamento degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato. Non passa settimana senza che Renzi dichiari che le spese per lo scopo X o Y dovrebbero “restar fuori dal patto di stabilità”, fregandosene allegramente degli impegni presi già più volte dall’Italia nell’ambito del Fiscal Compact e già “interpretati con flessibilità”, o del fatto che, piaccia o no, abbiamo inserito nella Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio.
Non troppo sorprendentemente, dai nostri partner si sono rapidamente levate alcune voci autorevoli, come quella piuttosto aspra del presidente della Bundesbank Jens Weidmann e quella apparentemente più conciliante del commissario UE Pierre Moscovici, a ricordare che le regole valgono anche per noi, più o meno flessibili che siano.

Qui su Hic Rhodus abbiamo più volte manifestato la convinzione che sia davvero paradossale che l’Italia debba litigare con i partner europei per ottenere di potersi indebitare ancora di più, quando è proprio il peso del debito pubblico a costituire una delle nostre principali debolezze strutturali. Periodicamente, i nostri governi (eccetto forse quello Monti, che tagliò effettivamente la spesa e approvò la detestata e salvifica Legge Fornero) fingono di voler effettuare una Spending Review, incaricano un esperto di individuare i possibili tagli alla spesa, e poi, quando lui consegna un pacchetto di misure che dimostrano che la spesa, volendo, si può tagliare, lo congedano e chiudono le sue raccomandazioni a chiave in qualche cassetto, oppure le usano per finanziare nuove spese, spesso non più ragionevoli di quelle tagliate.

Di questa “liturgia della Spending Review” fa parte a pieno titolo, dopo un periodo di riserbo, qualche esternazione da parte dell’ultimo “inutile esperto”, che di solito difende la propria credibilità rendendo pubblici i motivi della cessazione del suo incarico e sottolineando quello che il governo di turno avrebbe potuto fare ma ha deciso di non fare. L’ultimo in ordine di tempo a recitare questa scena è stato Roberto Perotti, che, ad esempio in questa lunga intervista al Corriere, ha dichiarato “io ero andato lì, e vi ero stato chiamato, per ridurre la spesa pubblica. Mi sono reso conto che, per decisioni politiche che rispetto, è stato deciso di non ridurla seriamente”.

Piuttosto eloquente è il grafico qui sotto, tratto da un articolo sul sito Linkiesta.it dal significativo titolo Italia spendacciona, l’impero della spesa pubblica colpisce ancora. Come si vede, grazie soprattutto al Quantitative Easing deciso dalla BCE, l’Italia ha beneficiato dal 2012 al 2015 di un calo della spesa per interessi sul debito pari a circa l’1% del PIL, ossia circa 16 miliardi di Euro. Secondo l’OCSE, nel triennio 2015-2017 il beneficio per l’Italia derivante dal QE sarebbe complessivamente del 2,2% del PIL, circa 35 miliardi. Si tratta di cifre notevoli, di cui l’Italia beneficia grazie sostanzialmente al fatto che i suoi titoli di Stato sono regolarmente acquistati dalla BCE a tassi artificialmente bassi (oltre che al tanto disprezzato Euro); basterebbe che la BCE abbandonasse il QE e noi ci ritroveremmo rapidamente in guai piuttosto grossi.

indicatori-spesa-pubblica

Indicatori del bilancio pubblico italiano – Fonte: Linkiesta

Quindi vogliamo sostenere che, in una fase di stagnazione economica, l’Italia dovrebbe rinunciare a usare la leva della spesa pubblica per sostenere l’economia? In realtà no: le buone regole dicono che in queste fasi negative una spesa pubblica anticiclica è efficace. Il problema è che, proprio a causa del nostro livello di debito pubblico, le spese che ha senso fare sono quelle in infrastrutture, che (se ben dirette) hanno un effetto potenziale sull’efficienza e sulla produttività del “sistema Italia” in grado di generare un effetto moltiplicatore che superi quello negativo dell’aumento del debito. Ma le spese che il governo dichiara di voler fare sono di tutt’altra natura, e più che in funzione dell’efficacia economica sembrano dirette a ottenere consenso, in una fase di popolarità non brillante per il Premier. E la spesa ingrassa.

 

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