Se la Turchia diventa una nuova Siria

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Quel che accade nella vicinissima Turchia è di una drammatica pericolosità per noi tutti. Lasciamo stare i diritti civili calpestati, l’ambiguità con Isis, il sogno neo-ottomano di Erdogan e i suoi ricatti all’Europa (tutti argomenti già trattati in questo blog). Se guardiamo con un po’ di cinico realismo l’attuale situazione dobbiamo preoccuparci per il possibile precipitare della crisi interna in stile siriano, con una guerra civile che da strisciante diventa conclamata, con le conseguenze che stiamo per vedere. È dal 2015 che gli attentati si moltiplicano con sempre maggiore frequenza, rivendicati da Isis (Daesh) e curdi (fonte con elenco e mappa). Il picco di attentati nel 2015 e 2016 è impressionante dopo anni di relativa calma (fonte) riflettendo con tutta evidenza la debolezza di Erdogan che si trova nel momento più critico del suo governo.

La purga seguita al (vero?) tentativo di golpe del Luglio 2016 ha decapitato esercito e forze di polizia. Si stima che un terzo delle forze armate sia stato allontanato (o arrestato), oltre a una metà di generali, con un impatto che – fuori dalle dichiarazioni ufficiali – viene valutato ampio e di lungo termine (fonte). Peggio accade per le forze di polizia. Come ha dichiarato Ahmet Yayla

Over 30,000 people were fired, so what do you expect? All the experienced intelligence — chiefs, officers, majors, lieutenants, captains — they’re all gone. The rest is the traffic police officers, riot police officers — they don’t know anything about investigations.

Yayla, ex alto ufficiale turco del controterrorismo, a sua volta purgato come gulanista, racconta di come la polizia sia al momento rinforzata con personale di bassi standard ma leale al governo, con soli quattro mesi di addestramento – poiché Erdogan ha chiuso l’Accademia di polizia. Il risultato di tutto ciò è la perdita di capacità investigativa e di contrasto al terrorismo (fonte).

In questo momento di crisi degli apparati di sicurezza Erdogan ha compiuto una pericolosa giravolta geopolitica: da avversario di Assad e sostenitore dei ribelli sunniti, con frizioni pericolose verso la Russia (l’abbattimento turco del Sukhoi russo è del Novembre 2015) ad alleato proprio dei russi a sostegno di Assad (sciita). Cos’è successo? È successo che niente funziona in maniera lineare e facile da prevedere, e la complessità di una situazione con molti attori in gioco ha creato un domino di causalità che hanno in un certo senso costretto Erdogan a trovare ossigeno in un nuovo campo di gioco. Semplificando: l’Europa si mostra insofferente verso la Turchia anche (e soprattutto) dopo l’accordo sugli immigrati; a luglio il golpe (finto?) e la dura repressione che porta l’UE a distaccarsi ancor più dal regime (risoluzione UE 24 Novembre votata a larghissima maggioranza per la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione); la Nato (e quindi gli Stati Uniti) sono in sempre maggiore imbarazzo verso questo partner ormai ingestibile. Anche la Russia ha da qualche anno rapporti sempre più roventi con l’Europa e la NATO, e la sua decisione di appoggiare l’Iran e bombardare i ribelli anti-Assad hanno costituito un colpo per l’instabile status quo dell’area. La perversa alleanza turco-russa segna quindi il costituirsi di un possibile nuovo blocco in funzione anti europea e anti NATO. La “perversione” è dovuta a diversi fattori: la Russia è sempre stata la grande nemica dell’Impero Ottomano prima e della Turchia poi, motivando la seconda alla sua appartenenza all’Alleanza Atlantica; la stragrande maggioranza della popolazione turca è sunnita; Assad è sempre stato un nemico giurato di Erdogan. Ma tutto questo è stato cancellato in un colpo solo di spregiudicata realpolitik mediorientale: Erdogan ha ottenuto un’alleanza contro i curdi del Rojava, una vendetta contro Europa e NATO, la possibilità di un rilancio della sua azione di governo.

Aggiungiamo che l’economia turca, la cui espansione ha portato Erdogan al successo politico, è ora in grave crisi (alcuni dati abbastanza recenti in un nostro precedente post) e genera scontento in una popolazione che si divide anche sul giudizio verso Gulan; Erdogan è intoccabile, specie dopo il golpe fallito (una sceneggiata?), ma per portare avanti la sua visione neo-ottomana ha bisogno di continuare ad avere un ampio sostegno interno, alimentato dal pericolo dell’usuale nemico interno (i tradizionali curdi) ed esterno (oggi l’Europa traditrice e infida).

La situazione finale è di un’ambiguità lacerante: la Turchia sta nella Nato ma è alleata della Russia, combatte con lei pro-Assad e continua a minacciare l’Europa sulla questione dei migranti. Di fatto la Turchia si muove ormai indipendentemente dalla Nato e in contrasto con essa, ponendo una forte premessa alla crisi dell’Alleanza. Le conseguenze sono inimmaginabili ma avrebbero conseguenze probabili su questi fattori:

  1. l’Europa vedrebbe dissolversi l’(ipocrita) accordo per il contenimento dei migranti, con un acuirsi dei flussi e conseguenze politiche interne nei vari Paesi; le relazioni economiche in vigore sarebbero probabilmente ridiscusse con conseguenze economiche per gli investitori europei;
  2. la Nato si troverebbe in una situazione di enorme difficoltà che costerebbe nuove gravi frizioni con Mosca e l’apertura di un nuovo fronte caldo ai confini con la Grecia;
  3. l’alleanza in fieri fra Cina e Russia per la creazione di un nuovo baricentro geopolitico troverebbe nuovi alleati importanti (dopo l’improponibile Duterte).

Se invece il rocambolesco salto mortale di Erdogan si dovesse rivelare perdente, se i vecchi e nuovi nemici dovessero concentrare i loro sforzi per dare la spallata al regime, se il popolo turco abbandonasse almeno in parte il Califfo e si avviasse un processo di disgregazione interna, certamente sanguinosa e dolorosa, oltre ai punti precedenti se ne aggiungerebbe un quarto altrettanto drammatico, quello del flusso indisturbato di miliziani islamisti verso le basi balcaniche (già presenti e attive) ponendo nuovi e gravissimi rischi per la nostra sicurezza. Anche se entra nel quadro delle possibilità, la Turchia probabilmente non diventerà una nuova Siria ma non sarà più nemmeno il vecchio stato mediorientale ma laico e alleato dell’Occidente che abbiamo conosciuto fino ai primi anni di Erdogan. Cambieranno gli assetti politici di tutta l’area, certo, ma qui parliamo dei veri confini dell’Europa, di un grande partner commerciale, del secondo esercito più potente della Nato (prima delle purghe). Un intreccio di fattori che, andando in crisi, ci farà davvero male.

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