Note a margine di due processi… alla scienza

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Il prof. Enzo Boschi ha cortesemente accettato di commentare per noi il processo alla Commissione Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila.

Durante la riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo 2009, una settimana prima del terremoto del 6 aprile 2009, tra l’altro dichiarai che:

I periodi di ritorno dei forti terremoti sono dell’ordine di due o tremila anni.

Su questa affermazione il PM ironizzò con asprezza durante la sua requisitoria nel processo di primo grado.
Tuttavia è un’affermazione scientificamente e indiscutibilmente corretta. Si riferisce a terremoti di magnitudo 7, come quello disastroso del 1703.
Il periodo di ritorno è il tempo che passa fra un terremoto e l’altro sulla stessa struttura sismogenetica. Si ricordi che un terremoto di magnitudo 7 è un terremoto fortissimo: è una trentina di volte superiore a uno di magnitudo 6 che è più o meno la magnitudo della scossa del 6 aprile 2009.
Due o tremila anni sono un tempo lunghissimo su scala umana ma breve su scala geologica.
La validità della mia affermazione si basa su quattro insiemi indipendenti di dati.
2000 anni è innanzi tutto il periodo di tempo per cui in Italia abbiamo informazioni storiche attendibili. Un terremoto fortissimo viene sempre ricordato con testimonianze e scritti di persone colte  che hanno sempre abitato il nostro Paese. Non si ha nessuna traccia storica di un terremoto come quello del 1703, esattamente nella stessa zona del 1703.
Ma le informazioni storiche potrebbero essere incomplete. Posso però anche affermare che almeno 2000 anni è il tempo necessario per far sì che le zone sismogenetiche che hanno prodotto quel terremoto siano rimesse in grado di produrre un altro terremoto della stessa entità.
Un terremoto è una frattura delle rocce crostali. Frattura che è conseguenza della deformazione che subiscono le rocce a causa della dinamica interna del nostro Pianeta.
I processi di deformazione sono lentissimi ma sono misurabili con sismografi, geodimetri e con osservazioni da satellite.
Si può così verificare che deformare la zona fino al punto di portarla a una frattura equivalente a un terremoto di magnitudo 7 sono necessari tempi dell’ordine dei millenni.
Questa affermazione è stata verificata anche tramite osservazioni  paleosismologiche. La Paleosismologia è una branca della moderna Sismologia che individua  tracce geologiche di antichi terremoti e ne stabilisce l’età .

Sto parlando, sia chiaro, del ripetersi di terremoti che si verificano esattamente nella medesima struttura sismogenetica. In altre parole affinché esattamente nella stessa struttura sismogenetica si verifichi un terremoto di magnitudo molto elevata deve passare un intervallo di tempo dell’ordine dei millenni dopo l’ultimo terremoto di altrettanta elevata magnitudo.
Insomma dati storici, dati sismologici, dati geodetici da terra e da satellite, dati paleosimologici consentono di affermare con un notevole livello di confidenza che il periodo di ritorno sulla stessa struttura di un terremoto di magnitudo 7 o più supera i 2000 anni. Ma  non si può mai escludere completamente un terremoto tanto grande. L’affermazione è tutt’altro che tranquillizzante e sommessamente mi permetto di dire che il PM avrebbe fatto bene a chiedermi spiegazioni in una delle due volte in cui mi interrogò. Invece non mi contestò mai niente tanto che mi ero convinto che sarei stato assolto in primo grado. Per sostenere le mie  considerazioni durante la riunione mostrai mappe preparate appositamente.
Il luogo dove insisteva lo sciame che ha preceduto la scossa del 2009 non era nella zona epicentrale del 1703. È anche per questo che ho potuto considerare poco probabile la ripetizione del 1703 che effettivamente e fortunatamente non si è ripetuto.
Nelle mappe che mostrai erano accuratamente riportate tutte le faglie sismogenetiche attive che siamo stati in grado di individuare nel corso delle ricerche effettuate negli ultimi trent’anni.
Descrissi anche  la situazione geodinamica della zona in tutta la sua complessità: in quei giorni era in corso anche una sequenza sismica in prossimità di Sulmona.
Durante la riunione la storia sismica aquilana e abruzzese fu adeguatamente rappresentata  anche da Giulio Selvaggi che aveva preparato una relazione accurata sulla sequenza in corso che fu distribuita a tutti i presenti.

Nella moderna sismologia si identificano le faglie attive per poi cercare di comprenderne l’evoluzione. E  si cerca di stabilire il periodo di ritorno per ogni faglia.
I periodi di ritorno come sono stati calcolati dai consulenti del  PM del processo di primo grado sono di scarsa utilità. Si  calcolano contando quanti terremoti di una certa magnitudo si sono verificati in un certo periodo di tempo in una certa zona. Per esempio: se negli ultimi 1000 anni in una certa regione si sono verificati 10 terremoti di magnitudo 6 si conclude che il periodo di ritorno per quella regione e per quella magnitudo  è di 100 anni. Un’informazione  del tutto inutile perché per esempio sappiamo che esiste il fenomeno del clustering cioè del raggruppamento di forti terremoti in un intervallo ristretto di tempo e poi due-trecento anni di sostanziale tranquillità. Una singola faglia ben definita ha le sue caratteristiche specifiche e la sua evoluzione e non può essere trattata statisticamente insieme a faglie con caratteristiche diverse.
È ovvio che se considero l’intero Abruzzo, come hanno fatto i consulenti del PM di primo grado,  troverò numerose  faglie e quindi molti terremoti e avrò periodi di ritorno molto più brevi. Ma i confini amministrativi non hanno alcun significato geodinamico.
L’informazione data dai consulenti al PM non è che una semplice curiosità di nessuna utilità operativa.  Se considero tutto il territorio nazionale posso affermare che abbiamo una scossa di magnitudo 6 o più ogni quattro anni circa. Se considerassi tutto il Pianeta avrei una scossa di magnitudo 6 o più al giorno!

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Considerando le faglie singolarmente con il loro potenziale e le loro caratteristiche insieme ad altre informazioni fisiche siamo riusciti a produrre la mappa di pericolosità sismica per tutto il territorio nazionale che consente di conoscere punto per punto l’accelerazione che il suolo potrebbe subire a causa di terremoti. È l’accelerazione del suolo il parametro con cui rappresento la pericolosità in quel punto e dal quale gli ingegneri sismici partono per progettare in maniera adeguata. Questa mappa, sull’onda dell’emozione del terremoto di San Giuliano di Puglia, nel 2004 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale come DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri). Nel 2009, in conseguenza del terremoto aquilano, è divenuta legge dello Stato.

La mappa di pericolosità è stata mostrata alla riunione del 31.03.2009 insieme alle mappe delle faglie attive per evidenziare l’alta pericolosità sismica dell’Abruzzo. Mappe e il rapporto sulla sequenza sono state preparate con grande diligenza, con molta prudenza, il massimo della perizia di cui siamo capaci e sulla base di valutazioni estremamente accurate.
Che stessimo dando un messaggio tutt’altro che rassicurante è stato ben compreso dal Sindaco de L’Aquila, responsabile della protezione civile nella sua città, tanto che arrivò a chiedere lo stato di emergenza il giorno dopo la riunione. Era presente anche l’Assessore regionale alla Protezione Civile che, per il  titolo V della Costituzione, è la massima autorità in materia di Protezione Civile nella sua Regione. Assessore e i vari funzionari presenti  alla fine della riunione avevano a disposizione un rapporto e mappe che rappresentano al meglio delle nostre conoscenze la situazione sismica aquilana. Anche la PC abruzzese prese  misure di cautela anche se poi si è “cercato di dimenticare”.

Durante il processo di primo grado e durante quello d’appello si è fatto riferimento a un mio lavoro scientifico del 1995 da cui si evincerebbe che sapevo che stava per arrivare un terremoto a L’Aquila. Argomento ampiamente utilizzato dal PM e dal Giudice di primo grado per condannarmi.
Fermo restando che proprio in base alla mappa di pericolosità sismica che citavo prima in qualunque momento un terremoto di magnitudo 6 può verificarsi quasi dappertutto in Italia posso dimostrare che alle  conclusioni del mio lavoro si è dato un significato diametralmente opposto a quello autentico.
Innanzi tutto il lavoro é pubblicato su BSSA (Bollettino della Società Sismologica Americana), la rivista di Sismologia più prestigiosa al mondo. Per essere pubblicato il lavoro viene valutato da due o tre Referees, cioè da colleghi che agiscono come arbitri (anonimi) della validità del lavoro. Sulla  base del loro giudizio  uno o due editori della rivista ne decidono la pubblicazione. Una volta pubblicato tutta la comunità scientifica può analizzarlo. Si cercherà di dimostrare che è sbagliato per stabilire se è corretto. È il metodo scientifico: nasce con Galileo che sostituisce l’ipse dixit aristotelico per arrivare a Popper che ne darà una versione più articolata.

Per giudicare un lavoro scientifico bisogna innanzi tutto capire quali sono i propositi che l’autore si propone. Nel caso del mio lavoro del 1995 mi ponevo un problema molto ambizioso: non sappiamo prevedere i terremoti nel senso che non sappiamo dire quando si verificheranno; ma disponendo di tanti dati strumentali, geologici, storici… si può stabilire qual è la zona sismica, fra le tante, che verrà colpita per prima?
Non si tratta di fare una previsione, nel senso di dire quando si verificherà il sisma, bensì trovare ragionevoli argomentazioni per cominciare opere di prevenzione nella zona che verrà colpita per prima anche se non si sa quando.
Per tentare una risposta abbiamo diviso il territorio nazionale in tante porzioni e abbiamo calcolato con analisi statistiche dei dati disponibili quale  di queste sarebbero stata colpita per prima. È venuto fuori che due zone sarebbero state colpite prima di tutte le altre:  in Abruzzo e nella Sicilia Orientale. Poi ci siamo posti il problema di stabilire il livello di confidenza che si poteva dare al risultato trovato. Il risultato non poteva essere considerato utilizzabile in termini di Protezione Civile. Questo proprio per il clustering di cui parlavo prima.
Il lavoro è comunque utile perché stabilisce che non è possibile individuare elementi che consentano una gerarchia temporale dei possibili eventi sismici e che non esistono tecniche statistiche che consentano valutazioni di pericolosità contenenti la variabile tempo anche in Paesi, come l’Italia, che ha un banca dati molto ampia che va oltre i duemila anni.

Insomma:  già era chiaro che allo stato attuale delle conoscenze è impossibile la previsione deterministica, quella basata sui fenomeni cosiddetti precursori. Con il lavoro del 1995 e altri successivi si stabilisce che anche le previsioni statistiche sono inaffidabili. Questo non è piaciuto a gruppi che monetizzavano questo tipo di previsioni con le Assicurazioni. Tanto che alcuni membri di questi gruppi da Paesi lontani sono venuti al processo di primo grado a testimoniare contro di me, mi dicono a loro spese. Un’avvocatessa di parte civile li ha citati al processo d’appello, con nome e cognome e quindi posso citarli anch’io.
Comunque assumiamo pure  che io non sia credibile, che racconti queste cose solo per salvarmi la faccia. Tuttavia penso che siamo tutti d’accordo che non si può non accettare il responso della Natura: nel 1997, due anni dopo la pubblicazione del mio lavoro, ci furono, come tutti ricorderanno, due scosse di magnitudo 6 in Umbria…. Successivamente ci fu il terremoto di San Giuliano di Puglia…È ragionevole quindi pensare  che il lavoro del 1995 non aveva le capacità predittive attribuitegli da PM e Giudice con grande enfasi accusatoria! Bastava il buonsenso!
Non sarà stato un processo alla Scienza, come tutti continuano a ripetere. Mi si consenta comunque di non considerare accettabile che un lavoro scientifico possa avere conseguenze legali per l’autore. Ho scritto circa seicento pubblicazioni insieme a tanti miei colleghi cercando, nei limiti delle mie capacità, di trovare modi e strade per migliorare le nostre conoscenze sui meccanismi sismici…

Allo stato attuale delle nostre conoscenze non è possibile alcun tipo di previsione dei terremoti. Non è possibile rassicurare perché anche rassicurare è una previsione.
Resta solo la prevenzione partendo dalla mappa di pericolosità sismica che fornisce punto per punto per tutto il territorio nazionale i parametri necessari per costruire in maniera sicura.
Se adesso mi si chiedesse  se può esserci un terremoto in una certa zona sismica in un certo intervallo di tempo risponderei che è poco probabile ma che non posso escluderlo. È improbabile nel senso che i fenomeni di magnitudo 6 o più sono molto rari ma non si potrà mai escludere perché una zona sismica resterà sempre sismica. Poco probabile non significa che non si verifica!

Non  si può prevedere quando i terremoti si verificano né quando non si verificano. Si usano i termini “precursori” o “premonitori” solo a posteriori dopo che si è verificato il terremoto forte o scossa principale.
Il termine cominciò a essere usato quando il meccanismo del terremoto iniziò a essere capito.
Il lungo processo di deformazione delle rocce crostali modifica alcune proprietà delle rocce stesse: fisiche, chimiche, elettromagnetiche. Si è sperato per un certo periodo di tempo che il monitoraggio attento e continuo di queste variazioni di  parametri consentisse di stabilire in anticipo il verificarsi di un terremoto.
Purtroppo ancora non si è riusciti a collegare queste osservazioni al momento in cui si verificherà il terremoto.
Escludo che, allo stato delle nostre conoscenze, una sequenza di scosse possa far prevedere un terremoto forte. Escludo che incrementi nella magnitudo delle scosse possano far preconizzare il verificarsi una scossa violenta. Escludo e non “escluderei” come riporta uno dei verbali.
Dal 2009 a oggi, solo in Italia,  si sono verificate una trentina di sequenze sismiche anche più  intense di quella aquilana in zone ad alta pericolosità senza che nulla poi succedesse.
Alcune sono ancora in corso e, che io sappia, nessuna disposizione precauzionale è stata presa.

I dati che provengono dalla rete sismica nazionale sono disponibili in tempo pressoché reale a tutta la comunità scientifica italiana e internazionale. In particolare gli esperti che hanno espresso opinioni, anche al processo, sul nostro operato erano in grado di vedere e giudicare quello che stavamo facendo, disponendo esattamente delle stesse informazioni di cui dispongono i ricercatori INGV. Sono persone pagate dallo Stato italiano in quanto dipendenti pubblici, si definiscono esperti in materia sismologica e non hanno sentito il dovere di informarci delle loro considerazioni che, con il senno di poi, hanno manifestato con tanta energia. Hanno spiegato solo dopo il terremoto che cosa avremmo dovuto fare. Ma a terremoto avvenuto qualunque idiota può diventare un profeta…

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Il prof. Enzo Boschi

È bene anche ricordare che per liberare l’energia di un terremoto di magnitudo 6 sarebbero necessarie circa 33.000 scosse di magnitudo 3. Supponiamo di avere una sequenza che dura quattro mesi. Avremmo 8000 scosse di magnitudo 3 al mese, 2000 alla settimana, 60 al giorno, tre o quattro all’ora… A L’Aquila quasi tutte le scosse sono state di magnitudo inferiori a 3. E sono state poche centinaia….
In Italia si registrano alcune decina di migliaia di scosse all’anno. Se fosse vero che tante piccole scosse impediscono il verificarsi di quelle forti come è stato affermato dai vertici della Protezione Civile, in Italia non avremmo mai avuto scosse forti… Lo stesso discorso varrebbe anche per l’intero Pianeta.

La casa dove abitiamo, sontuosa o modesta che sia, è il luogo dove  ci rifugiamo, dove dobbiamo stare sicuri con le persone a noi care. È un diritto inalienabile come quello  alla salute. Non può essere un luogo da cui scappare, addirittura organizzarci o essere avvertiti per scappare più velocemente possibile. Le moderne tecnologie consentirebbero la nostra sicurezza e non sono particolarmente costose. Su  una sola cosa non ci sarà mai alcun dubbio: sono gli edifici mal costruiti che provocano le vittime. E spesso sono mal costruiti  per incrementare oltre il lecito i guadagni.
Il reato per cui ero stato  condannato (negligenza, imprudenza, imperizia, valutazione approssimativa…) potevo averlo commesso solo durante la riunione della CGR del 31.03.2009 fra le 18.30 e le 19.30. Non dissi niente prima della riunione e niente dopo di essa. Il nostro contributo, documentato su un rapporto e da una dozzina di mappe,  è al massimo livello scientifico possibile.

Se si legge il Comunicato dell’INGV sull’attività sismica in corso nella zona dell’Aquila inviato il  13 marzo all’Ufficio Sismico e alla Sala Situazioni Italia della Protezione Civile Nazionale e alla Sala Operativa della Regione Abruzzo:

La Rete Sismica Nazionale dell’INGV sta registrando dall’inizio dell’anno un’attività frequente e di bassa magnitudo nella zona dell’Aquila. Dall’inizio dell’anno sono stati localizzati oltre 160 terremoti, tutti di magnitudo inferiore a 2.9. La maggior parte dei terremoti si localizza in un’area molto piccola (4-5 km in pianta), mentre un altro piccolo gruppo di eventi viene localizzato circa 15 km a nordovest. Il rilascio sismico è quello definito a “sciame”, ossia senza una scossa principale e relative repliche, presentando una distribuzione irregolare nel tempo dei terremoti più forti. Negli ultimi giorni l’attività sismica è diminuita come frequenza delle scosse. Ieri, 11 Marzo, è stata localizzato un solo terremoto di magnitudo pari a 2.9 nell’area in oggetto, mentre oggi non si sono registrati terremoti nell’area. Allo stato attuale delle conoscenze, si può affermare che la sequenza dei mesi scorsi non ha alterato, dunque né aumentato né diminuito, le probabilità di occorrenza di forti terremoti nella zona. Si può affermare, inoltre, che previsioni basate su precursori di varia natura (geochimici e/o geofisici) non sono attualmente considerati affidabili dalla comunità scientifica.

si capisce subito che non è certamente dall’INGV che viene la teoria delle piccole scosse che scaricano… e che impediscono scosse più forti: un’autentica sciocchezza!
Il comunicato non l’abbiamo diffuso perché l’articolo 7 dell’allegato tecnico della Convenzione INGV-DPC recita

L’ INGV si impegna a non diffondere dati e notizie su eventi sismici… valutazioni di pericolosità senza la preventiva autorizzazione del Dipartimento della Protezione Civile….

Contributo scritto per Hic Rhodus da Enzo Boschi
Laureato in Fisica. Ordinario di Sismologia, Università di Bologna,
dal 1975. Accademia dei Lincei, Royal Astronomical Society, American
Geophysical Union. Presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica 
e Vulcanologia dal 1982 al 2011.

One comment

  • Ottimo articolo; spero che questa vicenda termini il prima possibile, e si cominci ad indagare sui veri responsabili di quelle morti: coloro che hanno costruito male.

    L’incompetenza di alcuni giudici è davvero preoccupante, a mio avviso. Ancor di più se si pensa che sono “intoccabili”.

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