Legittima offesa

Smith-Wesson-M-P-tiro

L’argomento della legittima difesa è antico ed è collegato a quello pure antico ma superato della legittima vendetta. Ha una definizione semplice: giustizia fai-da-te.

Anticamente la legittima vendetta aveva trovato una regolamentazione nella nota legge biblica del “Taglione”. Quando uno avrà fatto una lesione al suo prossimo, gli sarà fatto come egli ha fatto: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro” (Levitico 24:19-20). Come è noto la Bibbia era non solo un testo sacro per la sua natura religiosa, ma anche “profano” in quanto conteneva le regole di convivenza e dunque era considerato come un Codice. La “talionis lex” (adottata anche dai Romani) era destinata sì a legittimare la vendetta, ma soprattutto (contro la comune credenza) a limitarne la legittimità ad una misura equa espressa grossolanamente come dente per dente ma essenzialmente “equivalente”. In soldoni non puoi ammazzare impunemente uno che ti ha rotto un dente o anche cavato un occhio.

Nelle legislazioni moderne (e civili) la giustizia-fai-da-te è proibita in qualsiasi sua manifestazione essendo l’autorità di fare e far applicare le leggi demandata alla sovranità dello Stato sia in campo civile sia in campo penale. Se la vendetta (per definizione cronologicamente successiva all’offesa) è proibita in modo assoluto non lo stesso si può dire della reazione immediata all’offesa, cioè quella che si definisce “legittima difesa”. Uno dei pochissimi casi in cui la Legge ritiene di non dover punire l’autore di un atto di violenza su altra persona. Essa però deve rispondere a determinate situazioni giustificanti tra cui, essenziali:

  • La minaccia (reale o realisticamente ipotizzata) alla propria (o anche altrui) persona.
  • La commisurazione della reazione all’entità dell’offesa reale o presunta (altrimenti si incorre nell’eccesso di legittima difesa, che non è legittimo).
  • L’effettiva contestualità di azione e reazione.

Un compito davvero difficile per il magistrati inquirenti e giudicanti!

Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un incremento di casi di atti criminosi contro il patrimonio ed in particolare di furti e rapine e, di conseguenza, anche a quello di reazioni violente dei cittadini vittime designate di quegli attacchi. Si tratta certamente di una situazione di cui lo Stato deve farsi carico poiché ad esso compete, tra gli altri, il dovere di preventiva tutela della sicurezza dei propri cittadini prima ancora del suo intervento in sede di giustizia per la punizione dei reati. La domanda che si pone attualmente è: se questo aspetto risulta carente dobbiamo ritenere conseguentemente da estendersi le ipotesi in cui una reazione violenta e in particolare “armata” dovrebbe essere considerata anche giuridicamente legittima? Ho sottolineato ‘anche’ poiché si tratta di una di quelle situazioni in cui la reazione viscerale popolare sempre divampa, esplode, dilaga e non esiste più alcuna possibilità di ricondurla a valutazioni pacate, razionali e tantomeno giuridiche.

Questo è pur sempre un livello di discussione legittimo ma diventa intollerabile senza appello quando su quel livello si organizzano manifestazioni di strumentalizzazione politica della legittima esasperazione dei cittadini da parte di quei partiti e organizzazioni fondati – proprio essi – su principi di bieca violenza. Ognuno, ovviamente, ha diritto alle proprie opinioni personali sulla questione, ma sarebbe bene mantenerle nel contesto dell’imprescindibile principio dell’illegittimità di farsi giustizia da sé e sgombrare quindi il campo da “opinioni”, prive di argomentazione seria e razionale, del tipo “Se non ci pensa lo Stato ci pensiamo noi” e simili.

Un altro aspetto inaccettabile è quello di formulare un proprio giudizio in funzione della persona che è rimasta vittima della presunta legittima difesa. “Era un delinquente se l’è meritata” “Se stava a casa non gli succedeva niente” “i delinquenti devono stare in prigione non in giro a minacciare le persone perbene” e via sciorinando (e un poco anche orinando). Spostandosi sulla figura della presunta vittima trasformatasi in giustiziere la sentenza di assoluzione è scritta a priori : “Ha fatto bene, io farei lo stesso” “Cosa doveva fare, farsi ammazzare?” “Per me è un eroe”. (Che un eroe non rischia per difendere se stesso ma per difendere altri è concetto troppo difficile, ma se questo è il popolo c’è poco da sperare.)

Non dimentichiamo che i giudizi sono formulati sempre ex post e sono quindi condizionati da preconcetti e pregiudizi. La questione dunque va riportata a livelli meno viscerali e mediatici e più riflessivi. Nel caso, specifico, di persone che si introducono o tentano di introdursi in casa di altri in loro presenza per rubare o, ancor peggio, per rapinare, è indiscutibile che la vittima predestinata (o le vittime, in caso di famiglie) :

  • Non si troverà certo nelle migliori condizioni per valutare le circostanze e soppesare l’adeguatezza della sua reazione
  • Non sarà, nella maggior parte dei casi, in grado di conoscere e valutare le intenzioni dei criminali e soprattutto i mezzi di offesa che potrebbero usare
  • Avrà reazioni diverse secondo che sia di indole pacifica o aggressiva e che sia pavido o coraggioso.

Dunque in tali casi, anche trattandosi di un avventato ladruncolo armato solo di trincetto per unghie, l’eventualità di un tragico epilogo è da mettere in conto. Queste sono dunque le ipotesi che si dovrebbero appurare per, e prima di, formulare giudizi di ogni natura. Ma dobbiamo aggiungere anche una “variabile” non irrilevante: il possesso di armi da fuoco. (Ai fini di queste considerazioni è invece irrilevante la legittimità del loro possesso, ma merita certo altre sedi e fasi di attenzione. Personalmente ho la sensazione che il porto d’armi sia concesso spesso anche a cani e porci).

E siamo certi che il rischio di finire male sia elemento sufficientemente dissuasivo?

Non è dunque facile, anzi in alcuni casi è molto difficile una corretta valutazione e dobbiamo pensare che ogni singolo caso faccia storia a sé e non si possa generalizzare. In tema di episodi, tra i tanti, ne rammento alcuni ai due limiti

  • Il caso del calciatore laziale entrato con pistola giocattolo nella gioielleria di un amico gridando “questa è una rapina” e subito freddato (presunzione fondata di legittima difesa).
  • Il caso di un signore a Cinisello che si affacciò alla finestra e vedendo alcune persone armeggiare intorno alla sua Alfa Romeo (frutto di sacrifici) gli gridò di andarsene e poiché non lo facevano prese il fucile e ne freddò un paio (omicidio volontario).

Nel primo caso la gente prese le difese della vittima mentre nel secondo prese le difese del fuciliere. Sono dunque molti i retroterra psicosociologici che stanno alla base della reazione di quello che, ancora e sempre, altro non è che il popolino.

Mentre preferisco non entrare nel merito del caso più recente prima che siano chiariti alcuni aspetti incerti e sospetti, in ogni caso ribadisco che resta fondamentale che una comunità civile debba distinguere sempre tra:

  • Legittima difesa (non punibile).
  • Eccesso di legittima difesa (punibile con la prevista riduzione).
  • Omicidio volontario (da punire secondo legge).

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Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

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