Popolo, democrazia ed esercizio della sovranità

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La natura dell’uomo dall’inizio della sua storia lo porta ad interessarsi di se stesso e, al massimo, del suo nucleo familiare. Non si tratta di una scelta influenzata da un ragionamento ma dalla semplice realtà dell’era primordiale in cui l’unico scopo essenziale della vita era la sopravvivenza. La dinamica dell’evoluzione lo ha poi portato a considerare conveniente l’aggregazione (inizialmente in gruppi, poi tribù) che consentissero maggior sicurezza e una possibile condivisione e sostegno reciproco. Il concetto di “comune” e forse l’unica esperienza storica positiva di similcomunismo.

Ben presto però dovettero accettare (non so se volenti o nolenti) l’idea di essere guidati da un capo (scelto o impostosi) e questo elemento è rimasto saldo nei secoli dei secoli sotto varie forme che la storia a noi conosciuta ci ha tramandato attraverso Tiranni, Re, Imperatori, Dittatori (e un poco anche Papi). Tutte forme che hanno avuto un denominatore comune nella insindacabilità del Capo, unico detentore della non separazione dei poteri legislativo, esecutivo, giudiziario e soprattutto fiscale, con quasi sempre conseguente sopraffazione e sfruttamento di quegli uomini una volta liberi ed ora divenuti “popolo”. I Greci antichi, grazie soprattutto ai loro inimitabili filosofi, cercarono di accontentare il popolo proponendogli di essere governato da “pochi ma buoni”. Un esperimento poco esportabile.

Per definizione popolo è quasi sinonimo di popolazione, cioè di gente che vive in un determinato territorio, e in tal senso non mi pare abbia connotazioni positive degne di particolare rispetto e diritti, se non quelli dovuti a qualsiasi essere umano. I Romani però (quelli antichi, senza sindache) vollero distinguere, tra i tanti – e di tante provenienze – abitanti, quelli cui spettava il requisito di “civis romanus” che diventò così il popolo di SPQR. Resta il fatto che anche per ribellarsi alle tirannie il popolo ebbe sempre bisogno di un Capo, o di una ridotta pluralità di capi, e spesso se li ritrovò come peggiori sostituti del Tiranno.

L’era moderna (convenzionalmente datata come inizio 1789  – rivoluzione francese – e non certo 1215 – Magna Carta fasulla di Giovanni senza Terra non riguardante il “popolo”) tenderà a stabilire alcuni diritti fondamentali del popolo non di semplice dignitosa esistenza ma anche di parziale partecipazione alla vita pubblica e istituzionale. Con la sensazione di non essere più soggetti al capriccio di un Capo.

Sarebbe bene chiarire tuttavia che, nonostante il successivo affinarsi delle Carte Costituzionali, tese a consolidare quel concetto impropriamente chiamato democratico, il popolo non ha mai avuto e non avrà mai un reale potere gestionale di uno Stato, ma solo quello, effimero e spesso tragicamente nocivo, di mandare sul trono o di detronizzare gruppi di persone che si attribuiscono un inesistente o inconsistente incarico di rappresentanza, peraltro raccattato solo da una parte di quella sola metà del popolo che ritiene utile far uso del diritto di voto, e che, in grandissima parte, lo fa seguendo la speranza di soddisfare interessi personali (non di rado meschini); speranza ingenerata da sfruttatori senza scrupoli della incapacità della stragrande maggioranza del popolo di distinguere tra informazione corretta e informazione scorretta o e comunque di formarsi un’opinione non preconcetta ma criticamente valutata dell’informazione veritiera.

Questo scenario è ovviamente riferito solo alle popolazioni di collocazione (o di “adozione”) occidentali, alle quali è consentito il suffragio universale ma quasi mai l’effettiva “sovranità” di cui si ammantano le loro Costituzioni. In Paesi africani e molti asiatici neppure se ne parla.

Anche per la drammatica esigenza del tempo la Costituzione italiana (art.1) dichiara l’appartenenza della sovranità al popolo ma subito dopo specifica che il suo esercizio è regolato nelle forme e nei limiti della legge. Quindi è, coerentemente e giustamente, delegato alle Istituzioni e dunque allo Stato, come deve inevitabilmente essere. Poi, se strumentalmente utile, ogni parte invocherà retoricamente la sovranità del popolo.

E’ tuttavia innegabile che il popolo abbia dei poteri che trovano elevata e forse unica espressione nel voto sia alle elezioni dei rappresentanti locali (ai fini amministrativi) e nazionali ai fini della scelta dei rappresentanti che esercitano (per delega) l’unico potere di cui il popolo può essere depositario formale, il potere legislativo, sia in occasione dei referendum nei quali viene chiamato ad esprimere, direttamente e non per interposto delegato, un’opinione (raramente politica, in assenza delle relative conoscenze e competenze).

Nell’attuale, lungo ed estenuante frangente, il popolo è chiamato addirittura ad esprimere questa opinione su una serie di norme costituzionali concernenti (fortunatamente) non i principi fondamentali ma alcune regole di formazione e funzionamento delle istituzioni rese necessarie sia a fini interni che di rapporti internazionali.

Solo a margine di queste considerazioni quindi rammento che la Costituzione italiana non fu approvata a suffragio universale, ma che a suffragio universale (termine nella pratica assai improprio) fu eletta (06/1947) l’Assemblea Costituente che discusse animatamente e con non indifferenti divergenze molti articoli che infine furono approvati (22/12/1947) con 453 voti a favore e 62 contrari. Non fu quindi soggetta a Referendum popolare, nel qual caso possiamo immaginare quale sarebbe stato il voto di Monarchici, Fascisti, Anarchici e forse qualcun altro. Consapevoli della impossibilità della perfezione i “Padri (ormai Nonni) Costituenti” scelsero di legittimare la revisione delle norme costituzionali con eccezione della sola forma Repubblicana.

Farlo dunque non è né un attentato né un’offesa all’anziana Carta né un capriccio del Capo.

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