VENICE BREAD & BACKFAST. Ovvero mordi e fuggi: il turismo di massa e la distruzione delle città

Macché eustatismo e subsidenza! Un mare di turisti ci sommergerà…
Calano come cavallette scendendo da mostruose navi da crociera, intasano calli, campi (le strade e le piazze) e angoli sperduti della città, bivaccano e organizzano pic nic in ogni dove: scalinate, portici, vetrine, davanzali; imbrattano muri e monumenti, abbandonano ovunque i rifiuti dei pasti portati da casa, siedono sui gradini dei ponti impedendo il passaggio, sostano sull’area di salita e discesa dei mezzi pubblici acquei con monumentali valigie senza spostarsi mai, scattano selfies in continuazione, unica ragione per cui viaggiano: postare sui social il loro faccione con lo sfondo del Canal Grande o del Ponte dei Sospiri… turisti!
Sembrava che la manifestazione di protesta contro il turismo di massa del 2 luglio scorso fosse una questione limitata ai pochi nostalgici, specie in via di estinzione, residenti in una delle città più belle e ricche di storia ed arte del mondo: la Venezia decadente, ancorata ad un passato glorioso e tuttavia ridotta a vendersi le abitazioni di famiglia, persino i magazzini al piano terra, trasformati in bed and breakfast pur di fare ‘schei’ cioè denaro sonante in quantità mai viste prima e soprattutto distribuito a tutti, anche ai non appartenenti alle storiche lobbies del turismo (albergatori, gondolieri e taxisti). Ma il turismo di massa è una piaga globale.
In questi giorni si susseguono articoli allarmati sulla situazione del turismo in città sulle principali testate italiane e mondiali (qui il New York Times, e Gian Antonio Stella sul Corriere). Venezia invasa e ridotta ad una Disneyland del mare da torme di turisti selfie-dipendenti, cialtroni e maleducati, veri e propri vandali legittimati dalle autorità che nulla possono o vogliono fare per limitarne o contingentarne il numero, al fine di restituire vivibilità alla città ed ai suoi abitanti. In nome del profitto, dei posti di lavoro, sacri ed inviolabili, del turismo ‘democratico’ che deve consentire a chiunque, senza distinzione di censo, di poterne godere le straordinarie bellezze. Contraddizioni insanabili tipicamente veneziane? Evidentemente no, dato che la pacifica protesta dei veneziani ha fatto il giro delle principali testate del mondo (chi scrive vi ha partecipato in prima fila al grido di “Mi no vado via” io non vado via); ed ha avuto la sua eco da Dubrovnik alle spiagge di Rio de Janeiro e della Thailandia, persino in alcune città del Nord America come New Orleans e Vancouver a volte con un crescendo di violenza preoccupante, come a Barcellona.

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Ponte della Libertà

I flussi turistici, che nel giro di qualche anno sono aumentati esponenzialmente (si calcola che siano un miliardo gli abitanti del pianeta che lo scorso anno si sono spostati per turismo) stravolgendo le dinamiche urbane di città anche molto diverse dalla fragile Venezia, hanno tutta l’aria di un’invasione; o almeno così la percepiscono gli abitanti delle città che sono diventate meta di un turismo di massa davvero fuori controllo, sia in termini di numeri, rispetto alla popolazione residente, sia in termini di comportamenti irrispettosi e arroganti che portano rapidamente ad un degrado diffuso.
E Venezia resta in prima fila, considerando l’intrinseca fragilità data dalla sua vetustà, dalla natura precaria della sua laguna, dal substrato geo-pedologico su cui è costruita, dall’altissima concentrazione di opere d’arte, a cielo aperto e non, che vi si trovano in uno spazio urbano molto ridotto e di non agevole fruizione per chi non vi è abituato. O non si è informato adeguatamente prima di organizzarvi una visita.
Perché la domanda che ci si pone è proprio questa: che tipo di turista visita in massa le città d’arte italiane, europee e dell’intero globo? E soprattutto: è questo il turismo di cui non si può fare a meno, a causa dell’interminabile crisi economica?
Fin troppo facile ed estremamente economico organizzare un viaggio oggi: nel giro di un’ora si può prenotare volo aereo e alloggio in una delle città più ambite come meta turistica, un tempo riservata esclusivamente ai turisti più facoltosi. Oggi invece a portata anche delle tasche meno fornite: giovani studenti, famigliole con bimbi in fasce, gruppi di vacanzieri che arrivano a bordo di autobus nei quali dormono poi la notte trasferendosi a Firenze o Roma, coppiette ciclomunite con zaino e scarponcini, crocieristi low cost che sbarcano al mattino e rientrano la sera in cuccetta, dopo aver fotografato le mete d’obbligo: Rialto e San Marco…
Sono circa 33 i milioni di presenze l’anno (dati del 2015) una cifra francamente insostenibile. In una città come Venezia, ma anche a Roma, Firenze, Barcellona… da che la Cina ha liberalizzato i visti turistici poi, dobbiamo considerare i milioni di abitanti della Repubblica Popolare che si muovono per turismo: un turista su tre a Venezia è cinese.
I residenti reagiscono, rifiutano l’invasione incontrollata, protestano, spesso inascoltati, propongono soluzioni, formano comitati cittadini molto attivi, ma gli interessi in gioco soverchiano qualsiasi tentativo di regolamentazione dei flussi; catene di alberghi come la A&O che ha appena inaugurato a Mestre un ostello in cui si può pernottare con 12 € a notte, i bambini gratis, compagnie di navigazione che non possono rinunciare nei loro pacchetti-crociera all’entrata in città dalla porta nobile, il bacino di San Marco, compagnie aeree, grandi portali di prenotazioni alberghiere, e tutto il carrozzone globale interessato a mettere le mani su milioni di turisti.
“Business is business, baby”: a chi potrebbe importare dei poco più di cinquantamila residenti del centro storico? Dato che anche per molti di loro si tratta di un business non trascurabile.
Perché Venezia di che cosa vivrebbe altrimenti? E in che modo e di che cosa viveva prima del crescente boom turistico degli ultimi vent’anni?
Credo sia d’obbligo un breve excursus sull’ultimo mezzo secolo della città, per chiarire meglio la situazione. L’esodo verso la terraferma, iniziato negli anni ’60 del Novecento e mai interrotto, ha ridotto a meno di un terzo la popolazione residente in centro storico. Le ragioni che hanno spinto i veneziani a trasferirsi nell’hinterland sono molteplici: elevati costi di ristrutturazione di abitazioni antiche spesso fatiscenti o vincolate dalla Soprintendenza alle Belle Arti, crescente costo della vita causato dai trasporti di merci via acqua e a piedi, disagi causati dalle acque alte (maree eccezionali che periodicamente allagano buona parte della città in autunno ed inverno) e la progressiva scomparsa delle principali attività artigianali ed industriali, sostituite da nuovi posti di lavoro principalmente nell’area industriale di Porto Marghera. Nonostante tutto ciò resisteva un nucleo di residenti che fino a pochi anni fa manteneva ancora viva la città, mescolandosi al crescente numero di studenti universitari fuori sede e nuovi cittadini, non veneziani di origine, che sceglievano questa città per prendervi casa e trasferircisi definitivamente; spesso per amore di una città unica, non solo esteticamente, bensì per lo stile di vita peculiare.

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San Marco

Negli ultimi vent’anni il rapido sviluppo del turismo come fenomeno di massa ha dato ulteriore impulso all’esodo, poiché i proprietari di abitazioni anche modeste hanno visto l’opportunità di realizzare interessanti guadagni destinando la propria abitazione ad affitto turistico o bed & breakfast, o vendendola facilmente a turisti, come seconda casa, o ai proprietari di alberghi che hanno potuto realizzare i cosiddetti ‘alberghi diffusi’, distribuiti in abitazioni contigue all’edificio principale.
Così anche i piccoli negozi e le attività artigianali, caratteristici del tessuto urbano della città, che garantivano servizi capillari ai residenti, non sono più stati necessari ad una popolazione fortemente diminuita; a ciò si aggiungano gli affitti in costante crescita a causa della ben più allettante offerta commerciale derivante dal turismo: al posto di panifici, latterie, remeri e squeraroli (artigiani che costruivano remi e barche tradizionali) botteghe varie di generi di prima necessità, oggi in giro per la città non si trovano altro che negozi di souvenirs, spessissimo made in China, e fast food, per soddisfare le esigenze del turista mordi e fuggi; stanno inoltre proliferando i supermercati, un tempo quasi inesistenti, poiché il turista tipo viaggia molto ‘al risparmio’ ed economizza (o crede di farlo, visti i prezzi del 50% più elevati che altrove) acquistandovi cibarie e bibite.
Un turista che è cambiato drasticamente negli ultimi anni. Questo forse è l’aspetto fondamentale che ci aiuta a capire il fenomeno che sconvolge le città a vocazione turistica nel mondo: qual è il ritratto del turista del terzo millennio? E perché il turismo, risorsa primaria non solo in Italia ma in buona parte del mondo, rischia di distruggere ciò che per millenni era stato costruito da civiltà che vedevano proprio nell’espressione urbana la loro caratteristica peculiare? Venezia può forse essere il simbolo di questo nuovo inarrestabile fenomeno.
Non credo di esagerare quando uso il verbo ‘distruggere’; Venezia mostra infatti i primi segni di cedimento, e non solo dal punto di vista umano e sociale: il moto ondoso, causato dal transito veloce di imbarcazioni a motore, erode le fondamenta degli edifici causando crolli preoccupanti; la chiusura del Ponte dei Bareteri in una delle arterie di maggior transito turistico, per il distacco di un concio della volta, risale a qualche giorno fa ed è significativa dell’usura a cui strutture nate con scopi differenti siano oggi sottoposte.
A tutto ciò si aggiunge il degrado causato volontariamente da turisti che imbrattano muri, lasciano immondizia ovunque, fanno i loro bisogni a cielo aperto, bivaccano e pasteggiano sui monumenti cittadini, incuranti dei divieti.
Oltre al cedimento umano e sociale a cui accennavo: il veneziano è sempre stato per sua natura accogliente e disponibile, di mentalità aperta, testimone di un passato in cui una società multietnica ante litteram dimostrò al mondo (per chi fosse interessato mi piacerebbe sviluppare questo tema in futuro) come si potesse realizzare la perfetta integrazione tra etnie diverse, senza una benché minima rivolta popolare in mille anni di storia della repubblica Serenissima. Oggi tuttavia sta perdendo colpi; l’assalto alla città, la sottrazione del diritto di residenza, la scomparsa dello stile di vita ‘lento’ che la rendeva vivibile pur nel disagio, in cui i rapporti umani erano facilitati dall’andare a piedi, tutti, signori e popolani, ed incontrarsi per scambiare quattro ‘ciacole’ era fatto quotidiano; oggi non è più così. Letteralmente camminare non è più nemmeno possibile. Abitarci è un’impresa: provate a cercare un appartamento in affitto se siete residenti: vi risponderanno: “Mi dispiace, solo contratti ad uso transitorio”. Per non parlare dei prezzi, improponibili ad una famiglia dal reddito medio o medio-basso.
Certamente ci sono anche i veneziani che col turismo hanno fatto fortuna, o se non altro hanno risanato le proprie finanze compromesse dalla recente ed interminabile crisi economica. Ma a quale prezzo? Può essere giustificata la svendita della città, la sua trasformazione in parco divertimenti a tema, dato in pasto a torme di turisti che ignorano praticamente tutto del luogo che stanno visitando? I fiumi di persone che si aggirano per la città hanno come unico scopo, tristemente, quello di recarsi sul ponte di Rialto e in Piazza San Marco per scattare l’immancabile selfie. È questo il turismo che vogliamo?
crowded-venice-canalAnche se sarebbero preferibili visitatori consapevoli e rispettosi, che usufruiscano delle guide turistiche locali per essere minimamente informati, molto probabilmente non abbiamo scelta, e anche le proteste violente degli estremisti di Barcellona poco potranno fare contro orde di turisti globalizzati. Sempre più improvvisati, ignoranti e scarsamente consapevoli della preziosità anche solo delle pietre sulle quali trascinano a fatica i loro enormi trolley. E non ultimo il fatto che Roma, Firenze o Venezia, non sono nate come città turistiche: il loro fascino scaturisce proprio dalla loro unicità in quanto assetti urbani legati ad un passato che si è stratificato nel corso di secoli, millenni addirittura. E non meno importante dovrebbe essere la percezione della città in quanto luogo in cui una popolazione autoctona vive, studia, lavora, crea, trasforma, scrive, ama, suona, canta, soffre, muore… ma che accadrebbe se si eliminassero i residenti, la popolazione che fa di edifici, monumenti, chiese strade e piazze una città?
Quanto di tutto ciò interessa realmente il turista medio che invade le nostre città?
Elizabeth Becker sostiene, in un interessante articolo sul Guardian che solo i governi possono fare qualcosa per arginare e regolamentare un fenomeno turistico così invadente.
Condivido solo in parte, anche perché sarebbero necessari governi autorevoli e preparati, non collusi con i potentati connessi al business turistico, cosa alquanto improbabile in una città come Venezia ed in un paese ad alto tasso di corruzione come è l’Italia.
Io propendo anche per un ruolo sempre crescente dei singoli cittadini. Lo so, mi si potrebbe obiettare che non è compito loro, che paghiamo fior di politici a questo scopo, che non ci si possono arrogare diritti o investire di incarichi non di pertinenza del privato cittadino.
Ma alcuni episodi recenti (ben illustrati in questo articolo) di reazione civile, composta ma ferma, da parte dei cittadini possono contribuire a porre un freno al degrado. Il signore che in una spiaggia sarda redarguisce la turista che risciacqua la scatoletta del tonno in acqua, è solo un timido inizio.
I cittadini cominciano ad agire? È una speranza, tuttavia i segnali nella mia città cominciano a farsi sentire: le associazioni nate a difesa della città stanno cominciando ad agire concretamente e volontariamente, sporcandosi le mani letteralmente, facendo insomma qualcosa di concreto.
Due esempi: ‘Masegni e nizioleti’, una ONLUS nata nel 2014 per la salvaguardia e il decoro urbano, pulisce i muri degli edifici e i monumenti dalle scritte dei writers, trancia i lucchetti dai parapetti in ghisa dei ponti, e tra le alte iniziative organizza tour gratuiti con guide di prima qualità (lo scrittore Alberto Toso Fei ad esempio) per far conoscere la storia ed i segreti di Venezia, spesso sconosciuti anche ai residenti. Il tutto volontariamente.
Il Gruppo 25 Aprile è una piattaforma civica apartitica che conta più di 1200 iscritti: si impegna con proposte alle autorità di governo ed azioni dimostrative, come la manifestazione organizzata il 2 luglio scorso, per il ritorno dei veneziani e di chiunque ami la città a vivere in centro storico.
Sono soltanto due dei numerosi casi (42 associazioni diverse hanno partecipato alla manifestazione di protesta dei cittadini) di azione civica, rivoluzione civile e concreta.
Che il futuro sia nelle nostre modeste mani di cittadini, svincolati dalla politica, dal proliferare di indignazioni e petizioni virtuali, ma scarsamente efficaci, dalla lamentela e dal populismo che dilaga rapidamente, ma nulla di concreto realizza? Piccoli interventi dal basso, segnalazioni alle autorità e/o direttamente ai turisti, più facili in una città come Venezia dove il contatto umano è facilitato, oltreché obbligato, dalla stessa struttura urbana. Certo le risposte non sono sempre educate: personalmente ho ricevuto insulti in molteplici lingue, a volte minacce; ma il più delle volte l’intento educativo sortisce effetti immediati: far notare a turisti sconsiderati l’inadeguatezza di certi comportamenti dimostra che spesso i turisti non conoscono alcune delle elementari regole del vivere civile, oppure se ne sono dimenticati visto che in vacanza molto semplicemente si sentono autorizzati a comportamenti che normalmente non sarebbero abituali. Ricordiamo loro che sono degli ospiti, che le nostre città esigono rispetto perché non sono solo nostre, sono patrimonio dell’intera umanità. Anche l’Unesco ci ha messo in riga, proviamo a farlo pure noi con il resto del mondo.

Articolo scritto per Hic Rhodus da Michela Piovesan

Domatrice di bonobo alle scuole medie, insegno anche italiano, storia e
geografia. In precedenza consulente aziendale e segretaria factotum per
fisici e ingegneri. Diplomata in lingue, in erboristeria, laureata a Ca' Foscari in 
lettere (studi storici), veneziana doc (specie in via di
estinzione), occasionalmente guida turistica per gli amici (gratis).
Velista per passione, vogo alla veneta in laguna.

3 commenti

  • Piero Indrizzi

    Tutto vero, tutto giusto………..ma non c’è speranza. Basta vedere cosa sta accadendo nel mondo.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Mi viene il sospetto che il turista medio creda che il buon Dio abbia creato i paesi “esotici” unicamente per garantirgli un salutare svago vacanziero. La storia, le tradizioni, la sensibilità dell’anima nazionale non interessano il turista medio. Egli non vuole imparare nulla dal paese che visita, a parte forse una ricetta e un cocktail. Il viaggiatore vuole soprattutto fruire di molto sole e portarsi a casa un po’ di paccottiglia.
    La ricerca dell’esotismo riduce il paese visitato a un semplice prodotto di consumo. Si consuma una vacanza come si sfoglia una rivista. La fruizione è immediata e non lascia tracce. È l’equivalente di un atto di autoeccitazione. Il turista non fa sforzi per capire l’abitante del luogo. È quest’ultimo, invece, a doversi sforzare per capire il turista.
    Molti Nordamericani sono sorpresi ed irritati quando scoprono che i contadini turchi parlano turco e non inglese. Tutto ciò che è diverso dal proprio paese appare al turista, sì, divertente, ma bizzarro ed arretrato. I Nordamericani, e non solo questi, hanno una concezione della civiltà che potremmo chiamare del “rettilineo”. Il progresso è come una corsa ciclistica. Vi è il plotone di testa e gli altri seguono. L’ambizione di tutti è di arrivare al traguardo. E tutti vi arriveranno, anche se qualcuno giungerà fuori tempo massimo. Ai loro occhi, quindi, le civiltà del sud sono differenti appunto perché sono in ritardo
    L’“enfer c’est les autres” pare abbia detto Sartre. Applicato ai turisti questo detto è quanto mai vero. Non vi è essere umano che odi il turista più che il turista stesso. “Non ci vado perché quel posto è pieno di turisti”, esclama con una smorfia di disgusto il tipico turista. Nessuno mai ammetterà, neanche sotto tortura, di essere un turista. Ogni persona che si rispetti disprezza il turista, animale sempre ridicolo.
    Secondo me vi è un grosso equivoco alla base del turismo: si è convinti che la conoscenza degli altri faccia cadere le barriere, apra gli orizzonti, avvicini i popoli. Niente di meno vero, almeno per le masse. I popoli più si conoscono e meno si amano. Gli odi nazionali più intensi si hanno proprio nelle zone di frontiera, dove si vive a contatto gli uni degli altri. Il massimo dell’incomprensione reciproca è poi raggiunto nei paesi plurietnici, dove due o più razze occupano lo stesso territorio. L’esempio del Belgio, dell’ex Jugoslavia e del Québec è molto significativo. I viaggi aprono gli occhi ad una sparuta minoranza di viaggiatori. Agli altri li chiudono ancora di più. Per rendersene conto, basta prestare orecchio ai commenti di chi rientra da una
    visita a paesi di antica civiltà. Si constata che il giudizio globale del turista sul paese visitato è profondamente influenzato da episodi spesso insignificanti e piccini. Chi ha un pregiudizio, andando all’estero si imbatterà immancabilmente in una situazione che glielo ribadirà. Chi non ha occhi per il bello, non vedrà mai la bellezza. Chi non è generoso non si accorgerà della generosità altrui.
    Nei viaggi, in fondo, noi ritroviamo noi stessi, e le frasi del tipo “Io, qui, non ci vivrei mai” che molti turisti pronunciano con leggerezza parlando di luoghi visitati a volo d’uccello, dove milioni di essere umani soffrono, godono, vivono e muoiono, rivelano i limiti dell’insegnamento del viaggiare.

  • Le grotte preistoriche di Lascaux non sono visitabili. Si può ammirare una replica perfetta; dopo i primi minuti, ci si dimentica che è un “falso”. Facciamo due, tre Venezie in più…

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