Le migrazioni e il diritto di rimanere in silenzio

Migrano le rondini, le renne, i cervi, e gli alci, i caribù, gli gnu e gli elefanti, le locuste e i coleotteri. Balene e balenottere (dietro al krill). Migrano le tartarughe, i salmoni, le trote, le anguille.

Migrano gli esseri umani, cioè noi, cioè tutti, da quando somigliavamo un casino alle scimmie.

Siamo nati nomadi e onnivori. Non vegetariani, tantomeno vegani.

Le mele come ci siamo abituati a vederle alla Coop non esistono in natura ma sono il frutto di millemila mutazioni, innesti e modificazioni consequenziali.

Quelle selvatiche erano piccole, piccolissime.

Vaglielo a dire al melariano che racconta in giro che con quattro mele siam sempre campati.

Siamo nati onnivori e nomadi.

Ta-dààà.

Secondo una ricerca pubblicata da Le Scienze, 120 mila anni fa pare siano iniziate le prime incursioni fuori dall’Africa di piccoli gruppi di pionieri che avrebbero lasciato minori tracce genetiche nelle moderne popolazioni. La principale migrazione, quella che ha impresso tracce genetiche importanti sul nostro DNA, sarebbe poi avvenuta attorno a 60 mila anni fa.

Cioè, hai capito, sono 120.000 anni che migriamo. E ancora ne parliamo?

Migravamo per inseguire il cibo, per non diventare il cibo di qualcun altro, per cercare mini-piselli e mini-mele più saporite, migravamo perché eravamo cacciatori e raccoglitori.

Poi qualcuno, vedendo spuntare gli alberelli in mezzo alla sua cacca, ha pensato di mettere radici e da nomade è diventato gradualmente stanziale.

Circa 12.000 anni fa, l’agricoltura e la domesticazione hanno preso piede e hanno permesso a certi gruppi specifici di smettere di correre dietro alle gazzelle (che tra l’altro iniziavano a diminuire) e fare scorta di cibo.

Domesticare certi tipi specifici di grandi mammiferi (solo 45 su 148) e semi, ci ha permesso di fare scorte.

Dico specifici (o meglio, lo riporto visto che a dirlo è Jared Diamond, premio Pulitzer 1998 per “Guns, germs and steel”) perché di 148 specie di mammiferi terrestri di grossa taglia onnivori o erbivori, siamo riusciti a domesticarne solo 45.

L’importanza della domesticazione animale posa sulle spalle di un numero sorprendentemente esiguo di mammiferi erbivori terrestri (nessun mammifero acquatico è mai stato addomesticato in passato perché era un compito impossibile prima della nascita degli acquari moderni). Dando come requisito per la grossa taglia un peso medio minimo di 45 kg, vediamo che sono 14 specie di questo tipo sono state domesticate in passato. Nove di questi animali hanno raggiunto una certa importanza solo nelle zone d’origine, mentre i cinque grandi si sono sparsi per il mondo intero.

PROGENITORE
PECORA MUFLONE DELL’ASIA CENTRALE
CAPRA BEZOAR DELL’ASIA OCCIDENTALE
BUE URO
MAIALE CINGHIALE SELVATICO
CAVALLO CAVALLO SELVATICO (ORA ESTINTO) DELLE STEPPE DELLA RUSSIA MERIDIONALE

Con le scorte è arrivata la possibilità di fare più figli, quindi avere più forza lavoro, quindi accumulare di più e iniziare a scambiare il surplus con qualcos’altro.

Con lo scambio, sono arrivate le prime forme di ricchezza, quindi di organizzazione, e informazione, da cui anche di sfruttamento della forza altrui.

Da qui la possibilità di scegliere terre più fertili da colonizzare, popolazioni più deboli da sottomettere con le buone (oppure annientare).

A livello macroscopico, in zone specifiche del pianeta (mezzaluna fertile e altre), sono cambiate le nostre abitudini: abbiamo iniziato a scrivere per tenere conto di quante capre avevamo dato a Riuk, di quanti mufloni ci doveva Alobar e di quante clave avevamo costruito per Pulanbator.

A livello microscopico, i batteri ci osservavano e prendevano spunto.

C’è poi da considerare che avevamo paura di tutto quello che non conoscevamo e visto che quello che non conoscevamo superava di gran lunga le quattro pecore (che poi è facile fossero mufloni) che avevamo vicine, si può dire che avessimo paura dell’intero cosmo.

Era una notte buia e tempestosa, tanto che se stavamo in alto, cioè in posizioni di potere, per restarci quanto più a lungo possibile, per mantenere l’ordine in basso e fare in modo che chi stava in basso non si sognasse di sostituirci, non bastavano le regole ma serviva qualcosa di più.

Per provare a spiegare quello che per noi era inspiegabile o seccante (come i fulmini, la morte, i virus), avevamo bisogno di qualcuno a cui dare colpa e meriti, di qualcuno che avesse un’autorità indiscutibile.

“Non mangiare tuo figlio” – se oggi è più o meno un dogma, non è detto che lo sia sempre stato. O non sarebbe servito il divieto.

Il divieto di fare o non fare qualcosa serve solo se quella cosa si fa o non si fa.

Anni ’50 Italia. Sui tram c’era scritto “Vietato sputare” – (Come dire, Bartezzaghi, edizione mangiata dal cane).

– Non riprodurti con tua figlia.

– Perché no?

– Perché altrimenti fai figli scemi e i vicini di clan ci rubano le capre.

– E chi lo dice?

– Io, che sono il Re.

– E se invece io ti spacco la testa e poi la mangio?

– A allora facciamo che io ero dio e la chiudiamo qui.

– Okay.

Siamo nati nomadi e poi siamo diventati stanziali ma non abbiamo smesso di migrare: in modi diversi, per scopi più o meno simili, lo facciamo ancora.

E come mille, dieci e centomila anni fa, continuiamo ad avere paura di quello che non conosciamo. Solo che c’è una differenza tra centomila, dieci, mille anni fa e oggi: la disponibilità delle informazioni.

Avere paura di quello che non conosciamo ci sta.

Quello che non ci sta è che sulla – e grazie alla – carta le cose che non conosciamo (*cose, fenomeni, situazioni, eventi, relativi perché e percome) dovrebbero essersi ridotte.

Dai primi graffi codificati dagli assiro-babilonesi, passando per i diversi alfabeti fonetici, sillabici, pittografici, fino a oggi, sono stati versati oceani di inchiostro e poi tera di dati da tizi che li hanno raccolti, ordinati e condivisi perché altri tizi potessero farne tesoro, confutarli, riscriverli, epperfino copiarli.

Abbiamo le biblioteche. Abbiamo libri in formato digitale e anche (incredibile ma vero, c’è pure la versione di carta), abbiamo i numeri di telefono, i profili social e le foto in mutande di (quasi) tutti i cervelloni del pianeta. Abbiamo la rete e gli strumenti per usarla.

Ma continuiamo a dar aria alla bocca (e/o ai ditoni) e a intasare la nostra amigdala e quella del nostro prossimo di immagini raccapriccianti e spaventevoli senza prenderci la briga di capire se raccapriccianti e spaventevoli lo siano per davvero.

E quindi?

Niente, potremmo smettere.


Note

Jared Diamond?

Jared Diamond si è occupato di fisiologia e biologia evolutiva e biogeografia. È considerato il massimo esperto mondiale della flora e della fauna della Nuova Guinea. Docente all’Università della California, è membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana. Ha ricevuto il Premio Pulitzer per la saggistica nel 1998 per Armi, acciaio e malattie («Saggi» e «Super ET»), oltre a altri numerosi riconoscimenti scientifici. Il suo primo libro tradotto è stato Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, 1994). Nel 2005 Einaudi ha pubblicato Collasso, nel 2013 Il mondo fino a ieri e nel 2015 Da te solo a tutto il mondo.

Da: http://www.einaudi.it/libri/autore/jared-diamond/0000918

Fonti e approfondimenti:

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4 commenti

  • Claudio Antonelli

    Gli esecrabili populisti smaniano e imprecano contro l’attuale “caos immigratorio” italiano? La risposta tutta pronta dei nostri saggi italiani, cittadini del mondo, amanti del Diverso (che non sia pero’ un “diverso Italiano”) e fautori di una società aperta (ma pronti a scannarsi sulle gradinate e nei dintorni degli stadi) è: “L’emigrazione è sempre esistita”, “Siamo tutti migranti”, “Siamo tutti figli di Dio!”, “Facciamo tutti parte della stessa umanità!”, “Siamo cittadini del mondo!”…

    Trovo interessante questo metodo, cosi’ consono alla mentalità italiana, di “risolvere” i grandi problemi, tra cui spicca appunto il gigantesco abusivismo immigratorio che affligge il Belpaese, relativizzandoli all’estremo. I’italiano, grande amante del teorico – purché non si tratti, beninteso, del suo utile particolare perché allora batte per pragmatismo gli stessi americani – s’innalza arditamente sul problema di cui si discute e che tanto preoccupa gli altri, fino a non scorgerlo più’. E quindi dice: il problema non esiste. Con la classica variante: “Il vero problema è un altro”. Perché lui è preoccupato da ben altro…

    Per riuscire nel suo volo pindarico che fa sparire i problemi, egli affastella epoche storiche, facendo “di tutt’erba un fascio”, e se necessario anche di “tutto animale un branco” come appare chiaro dal ragionamento di RGA: “Migrano le rondini, le renne, i cervi, e gli alci, i caribù, gli gnu e gli elefanti, le locuste e i coleotteri. Balene e balenottere (dietro al krill). Migrano le tartarughe, i salmoni, le trote, le anguille.”

    Insomma, è inutile abbandonarsi a isterismi poiché le migrazioni sono sempre state e sempre vi saranno. Questo non è il vero problema, insomma. Non dimentichiamo poi che è imperativo vincere la paura. La paura di cosa, di chi? Del mitico “Diverso”, concentrato di virtu’, ma verso il quale noi occidentali (e gli orientali, e gli africani?), permeati fino al midollo di pregiudizi e stereotipi, proviamo un’insana diffidenza rifiutandoci di corrergli incontro per accoglierlo a braccia aperte.

    La diffidenza e la paura che hanno i nativi verso queste masse di gente che parla altre lingue, ha altri passati, altre religioni e spesso, almeno per gli islamici, anche altre regole morali e politiche, e che entra in Italia ad libitum, è, si’, paura di cio’ che non si conosce, paura appunto del “Diverso”. L’uomo ha sempre avuto paura di cio’ che non conosce. Ed ha ancora piu’ paura di cio’ che conosce quando sa i rischi che corre. E il contributo eccezionale dato alla criminalità da parte di tanti falsi profughi è un dato di fatto – non molto propagandato pero’ – e non un’accusa populistica… Io, ad esempio – che dio mi perdoni – diffido a Roma nelle stazioni ferroviarie dei giovani Rom, perché sospetto possano essere dei borseggiatori. Forse dovrei cercare di conoscerli meglio… La verità invece è che io li conosco bene, avendone già subito le “attenzioni”, ed è proprio cio’ la causa diretta della mia “paura”.

    Capisco il filosofeggiare, il relativizzare, l’innalzarsi sulle meschine paure dell’uomo, ma si dovrebbe invece cercare di limitare i danni che gli abusi di questa immigrazione senza controlli stanno causando all’Italia. Invece di filosofeggiare, sarebbe molto utile invocare po’ di ordine e di legalità (l’ordine e la legalità che vigono ad esempio in Canada, Paese in cui vivo, e nel quale non esiste il “buonismo” all’italiana).

    Si’, l’emigrazione è sempre esistita e sempre esisterà. E anche l’abusivismo è sempre esistito e sempre esisterà, specie in Italia, ma cerchiamo almeno di non aggravare il caos e l’illegalità già esistenti. Se non altro identifichiamo chi arriva da noi “illegalmente”, cerchiamo di conoscere la sua fedina penale, e smettiamola di chiamare “rifugiato” chi è un semplice “demandeur d’asile”, “asylum seeker”, “richiedente asilo”, “asilante”… I siriani sono, si’, quasi sempre autentici profughi (fatta eccezione per qualche ex combattente riuscito ad infiltrarsi tra loro), ma gli altri migranti sono spesso gente che ha pagato un salato biglietto alle mafie locali traghettatrici solo per poter aggirare le regole, lunghe e severe, di una normale procedura emigratoria.

  • Caro Claudio, grazie per il tuo commento e per le virgolette sul verbo risolvere.
    Magari bastassero quattro righe striminzite per risolvere le menate che abbiamo intorno…
    Quanto al filosofeggiare, poi, sappi che non era mia intenzione provarci ma che se avessi voluto avrei chiesto a un ghost di farlo al posto mio.
    Circa le invocazioni, e chiudo, visto che ognuno è libero di indirizzarle dove crede, io sparo le mie in rete sperando che facciano venire a chi mi legge voglia di leggere dell’altro e non per buonismo, macché, ma perché faccio la scrittrice e se ‘laggente’ non legge, io non mangio.
    😉

  • Claudio Antonelli

    Dopo aver letto le simpatiche, briose precisazioni di RGA, mi sento quasi imbarazzato per aver fatto quei miei seriosi commenti che mi hanno richiesto ore e ore di lavoro…

    • E invece, pensa un po’ Claudio, io sono felice come una pasqua per i tuoi commenti e altrettanto – se non di più – per le ore che hai regalato a questa meraviglia di blog che qua e là si ostina a pubblicare una fanfarona come la sottoscritta.
      Grazie.
      🙂

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