Una task force per cambiare il mondo

Sogno una task force.
Sogno di tornare all’università e trovare un bando per la selezione di una squadra speciale di super professori. In ogni ateneo. Incluso quello di ginna.

– Un bando per chi?
Un bando per super eroi, cioè una cosa che mi dice che posso partecipare alle selezioni della task force che salverà il mondo e che me lo dice prima che io abbia passato quattro, cinque, sei anni a cincischiare sui gradini della sala studio, puntando al diciotto-scriva-che-va-bene-così-grazie. Prima che io abbia scelto i corsi ad cazzum. Prima che io arrivi a sognare di aprire una startup con mille euro che non ho nella speranza di diventare il milionario che non diventerò per comprare delle cose che non mi serviranno. E indebitarmi, e fallire, e sentirmi una merda e ascoltare i consigli post mortem di quelli che mi diranno #TELAVEVODETTO:

  • di non fare legge perché di avvocati ce ne sono già 242.000 [fonte];
  • di non fare filosofia perché “E dopo?”;
  • di non iscrivermi a lettere perché: “Il giornalista? Ma lo sai quanto (non) guadagnano?”;
  • di non pensare nemmeno di iniziare medicina:“Hai presente le cause, i rischi, le menate?”;
  • di non fare economia per poi accorgermi di essere tutta letteratura;
  • eccetera, eccetera, ecceterissima.

Sogno un bando che mi dica non COSA studiare ma COME farlo, con che approccio e che mi spieghi che fanculo le nozioni, le date, gli acronimi, al diavolo tutto quello che posso trovare con tre clic sensati, ma occhio al metodo e attenzione al linguaggio (matematica, latino, inglese, ma anche legalese, contabile, fiscale, commerciale, umano).
Sogno un bando che formi una squadra di mentori strapagati, di tizi che non dovranno salire in cattedra, ma sedersi in mezzo ai ragazzi e ispirarli. Insegnare loro a essere curiosi, maniacalmente curiosi, a fare collegamenti tra le discipline, a unire i puntini.

– Strapagati?

Strapagati, ho detto, per stare bassi: gli insegnanti che sogno saranno semidei privi di ego, o quasi, riconosciuti, stimati, adorati. Saranno star sul tappeto rosso della conoscenza, icone dello sviluppo. Simboli del futuro, del benessere e del benessere del futuro. Insegneranno metodi, linguaggi e connessioni. Teoria e pratica. Useranno strumenti che ancora non ci sono insieme a quelli che già sono in fase di test. Sveleranno segreti, faranno venire voglia di costruire e mettere in discussione paradigmi e cose. Staranno vicini ai ragazzi, ma non necessariamente nella stessa puzzolentissima aula: potranno parlare in remoto e ispirare da lontano. Partiranno dai bambini, dall’ABC ma arriveranno all’uomo: alla sua natura. Corpo e mente. Medicina (siamo fatti così). Chimica (reagiamo a quello e a quell’altro). Fisica (la matita che cade va in terra perché). Antropologia e spirito (abitudini, bisogni sociali, individui e masse). Comunicazione (lingue, linguaggi, cervello e reazioni). Ginnastica, movimento e fisiologia. Buona educazione e buon senso. Alimentazione e sopravvivenza (metti l’ortica nella zuppa, non sui polpacci; riconosci il porcino, occhio all’amanita). Schemi (naturali, antropici, matematici). Numeri (statistica, tendenze, relazioni).
Sogno una classe di insegnanti con specializzazioni interdisciplinari capaci di aprire invece che di limitare e classi intere di studenti in grado di cambiare il mondo per davvero. Sogno benessere diffuso. Confini che si sfumano e concetti, filosofie, culture che si fondono di pari passo ai codici genetici.

– Ok, facciamo finta di seguirti nei tuoi vaneggiamenti. In concreto: quanto.
Quanto cosa?
– Quanto tutto, quante ore, quanti soldi?
Ore: all day long. Soldi ai prof.: più che a qualsiasi altro ufficio.
– Scusa? Ufficio?

Ufficio, come luogo-stanza-ruolo-mansione-responsabilità-oneri-onori.

– Pagheresti un prof più di un AD? Più di un general manager?
Esatto.
– Tu sei pazza, ma torniamo alle ore. Perché tutto il giorno?

Perché oggi la scuola tiene i ragazzi cinque-sei ore e poi li deve mandare a casa a fare compiti che non fanno (e non servono) con famiglie, genitori e nonni che si inventano escamotage per tenerli d’occhio e che poi si deprimono/preoccupano quando i ragazzi fanno o non fanno quello che dovrebbero fare o non fare. I ricchi assumono baby sitter, mandano i pargoli a ginnastica, aikido, cavallo, solfeggio e tennis; i poveri lavorano come cretini chiedendosi se vada tutto bene finché non hanno finito di lavorare. Quelli che lavorano, chiaro.
Se i ragazzi restassero a scuola, nella scuola delle task force, elimineremmo il problema.

– Ma va’. Un bambino non reggerebbe a otto, nove ore in classe.

Vero, non con le classi di oggi, i banchetti, i metodi, il sistema. Falso con il mondo di domani, fatto di posti così belli da togliere il fiato.

– Tipo come?
Tipo come un villaggio vacanze, però meglio. Verde, grande, pulito, creativo, divertente.

– Vedi la scuola di domani come un Valtur?
Meglio. Prendi un parco, costruiscici edifici orizzontali, ecologici, auto-alimentati dal sole e dal vento.
– Seee certo, e perché non dalle biomasse.
Perché puzzano, ma ci si può pensare.
– Vai avanti, sciagurata.

Mettici anfiteatri a cielo aperto e non, sale giganti nelle quali insegnare ai bambini a parlare in pubblico, laboratori per costruire cose, serre per coltivare piantine, cucine per preparare cibo; riempi il parco di alberi connessi tra loro per arrampicatrici sopra e imparare l’equilibrio. Immagina il più fantascientifico dei paradisi, trova in ogni comune un’area dismessa, una delle mille cattedrali nel deserto, una delle caserme o dei conventi disabitati e tristi del paese e ripensali. Rimettili a nuovo.

– In ogni comune? E i costi?

E i benefici per i ragazzi? E quelli per la mole di opportunità che si creerebbe?

– Stai sognando.
Sì. Lo so che sto sognando e che quella che ho appena immaginato è un’utopia e che le utopie non hanno i piedi per terra perché poi ci sono i prof di oggi (non tutti, ma quelli più scazzati sì) che già mandano email e catene Whatsapp alle loro corporazioni, e ci sono le corporazioni (di librai, cartolai, editori, stampatori, scrittori, tipografi, produttori di inchiostri, intermediari di polimeri, consulenze, cose serie e cose no). Per ogni innovazione c’è la resistenza al paradigma, ci sono i detrattori, ci sono un sacco di tizi intelligentissimi che si ribellano al cambiamento e hanno le parole e i mezzi per impedirla, o rallentarla. Ci sono interessi – sempre – che si sentono minacciati e quindi minacciano. Per difendersi, attaccano e lo fanno spesso senza nemmeno chiedersi da chi o cosa debbano difendersi.

– Quindi?
Quindi niente. Andiamo avanti a POF, scuole che cadono a pezzi e prof che fanno la fame, ma nel frattempo almeno accendiamo un cero al dio della ginnastica.

– Perché?
Perché porti un po’ di moto nell’istruzione.

– Questa l’ho già sentita.
Vero. Siamo ripetitivi, eh?

 

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