Noi robot domineremo la Terra

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Qualche giorno fa, il direttore delle Risorse Umane della Volkswagen ha annunciato che gli operai che in futuro andranno in pensione non saranno sostituiti da nuovi assunti, ma da robot, che quindi progressivamente rimpiazzeranno integralmente la manodopera umana nelle fabbriche di auto del marchio tedesco. Il lavoro di un robot già oggi costerebbe infatti un ottavo di quello di un metalmeccanico tedesco.

Può fare un certo effetto pensare che tra pochi anni l’intera categoria degli operai automobilistici possa essere (in Germania e altrove) solo un ricordo, ma in fondo non dovrebbe sorprenderci troppo. Sono decenni che si dice che i robot sostituiranno l’uomo nel lavoro manuale; tuttavia, a ben guardare, il futuro in un mondo popolato da robot potrebbe riservarci delle sorprese rispetto agli scenari futuribili che la maggioranza di noi ha in mente.

Cominciamo dalla domanda fondamentale: è vero che stiamo per assistere a un’impressionante proliferazione dei robot? La risposta è certamente sì, a patto di non attenderci che il tipico robot sia un robot antropomorfo.

Perché, in fondo, cos’è un robot? Non vi sorprenderà sapere che non ne esiste una vera e propria definizione. Una che ho trovato interessante, tra le molte altre, suona come “un robot è un animale elettromeccanico”. Ossia, come un animale, presenta capacità autonome di movimento e/o di azione, è in grado di reagire ad alcune situazioni ambientali, esibisce un qualche grado di intelligenza e comportamenti apparentemente finalizzati… ed è difficilmente definibile!

Ebbene, se non aggiungiamo a questa “non-definizione” il requisito di essere antropomorfo, dobbiamo constatare che già oggi esistono moltissimi robot. I primi che vengono in mente sono certamente i robot industriali, come quelli che la Volkswagen intende usare per sostituire gli operai che vanno in pensione. Secondo i dati riportati nel grafico che vedete qui sotto che potete trovare più in dettaglio qui, oggi nel mondo ci sarebbero circa un milione e mezzo di robot industriali, che nel 2017 dovrebbero diventare circa 2 milioni.

Industrial Robot stock

Forse non sono tuttavia questi i robot più interessanti. Mentre infatti i robot industriali possono essere considerati in fondo “confinati” alla produzione, molti altri tipi di robot stanno entrando nella nostra vita sotto diverse forme, dagli umili robot per pulire i pavimenti, ai droni volanti che nell’immediato futuro dovrebbero consegnare pacchi, alle automobili in grado di guidarsi da sole, eccetera. Tutti questi robot, già esistenti o allo studio, hanno la caratteristica di inserirsi nella nostra vita quotidiana, interagendo con noi sul lavoro e nelle nostre case; i robot, peraltro, saranno sempre più intelligenti: sebbene l’Intelligenza Artificiale non sia progredita alla velocità che alcuni si attendevano, ormai è un fatto che per molte applicazioni pratiche i computer (e i robot guidati da computer) sono ormai perfettamente all’altezza. A parte i giochi (sappiamo che non esiste giocatore umano di scacchi che possa battere i migliori avversari artificiali),  ormai esistono o sono in sperimentazione “robot” che eseguono operazioni chirurgiche, fanno i baristi, scrivono libri, compiono performance artistiche, fanno gli astronauti… In realtà non è affatto detto che i robot finiscano davvero per sostituire il lavoro manuale umano: in un certo senso, per i robot certi compiti manuali sono più difficili da replicare di quanto non lo siano le attività che impegnano maggiormente le capacità cognitive umane, come spiega ad esempio il ministro inglese per l’Università.  Ray Kurzweil, un noto esperto di Intelligenza Artificiale, sostiene che entro il 2029 l’intelligenza delle macchine sarà all’altezza di quella umana, e che nel 2045 la nostra forma di intelligenza sarà sostanzialmente obsoleta: o il pianeta sarà governato dalle macchine, o noi stessi saremo diventati cyborg, superintelligenti e magari immortali. Si tratterebbe di quella che lui chiama la Singolarità.

Isaac_AsimovSe questa situazione vi sembra fantascientifica, probabilmente è perché lo è. Il pioniere riconosciuto della fantascienza robotica fu il grande  Isaac Asimov, che, nel suo capolavoro Io, Robot,  previde appunto che i robot intelligenti si sarebbero occupati non solo di compiti legati alla produzione industriale, ma anche di affiancare gli uomini nella loro vita familiare, sociale e anche politica. Non a caso, la prima storia di robot scritta da Asimov riguarda Robbie, un robot baby-sitter, destinato al delicato compito di occuparsi di bambini, ovviamente incontrando una certa diffidenza iniziale: come potrebbe una madre affidare serenamente un figlio alle cure di una macchina? Come si potrebbe contare sul fatto che quest’ultima, anche ammesso che fosse dotata di una sofisticata intelligenza, si preoccupi davvero del benessere di un essere umano?

Asimov, nel creare i suoi robot, comprese subito che questa era una domanda chiave. Nel momento in cui immaginiamo di costruire un robot così sofisticato da poter prendere decisioni (e ormai ci siamo arrivati), sorge immediatamente il problema di capire come sia possibile programmarlo in modo che non possa rappresentare un pericolo per le persone. Asimov, che era uno scrittore, “risolse” la questione ideando le sue celebri Tre Leggi della Robotica, parte della programmazione fondamentale di tutti i “suoi” robot, la prima delle quali stabilisce che “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno”. In sostanza, Asimov cercò di fare in modo che i suoi robot fossero “necessariamente buoni”, o almeno… benintenzionati. Noi che viviamo nella realtà sappiamo che è quasi impossibile programmare un robot perché segua una regola così poco “matematica”, a meno di non dargli una capacità di giudizio simile alla nostra, e allora si porrebbero altri problemi, che peraltro lo stesso Asimov anticipò, rendendo sempre più intangibile la linea di demarcazione tra robot ed esseri umani (come è ad esempio raffigurato nella storia dell’Uomo Bicentenario, da cui è stato tratto un bel film).

asimo

Asimo, il robot della Honda chiamato così in onore dello scrittore

Ebbene, eccoci qui. Più di settant’anni dopo la letteraria creazione di Robbie, siamo davanti alla prospettiva di robot che possano dover affrontare dilemmi etici (etici per noi; per loro si tratta di problemi come altri). Prendiamo ad esempio un veicolo autoguidato: è certamente possibile credere che sia in grado di affrontare le difficoltà del normale traffico, e non sarei sorpreso se grazie alla rapidità e alla costanza di attenzione tipiche delle macchine un’automobile robotica fosse in grado di “guidarsi” anche meglio di un autista medio. Tuttavia, prima o poi, accadrebbe che anche la più perfezionata di queste auto possa trovarsi coinvolta in un incidente (succede anche a noi, no? E non è mai colpa nostra…); e potrebbe succedere che, pur non essendo in grado di evitare l’incidente, l’auto possa scegliere tra due o tre alternative. Ad esempio, che possa sterzare finendo su un marciapiede dove stanno passando dei pedoni, oppure rischiare un incidente frontale con un’auto proveniente in senso opposto, o ancora finire contro un palo o fuori strada. Con quale criterio l’auto dovrebbe scegliere quale rischio preferire? Quello di salvare la vita delle persone a bordo, o di scongiurare i pericoli per i terzi, oppure ridurre al minimo il numero delle persone coinvolte? D’altronde, un recente tentativo di programmare un robot a “proteggere” altri robot da un pericolo simulato ha dato un esito sorprendente: il robot “etico” di fronte a un dilemma è diventato …titubante, e questo ovviamente in situazioni critiche può essere fatale.
Si tratta di un bel problema, anche da un punto di vista legale. Quali leggi dovrebbero applicarsi alle auto-robot, considerando che praticamente esistono già oggi?

Considerazioni etiche di tutt’altro tipo, ovviamente, si applicano ai robot progettati per uso militare. Quelli non somigliano davvero, ahimè, ai benintenzionati robot asimoviani: se salvano delle vite si tratta innanzitutto di quelle dei soldati che essi sostituiscono; eppure anche in situazioni di guerra esiste un’etica, e inviare veicoli automatici e droni muniti di armi in zone di conflitto solleva altri spinosi dilemmi. Anche qui, però, non parliamo di lontane ipotesi, ma di programmi già avviati, e tra questi alcuni sono relativi a “supersoldati” con innesti tecnologici tali da renderli capaci di imprese sovrumane.

Insomma, se avete la sensazione che questo post sia un esercizio di fantascienza vi sbagliate. Forse l’Intelligenza Artificiale non supererà così presto quella umana, ma certamente l’invasione dei robot è cominciata; forse il futuro non ci riserva un mondo di robot isolati superintelligenti, ma una rete di robot e computer individualmente non potentissimi ma interconnessi in tempo reale e capaci di scambiarsi informazioni e comandi a una velocità per noi irraggiungibile, e rimanere tagliati fuori da questo flusso di informazioni per gli umani significherebbe essere incapaci di svolgere le attività più semplici. Prima o poi, insomma, è possibile che noi uomini saremo messi di fronte all’alternativa se essere superati dai robot o se diventare robot; preparatevi, perché da parte mia non ho dubbi su cosa sceglierò.

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5 commenti

  • Da ignorante mi chiedo, come programmare un’etica? Forniamo il robot della capacità di contare le vittime potenziale di scelte alternative in caso incidenti inevitabili? Gli facciamo “pesare” lo status delle potenziali vittime (bambini, donne gravide, etc.) e, se fattibile, anche le diverse probabilità di danno effettivo, ed introduciamo anche una valutazione qualitativa della scelta? Poi mi viene da pensare che in un caso come questo i dubbi etici sarebbero analoghi a quelli di noi “biologici”; nel senso che in una situazione di scelta tra 2 inevitabili alternative con danni probabili a 2 gruppi di persone, ciò che ci differenzierebbe dai robots sarebbe la maggiore velocità di calcolo di questi ultimi. Ma posti di fronte al dilemma del danno minore noi cosa scegliamo? Immagino si debba partire da qui. Cari saluti

    • Programmare un’etica non è semplice, ma una delle ragioni è appunto che spesso non siamo in grado di dar conto delle nostre stesse scelte etiche. Probabilmente, se noi vedessimo un bambino attraversarci la strada sterzeremmo “a prescindere”, senza calcolare le possibili conseguenze della nostra deviazione. Un robot ovviamente non si comporterebbe così, e starebbe a chi lo programma decidere, a freddo, se sia meglio l’alternativa A o B. Io credo che possa essere utile affrontare il problema anziché ignorarlo perché troppo “difficile”: entro qualche anno, in giro ci saranno milioni di robot (autovetture, droni, protesi per disabili, ecc.) con la capacità almeno teorica di provocare danni (non quanti ne provochiamo noi, magari…).

  • Ottimo articolo, non tantissimi si rendono conto della prossima ondata di cambiamento che sta già arrivando. Spesso abbiamo l’errata percezione di dominare la tecnologia solo perchè sappiamo pestare le dita su un paio di icone del nostro smartphone e non ci rendiamo conto che i nostri ragazzi lasciano le scuole essendo tra i peggio dotati al mondo nelle abilità che questo cambiamento richiederà,anzi sta già richiedendo ( ad esempbio scrivere codice software).
    Noi, italianamente, troviamo conforto nel sentire di quell’ unico ragazzo “mosca bianca” che è riuscito ad avviare una startup,ovviamente in Silicon Valley.

    http://content.thirdway.org/publications/714/Dancing-With-Robots.pdf

  • Bell’articolo, però va sottolineato, che molte di queste auto-robot sono state ampliamente testate e non hanno dimostrato tentennamenti proprio perché macchine. Io rispetto i punti di vista e la opinioni diverse dalle mie, ma i fatti sono quello che sono e vanno rispettati e i fatti ci dicono, che i veicoli a guida autonoma o robotica si sono comportati anche meglio di guidatori umani in situazioni di alto rischio.

  • Pingback: Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione | Jàdawin di Atheia

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