Arriva l’Apocalisse. Siete preparati per sopravvivere?

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Li avrete visti in dozzine di film americani, o in serie televisive come Walking Dead: lo scenario è apocalittico (c’è stata la terza guerra mondiale, c’è un’epidemia di zombie, c’è stata una catastrofe cosmica…) e un gruppetto di coraggiosi sopravvive non solo combattendo il male ma, specialmente, cavandosela in un mondo dove l’acqua è inquinata, l’energia elettrica non c’è più, di Internet e dei telefonini non parliamone neppure! Insomma, un mondo dove devi sapere cavartela con un misto di competenze di boy scout, Karate Kid e Dino Martins; devi saperti costruire un riparo, purificare l’acqua, costruire piccoli attrezzi, medicare ferite, conoscere erbe e radici commestibili senza avvelenarti, orientarti in un bosco, conoscere le costellazioni, navigare, volare, ma anche combattere a mani nude, con armi da taglio e da fuoco, avere senso tattico, capacità da leader, un fisico sufficientemente prestante e una mente equilibrata. E ho certamente dimenticate svariate cose importantissime. Insomma, per essere chiari, se una catastrofe è imminente io e molti cari lettori di Hic Rhodus sopravvivremmo fra i 10 minuti e la mezz’ora ma c’è una speranza per l’umanità: ci sono persone che si stanno preparando per sopravvivere e potrebbero anche farcela.

Sono conosciuti come prepper (dall’inglese to prepare), perché si allenano, si preparano, loro e le loro famiglie, a sopravvivere al possibile giorno del giudizio: costruiscono rifugi, li stipano di viveri e medicinali, fanno una vita sana e si allenano in palestra, sanno combattere (o pensano di saperlo fare) e credono di essere pronti quando la società come la conosciamo si dissolverà a causa di una qualche catastrofe e solo i più forti e preparati riusciranno a sopravvivere. Non c’è un termine italiano (anche qui da noi, e fra di loro, si chiamano ‘prepper’) e il termine “survivalisti” che qualcuno usa come equivalente non viene accettato da molti, che considerano i due termini distinti come attitudini mentali, tipo di preparazione e capacità dei prepper rispetto ai survivalist. Comunque qui non andremo troppo per il sottile e consideriamo tutti costoro come individui, e gruppi, che si preparano per affrontare il peggio e sopravvivere in condizioni ambientali e sociali estreme.

I prepper sono davvero tanti: secondo 247wallst.com poco meno di quattro milioni di americani erano classificabili come prepper o survivalist a metà 2013 ma in realtà non ci sono cifre precise ma solo indizi:

No one knows how many survivalists (also known as “preppers”) there are in America. Mr Rawles claims that his “SurvivalBlog”, which offers practical tips for remaining alive after The End Of The World As We Know It (TEOTWAWKI) has 320,000 readers a week. The American Preppers Network, an umbrella group for those who see storm clouds everywhere, claims 52,000 members; it is anyone’s guess what fraction of the total that represents. The movement is decentralised and full of people who value their privacy. “You don’t want to be known as the guy who has 3-4 years’ supply of food in the basement. Because one day you could see it confiscated by the government or stolen by neighbours like hungry locusts,” says Mr Rawles. “In the event of a disaster, I don’t want to wake up and see my yard full of teepees and yurts.” (fonte: The Economist).

Qui si parla prevalentemente di americani ma trovate prepper in tutto il mondo e anche in Italia; sul sito italiano prepper.it trovate anche la cartina con l’ubicazione di oltre 200 di loro, parte di un network più ampio.

prepper20141220_svd001Il business è notevolissimo: 247wallst.com offre un discreto campionario di prezzi di rifugi, cibi pronti, purificatori d’acqua, vestiario speciale, maschere antigas e così via che lasciano intendere come i prepper possano spendere migliaia di dollari per dotarsi delle scorte e degli attrezzi di base; poi ci sono ovviamente le armi, i libri e gli eventi (a pagamento) ideati per loro, elettronica e così via, per un business totale di miliardi di dollari. Mi è stato impossibile trovare una documentazione definitiva con un calcolo realistico di questo business che certamente, per quei quasi quattro milioni di americani, deve essere ingente; un interessante thread su Reddit, dal titolo How much time and money have you spent prepping, raccoglie i punti di vista di svariati prepper che discutono il tema dichiarando – in modi diversi – le migliaia di dollari spesi da ciascuno, oltre alla quantità di tempo dedicato. Phil Burns, co-fondatore dell’American Preppers Network raccomanda a coloro che iniziano a interessarsi al survivalismo di investirvi almeno il 20% dei loro introiti.

Perché per prepararsi non basta fare qualche scorta di generi necessari e dimenticarli in cantina. Il survivalismo è un modo di intendere la vita, una filosofia, una subcultura specifica. O anche un’ossessione, una fissazione forse. Non è difficile ricostruire la psicologia dei prepper più coinvolti: come sfondo c’è il mondo incerto e minaccioso, il terrorismo, le catastrofi naturali, i rischi di pandemie e guerre devastanti; come rinforzo c’è una subcultura complottista diffusa e una letteratura (in senso lato: dal cinema a Internet) che conferma le fantasie apocalittiche esaltandone gli eroici sopravissuti; e quindi personalità che alcuni psicologi definiscono paranoiche o peggio; certo parliamo di casi limite, di fanatismo un po’ esasperato che trova conferme e rinforzi nel gruppo, nella condivisione di una visione che corre su Internet dove potete trovare una valanga di guide, suggerimenti, gruppi, articoli e prodotti su misura per voi. Ma tolti i casi estremi di chi ama fare Rambo c’è anche una cultura più pacata, una ricerca in fondo dei propri limiti e delle proprie capacità che – sia pure collocata in una visione catastrofista che non può essere considerata del tutto priva di fondamento – può avere un qualche fascino e una sorta di ragionevolezza (leggete l’intervista a Marco Crotta , fondatore di prepper.it, per comprendere questo lato del prepping).

Alla fine di questa ricerca, dopo essermi lette decine di articoli, devo comunque dirvi che mi sento un pochino inquieto. Una domanda ha preso forma nella mia mente: e se avessero ragione loro?

In copertina: la famiglia americana Douglas con le loro scorte da prepper (qui di seguito la legenda.

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2 commenti

  • Alcune domande sorgono spontanee… a partire dall’affermazione “Il business è notevolissimo”.

    Armi, libri, eventi e gadget elettronici; se davvero si avverassero questi scenari, buona parte di questi attrezzi, dopo un po’ di tempo, sarebbe più o meno inutilizzabile.

    Trovo un po’ incoerente spendere soldi per acquistare prodotti fatti con le attuali tecnologie che in caso di catastrofe (nucleare, batteriologica, cosmica o di qualsiasi altro tipo) diventerebbero inutilizzabili per il semplice fatto che non ci sarebbe nessuno a farli funzionare.
    A meno che il disastro non sia su piccola scala, con il resto del mondo che va avanti nel solito modo.

    Ma, a ben vedere, i disastri, anche su scala non piccola, purtroppo esistono già e i più gravi non sono quelli naturali, ma quelli provocati dall’uomo (mi correggo: provocati da alcuni uomini…).

    Il problema era già affrontato in un film di oltre trent’anni fa in epoca che potrei definire pre-prepper
    https://it.wikipedia.org/wiki/Come_ti_ammazzo_un_killer

  • L’ha ribloggato su apoforetie ha commentato:
    anche la sopravvivenza è un affare

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