Scattone sale in cattedra fra l’indignazione popolare

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Non so se ho titolo, o se sono in grado, di attribuire agli argomenti di cronaca una scala di valori, ma certamente la questione del Dott. Scattone che sta in cattedra per insegnare in un liceo italiano non occupa i primi posti. Tuttavia è una vicenda di costume che può assumere una valenza superiore al proprio valore. I fatti crudi e crudeli sono noti, anche se ormai archiviati (ma non dimenticati). Il 9 Maggio 1997 nella città universitaria della Sapienza una brava ragazza studentessa di Giurisprudenza di 22 anni fu casualmente (nel senso che non vi era alcun movente) attinta (in gergo investigativo) alla testa da un colpo di pistola, morendo alcuni giorni dopo. Indagini e processo non brillarono per efficienza e regolarità, ma, come che sia, nel 2003 fu definitivamente condannato per omicidio colposo aggravato Giovanni Scattone, all’epoca anch’egli studente, poi laureatosi.

Per interessante che possa apparire la vicenda giudiziaria, non è quella che intendo commentare essendo comunque cosa del passato, ma la situazione attuale che riporta alla cronaca il caso a motivo della posizione di Giovanni Scattone che, da anni libero del debito (ma mai del fardello morale) contratto con la collettività, da una decina d’anni insegna nella Scuola Pubblica Italiana.

Io credo che i familiari delle vittime di qualsiasi crimine, doloso o colposo che sia, abbiano il diritto di non perdonare. Si tratta di un diritto soggettivo che non può essere in alcun caso messo in discussione, e dunque il loro giudizio, sereno o meno, non è argomento di altrui valutazioni e men che meno delle mie. Solo altri aspetti quindi possono essere oggetto di discussione. E’ scoppiata – non per caso a mio parere – l’evitabile polemica sul fatto che possa svolgere una importante e delicata funzione formativa una persona che abbia subito una condanna per un esecrabile crimine seppur colposo.

La questione non ha basi di merito in termini giuridici. Le leggi vigenti non sono state violate. Discutere “de iure condendo” è uno sport italiano frequente e spesso praticato da chi nulla sa neppure “de iure condito”. E certo non starò qui a disquisire ora di fine e valore rieducativo della pena e amenità del genere. Il punto è che Giovanni Scattone ha scontato la pena e che non è interdetto dai pubblici uffici. Piaccia o non piaccia.

Restano le valutazioni soggettive. Lecite ma non dirimenti. Le due categorie utilizzabili (incompatibili) sono quella morale (sovente scivolante in moralismo) e quella logica (razionalmente scevra da inquinamenti). Quella attualmente prevalente in ambito di media e social è, come d’uso, quella morale. Essa è sempre la più semplice in quanto basta dire che qualcosa è un’indecenza e il giudizio è concluso senza necessità di argomentare alcunché. Dunque Scattone non può insegnare poiché, a prescindere da qualsiasi altro elemento, si è macchiato di un delitto riprovevole che lo pone senza appello e per sempre ai margini della società con qualche faticosa eccezione per alcune attività dequalificate e purché non tolga il posto ad un altro. La motivazione più o meno sottintesa è che non si può ammettere che abbia qualcosa da insegnare ai nostri ragazzi e si può anzi pensare che trasmetterà loro principi turpi e malsani.

Io non conosco questo Scattone e non posso avere neppure una lontana idea di quali siano le sue qualità (che debbono oggettivamente esistere se ha ottenuto l’abilitazione a svolgere la sua attività) e di quali invece possano essere tuttora le sue eventuali inclinazioni perverse che lo renderebbero persona indegna alla funzione di formazione dei giovani liceali. Pertanto ho il dovere (o il buongusto, a piacere) di non formulare giudizi morali sulla sua situazione attuale.

Faccio invece un ragionamento. Se non esistono prove di inclinazioni negative che possano influire sulla forma e sulla sostanza del suo contributo alla formazione scolastica dei suoi allievi (che peraltro sarebbero gli unici a poter dare un giudizio fondato), avendo lui i requisiti oggettivi ed i titoli per fare l’insegnante in questo Paese è giusto che possa continuare a farlo con tutto il diritto di non essere più disturbato. E questo mio pensiero è ribadito dalla quotidiana costatazione del livello non solo di preparazione ma anche di valori umani e morali che latitano in una (fortunatamente minoritaria ma non irrilevante) parte delle persone che compongono l’apparato della Pubblica Istruzione senza merito o che proprio negli ultimi tempi hanno fornito poco edificanti esempi a tutti e in particolare a chi affida loro la formazione dei propri figli. Faccenda forse non proprio estranea a questo attacco personale.

(Solo in calce e a mo’ di post scriptum dico che meriterebbe maggior attenzione il livello morale di un Bruno Vespa che sulla TV Pubblica vi propone i sani pensieri della figlia di Casamonica).

NOTA REDAZIONALE: questo articolo è stato scritto prima della rinuncia di Scattone all’insegnamento, annunciata ieri, a causa delle troppe polemiche. Ci pare che le riflessioni di Tropea trovino ancora più ragion d’essere.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

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