Di “Pace” si può anche morire

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Il termine “guerra” indica comunemente uno stato di aggressione da parte di uno Stato e difesa da parte di quello aggredito, che si caratterizza in forma organizzata (eserciti forniti di strumenti e armamenti disponibili, ecc). All’origine della guerra esiste un “conflitto” (reale o fittizio) determinato dalla volontà di far prevalere gli interessi di una Nazione a scapito di altre.

Ai tempi della clava la forma non era granché “organizzata” e il concetto di “nazione” era assente, sostituito, al massimo da quello, un po’ animalesco, di “branco” (che oggi è ancora presente, ma mascherato, nei clan malavitosi, nei circoli di tifosi e, un pochino, nelle famiglie numerose). Già qualcosa di serio si può riscontrare nelle vicende della Grecia antica, lasciando perdere la famosa Guerra di Troia la cui eziologia, stando al grande cantastorie Omero, anche senza accostarla al nome della città non fa molto onore ai belligeranti e agli Dei che ne sostenevano le parti, (forse alimentando anche un lucroso giro di scommesse illegali). Infatti l’apice artistico e filosofico di Omero lo troviamo solo nella successiva Odissea. I Romani, che dalle sorti di quella guerra achea trassero origine (ma sono antenati solo di nome e di insediamento degli attuali abitanti dell’Urbe), fecero di fatto della guerra l’oggetto sociale del proprio statuto affinandone le caratteristiche, che, mutatis mutandis, si mantennero concettualmente se non materialmente simili fino a quasi tutto il secolo scorso. Guerra di conquista e imperialista.

Con una variante seppur di breve durata nell’era “moderna” dovuta probabilmente al fatto che le monarchie erano, in un modo o nell’altro, tra loro imparentate e vigeva una diplomatica etichetta per cui io, prima di invaderti, ti dichiaravo formalmente che avevo praticamente incominciato a farlo. L’etichetta, chiamata anche diplomazia, trovava peraltro giustificazione nel particolare non indifferente che a spararsi addosso erano quei poveracci dei soldati sotto lo sguardo prudente e lontano dei nobili e dei generali.

Cosa è oggi la guerra? Raramente invasioni a scopo di occupare territori altrui ma una serie di azioni di guerriglia in cui quasi mai si affrontano eserciti ma dei “civili” sostenitori dell’una o dell’altra parte e raramente in rappresentanza e difesa di una nazione o persino di un popolo. Queste “guerre” hanno spesso motivazioni ideologiche o religiose e identificano un nemico non necessariamente localizzato in un Paese e con una divisa ma in quanto di una diversa appartenenza e dovunque sia o possa essere. Anche utilizzando lo strumento genericamente definito “terrorismo”. Il terrorismo o gli atti di fanatismo fanno vittime civili di qualsiasi sesso o età come nelle guerre più antiche e barbare. Questo perché la popolazione civile non ha modi e mezzi per difendersi dall’attentato, che, per definizione, è un atto imprevedibile, nascosto e sproporzionato. Se fossi Giapponese protesterei fermamente contro l’uso del termine “kamikaze” per definire il fanatico suicida che non attacca una portaerei ma un gruppo di persone totalmente indifese.

E, poiché di questo sto poco velatamente parlando, quando una entità statale o nazionale o religiosa dichiara ufficialmente guerra a chi non ne fa parte affermando la volontà e l’obiettivo non solo dell’eliminazione fisica ma soprattutto della cancellazione violenta di tradizione, storia, cultura e, in una parola, civiltà, non esistono soluzioni amichevoli o diplomatiche percorribili ma soltanto la reazione militare, il cui unico limite deve essere la ricerca della soluzione che consenta il minor numero di perdite proprie.

Se questa è la guerra oggi (e lo è) molto di ciò che abbiamo pensato e detto della guerra fino a qualche decina di anni fa è superato e da rivedere. Ma tra questi concetti da rivedere (sorpresa!) non vi è, contrariamente a quanto oggi si proclama o semplicemente si vocifera, quello che sta alla base dell’art.11 della Costituzione. Per il semplice motivo che esso continua ad essere, sebbene dettato da un contesto non più attuale, sempre valido, se letto e conseguentemente interpretato con occhio e mente obiettivi e onesti.

Quel che vedo scrivere e sento dire al proposito è che “L’Italia ripudia la guerra.” Punto. Ma il “punto” non c’è e chi lo mette, o finge che ci sia, è forse legittimamente pacifista (ma i pacifisti sarebbero di solito persone serie) ma più spesso intellettualmente disonesto e basta. Non vi è infatti alcun dubbio che se i Padri Costituenti avessero voluto assumere istituzionalmente questo concetto avrebbero effettivamente messo quel “punto”.

Ma non l’hanno messo e l’articolo recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli” e questo è un concetto che significa, per esempio, che non si va più in Abissinia a dare alle faccette nere belle abissine un altro re e tantomeno un altro duce. Poi prosegue “e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e qui dobbiamo metterci l’animo in pace poiché non possiamo fare guerra all’India. Il resto della norma è molto importante e attualissimo poiché impone la partecipazione agli accordi internazionali che tendono ad assicurare “pace e giustizia tra le Nazioni” (ma che non escludono perciò azioni armate di peacekeeping).

Essere contro la guerra è e deve essere “naturale” come auspicabile è l’assenza di guerre, ma di manicheismo ideologico e anche politico si defunge spesso, sia pure con presuntuosa e malintesa coerenza.

Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

One comment

  • Sono d’accordo sulla lettura dell’art. 11, un po’ meno sul resto.
    È vero che le guerre non sono più invasioni a scopo di occupare territori altrui, ma non sono neanche azioni di guerriglia come l’articolo lascia intendere.
    Basta osservare chi sono quelli che le guerre le hanno cominciate dal 1945 in poi: di solito (non sempre) fino al 90-91 sono state, per lo più, guerre “per procura” con il tacito o palese assenso delle due superpotenze. Vietnam e Afghanistan le due eccezioni più rilevanti.
    Dopo la caduta del muro gli unici che hanno iniziato guerre al di fuori dei loro confini sono stati gli Usa, con o senza l’avallo dell’Onu e con o senza etichetta NATO (tanto la Russia era intenta a leccarsi le ferite in casa sua e nelle immediate vicinanze). Il risultato di queste guerre è stato quello di scoperchiare un vaso di Pandora colmo di risentimenti inter-religiosi, inter-etnici e così via. Con le note conseguenze. Mi sembra che nell’articolo questa responsabilità non sia neanche accennata.
    Poi si dice che dobbiamo (“impone”) partecipare agli accordi internazionali e che non sono escluse azioni armate di mantenimento della pace. Non è un po’ ipocrita andare a fare la guerra (perché di questo si tratta) per riportare la pace dopo aver contribuito a creare l’attuale caos?

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