Il mestiere della politica

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Il solito sarcasmo pungente e un po’ grossolano ha percorso la Rete dopo che il GIP di Bergamo ha assolto un giornalista del Fatto Quotidiano che aveva scritto che Salvini “non aveva mai lavorato un giorno in vita sua”. In realtà la querela intentata da Salvini era più ampia e riguardava delle accuse che il giornalista aveva mosso nei confronti del leader del Carroccio (QUI la notizia e la sentenza intera) ma i mattacchioni della Rete sono stati colpiti solo, o principalmente, da questo fatto: Salvini non ha mai lavorato!

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Posto che di querele di questo genere ce ne sono vagonate, e vanno configurate come tentativi retorici di personaggi in vista (in genere politici) di trarsi d’impaccio di fronte alla loro opinione pubblica (querelo = do una sorta di “prova” pubblica che non è vero ciò che dicono di me, e di come andrà a finire tale querela non importa un fico secco perché la gente non legge le smentite, le sentenze e via discorrendo), a me ha abbastanza colpito la povertà di questa piccola ondata di indignati; una cosa piccola, di per sé scarsamente significativa, che a me serve semplicemente come esempio e pretesto per un ragionamento diverso dal populismo incarnato da questa ironia, che soggiace all’idea che il politico che non ha mai lavorato sia un lazzarone, un mangiapane a tradimento (che è poi quello che pensano i leghisti che acclamano Salvini).

Prima cosa: è facile prendersela con Salvini, specie se avete in antipatia la Lega (quasi tutti gli italiani tranne i leghisti), ma il numero dei politici che non hanno mai fatto nulla tranne che politica è piuttosto elevato, è trasversale a tutte le forze politiche e ci è capitato già di accennarne anche su HR. Si potrebbe fare una faticosa ricerca, persona per persona, per capire se e come e quanto ciascuno abbia realmente lavorato ma mi permetterete di risparmiarmela fornendovi alcuni dati e informazioni disordinate:

  1. Secondo la pagina della Camera dedicata alle professioni dei deputati, su un totale di 683 ci sarebbero 42 funzionari di partito, 10 amministratori locali (dichiarata come professione), 10 sindacalisti, oltre a un discreto numero di professioni residuali finite in “Altro”; l’analoga pagina relativa ai senatori ci informa che, di 390, 30 hanno dichiarato amministratore locale, 13 funzionari di partito, 13 sindacalisti. Quindi: non solo Salvini ma non pochi altri;
  2. queste, comunque, sono dichiarazioni spontanee che possono millantare enormemente la realtà professionale pregressa; D’Alema, per esempio, si qualifica giornalista – ed è realmente iscritto all’albo – per avere scritto per l’Unità ai tempi felici del PCI: stava lavorando come giornalista o faceva pratica politica in un contenitore ad uso di affiliati, consoci, giovani promesse e via discorrendo? Pippo Civati, che prima della laurea era già consigliere comunale e segretario cittadino dei DS a Monza e appena laureato era nella segretaria regionale e così via, che ha “collaborato” (così la Wiki) con la cattedra di Storia e filosofia e si dichiara (portale della Camera) “libero professionista”, lo consideriamo un gran lavoratore che porta una considerevole esperienza all’attività di deputato oppure è uno degli innumerevoli figli della politica, entrati in politica da giovanissimi dopo eventuali e modeste esperienze post universitarie?

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Se avete voglia continuate voi, è piuttosto facile incrociare le informazioni sintetiche delle pagine di Camera e Senato con la Wikipedia, con le pagine personali di questi politici e con altre informazioni reperibili facilmente e constatare che molti hanno effettivamente lavorato per numerosi anni per poi darsi alla politica, ma che moltissimi hanno fatto solo politica. Poiché sapete che ho in odio il populismo e le facili scorciatoie demagogiche il prosieguo di questo articolo serve per dire che la cosa non va assolutamente male, che va proprio bene così, fatte salve alcune importanti precisazioni.

Io credo – e sono in buona compagnia – che la politica, intesa in senso nobile e non nell’avvilimento cui siamo costretti a vivere, possa e debba essere una professione. La professione di chi si occupa, a tempo pieno, della cosa pubblica, dello sviluppo della sua nazione, del benessere dei suoi concittadini. Lo sostenne quasi un secolo fa Max Weber, con una serie di distinzioni e precisazioni indubbiamente rilevanti, specie oggigiorno, fra chi vive per la politica e chi vive della politica senza che queste due pulsioni possano realmente escludersi completamente l’un l’altra. Sostiene Weber che a differenza dell’uomo della strada e del politico improvvisato, il professionista della politica, animato indubbiamente da passione per una causa, sa mantenere anche un distacco dalla realtà orientato dal senso di responsabilità; un distacco disincantato che gli permette di fare il lavoro politico su un piano, si potrebbe dire, di terzietà, di ricerca di verità (relativa, e orientata dai suoi valori), di capacità di esercitare un lavoro intellettuale (questo è il tema reale delle riflessioni di Weber) al servizio della società e del suo progresso.

Decenni dopo Weber, nella crisi attuale della rappresentanza della politica, la lezione weberiana è ancor più attuale. Abbiamo bisogno di personale politico dedicato esclusivamente alla costruzione di azioni di sviluppo sostenibile, di economie umane e compatibili con la globalizzazione, di inclusione, di pace. Quale sarebbe lo scandalo dell’essere pagati, e bene, per fare al meglio questo mestiere a tempo pieno? Lo scandalo, semmai (e il vero e principale costo della politica) è farlo male. Fare il politico per i privilegi che inevitabilmente consegna, per l’esercizio del potere fine a se stesso, per favorire famigli e sodali, per l’arricchimento indotto da lusinghe che non sono compatibili con l’interesse pubblico. Il fatto di ritenere che tutti i politici siano in tale malafede è sbagliato; impedire che anche pochi siano inclini a queste derive è compito di leggi adeguate ma specialmente di un’etica condivisa e diffusa che sia in grado di sanzionare questi comportamenti.

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Max Weber

Un esempio su tutti: i deputati Razzi e Scilipoti nel 2010 tradirono platealmente il mandato politico per sostenere (e salvare) il governo Berlusconi che li ricandidò alle successive elezioni del 2013. Il loro comportamento del 2010 sottolinea la loro discutibile etica politica, ma la rielezione fu possibile perché molti elettori anteposero l’adesione ideologica a Forza Italia alla primazia – sempre necessaria – di una loro etica politica in quanto elettori. Un popolo di discutibile etica politica esprime necessariamente rappresentanti di assai peggiore e famelica propensione all’individualismo corruttibile.

Tutto questo, in sintesi, depone a favore di politici professionisti, preparati, colti, impegnati nell’esercizio della cosa pubblica, e gli esempi viventi e lampanti di gruppi cospicui di dilettanti alla Camera e al Senato dovrebbero convincerci in tal proposito, dilettanti capitati nel cuore della costruzione delle politiche nazionali sostanzialmente per caso, sull’onda dell’indignazione populista che crede – con un errore drammatico – che la politica sia il male e che il popolo debba e possa autogovernarsi, una stupidaggine che abbiamo già discusso. La democrazia senza politica non esiste. La politica deve essere agìta con passione del cuore e con molta, moltissima, sapienza e pazienza e competenza, attributi che non si possono improvvisare e che è sbagliato giudicare dalla poltrona di fronte alla tv.

Documento:

Max Weber, da La politica come professione

Tre qualità possono dirsi sommamente decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Passione nel senso di Sachlichkeit: dedizione appassionata a una “causa” (Sache), al dio o al diavolo che la dirige. […] Essa non crea l’uomo politico se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Donde la necessità della lungimiranza – attitudine psichica decisiva per l’uomo politico – ossia della capacità di lasciare che la realtà operi su di noi con calma e raccoglimento interiore: come dire, cioè, la distanza tra le cose e gli uomini. La “mancanza di distacco” (Distanzlosigkeit), semplicemente come tale, è uno dei peccati mortali di qualsiasi uomo politico e una di quelle qualità che, coltivate nella giovane generazione dei nostri intellettuali, li condannerà all’inettitudine politica. E il problema è appunto questo: come possono coabitare in un medesimo animo l’ardente passione e la fredda lungimiranza? La politica si fa col cervello e non con altre parti del corpo o con altre facoltà dell’animo. E tuttavia la dedizione alla politica, se questa non dev’essere un frivolo gioco intellettuale ma azione schiettamente umana, può nascere ed essere alimentata soltanto dalla passione. Ma quel fermo controllo del proprio animo che caratterizza il politico appassionato e lo distingue dai dilettanti della politica che semplicemente “si agitano a vuoto”, è solo possibile attraverso l’abitudine alla distanza in tutti i sensi della parola. La “forza” di una “personalità” politica dipende in primissimo luogo dal possesso di doti siffatte. L’uomo politico deve perciò soverchiare dentro di sé, giorno per giorno e ora per ora, un nemico assai frequente e ben troppo umano: la vanità comune a tutti, nemica mortale di ogni effettiva dedizione e di ogni “distanza”, e, in questo caso, del distacco rispetto a se medesimi. La vanità è un difetto assai diffuso, e forse nessuno ne va del tutto esente. Negli ambienti accademici e universitari è una specie di malattia professionale. […] Giacché si danno in definitiva due sole specie di peccati mortali sul terreno della politica: mancanza di una “causa” giustificatrice (Unsachlichkeit) e mancanza di responsabilità (spesso, ma non sempre, coincidente con la prima). La vanità, ossia il bisogno di porre in primo piano con la massima evidenza la propria persona, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di quei peccati o anche tutti e due. Tanto più, in quanto il demagogo è costretto a contare “sull’efficacia”, ed è perciò continuamente in pericolo di divenire un istrione, come pure di prendere alla leggera la propria responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi soltanto “dell’impressione” che egli riesce a fare. Egli rischia, per mancanza di una causa, di scambiare nelle sue aspirazioni la prestigiosa apparenza del potere per il potere reale e, per mancanza di responsabilità, di godere del potere semplicemente per amor della potenza, senza dargli uno scopo per contenuto. […] Il mero “politico della potenza” (Machtpolitiker), quale cerca di glorificarlo un culto ardentemente professato anche da noi, può esercitare una forte influenza, ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo. In ciò i critici della “politica di potenza” hanno pienamente ragione. Dall’improvviso intimo disfacimento di alcuni tipici rappresentanti di quell’indirizzo, abbiamo potuto apprendere per esperienza quale intrinseca debolezza e impotenza si nasconda dietro questo atteggiamento borioso ma del tutto vuoto. […] E’ perfettamente vero, ed è uno degli elementi fondamentali di tutta la storia (sul quale non possiamo qui soffermarci in dettaglio), che il risultato finale dell’azione politica è spesso, dico meglio, è di regola in un rapporto assolutamente inadeguato è sovente addirittura paradossale col suo significato originario. Ma appunto perciò non deve mancare all’azione politica questo suo significato di servire a una causa, ove essa debba avere una sua intima consistenza. Quale debba essere la causa per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è una questione di fede. Egli può servire la nazione o l’umanità, può dar la sua opera per fini sociali, etici o culturali, mondani o religiosi, può essere sostenuto da una ferma fede nel “progresso” non importa in qual senso – oppure può freddamente respingere questa forma di fede, può inoltre pretendere di mettersi al servizio di una “idea”, oppure, rifiutando in linea di principio siffatta pretesa, può voler servire i fini esteriori della vita quotidiana – sempre però deve avere una fede. Altrimenti la maledizione della nullità delle creature incombe effettivamente – ciò è assolutamente esatto – anche sui successi politici esteriormente più solidi.

(In copertina: Lenin. Come molti rivoluzionari – politici di professione – non ha mai “lavorato” in senso ordinario, borghese)

One comment

  • Interessante quel che dice Weber: passione (quindi un attitudine all’impegno) in nome di una fede (anche laica, quindi un solido sistema valoriale) sui quali esercitare una modulazione razionale così che si allunghi lo sguardo sugli orizzonti politici e si prevengano forme di estremismo dei comportamenti. Vorrei essere il politico (l’uomo) di Weber.

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