Brasile, una crisi senza precedenti

Supporters of Brazilian suspended President Dilma Rousseff follow the Senate's session as it votes on stripping her of the presidency in a traumatic impeachment trial, on a screen at Planalto Palace in Brasilia on August 31, 2016.
Rousseff, from the leftist Workers' Party, is accused of taking illegal state loans to patch budget holes in 2014, masking the country's problems as it slid into its deepest recession in decades. / AFP PHOTO / EVARISTO SA

La notizia di questi giorni, in Brasile e in America Latina, è l’atto finale consumatosi nel Senato brasiliano: la destituzione della Presidenta Dilma Rousseff. Che si sia trattato o no di un golpe istituzionale – questione certamente non minore –, quel che è certo è che la vicenda è molto più complessa di un semplice caso di corruzione personale. Vediamo in sintesi alcuni fattori sfavorevoli su cui convergono gli analisti internazionali e che si sono intrecciati nel determinare il triste epilogo dell’impeachment di Rousseff.

– Il deterioramento della situazione economica, complice la crisi internazionale e la diminuzione della domanda di materie prime. Il paese è entrato in recessione nel 2015 (-3.8%) e per il 2016 il Banco Central ha prevista una caduta del 3.2%. Ben lontano è il 2010, l’ultimo anno del governo Lula da Silva, quando si raggiunse una crescita del PIB del 7,6 %, grazie alla forte espansione del consumo generata dalla maggiore occupazione, dal miglioramento dei redditi e dalla fuoriuscita di milioni di persone dalla povertà estrema. Anche se l’economia già dava segnali preoccupanti, ancora durante il primo mandato Rousseff (2011-2014) la crescita registrò un ritmo annuale del 2.2%. La crisi attuale si spiega per la prosecuzione fallimentare della politica espansiva e di stimolo alla domanda interna, e quindi del consumo, basata ampiamente sulla leva fiscale (compressione delle tariffe energetiche e delle accise, riduzione delle imposte sui beni, riduzione dei prezzi, agevolazione dell’accesso al credito, finanziamenti massicci alla banca pubblica, ecc.). A questo si è aggiunto il disinvestimento privato. Una larga parte del mondo imprenditoriale vuole liberarsi del governo che si è ostinato a proseguire misure che hanno ingrossato l’inflazione, il deficit e l’indebitamento pubblico. In questi ultimi due anni sono quindi peggiorati tutti gli indicatori, in particolare la variazione dei salari, del potere d’acquisto e della disoccupazione, generando un forte malessere sociale.

– I grandi casi di corruzione, il più eclatante dei quali è legato all’impresa petrolifera statale Petrobras, che hanno coinvolto il principale partito di governo (Partido dos Trabalhadores – PT) e numerosi esponenti del mondo imprenditoriale e politico, sia della maggioranza che dell’opposizione (il 60% dei membri del Congresso Nacional è sotto inchiesta). La sensibilità popolare di fronte agli scandali per corruzione chiaramente diventa maggiore nei momenti di grave difficoltà economica, e si è tradotto in un marcato un calo dei consensi verso il governo. Lo stesso ex presidente Lula è stato trascinato nelle inchieste e la scelta di Rousseff di nominarlo ministro lo scorso 17 marzo non ha contribuito a migliorare la sua immagine. Al governo si imputa anche di non avere adottato provvedimenti credibili per combattere l’inquinamento della vita pubblica e lo sperpero di risorse, in un contesto di impoverimento delle classi medie e di servizi deficitari.

– Al governo da 13 anni (quattro mandati consecutivi sommando i periodi Lula e Rousseff), il PT non ha saputo mantenere un’identità autonoma dalla gestione prolungata del potere, sia a livello centrale che negli Stati federati e nei Comuni. Il suo logoramento come partito e forza sociale deriva dall’assuefazione al potere. La crisi che investe il PT non ha fatto emergere un’alternativa. La sfiducia della cittadinanza riguarda la politica ed i politici, il clientelismo come pratica diffusa e pervasiva e l’imperizia nella gestione dell’economia. Per molti sostenitori e votanti storici del PT, il partito non si differenzia dalle altre principali formazioni politiche (Partido do Movimento Democrático Brasileiro –PMDB e Partido da Social Democracia Brasileira – PSDB), con le quali ha condiviso privilegi e ha giocato la stessa partita dell’utilizzo improprio della macchina dello Stato.

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– La mancanza di leadership della stessa Dilma Rousseff (che ha ereditato il comando dal suo ben più carismatico padrino politico Lula da Silva), incapace per di più di mediare con i partiti della coalizione di governo e con i suoi leader principali. Dilma non ha saputo temperare l’asprezza di carattere, la rigidità delle sue posizioni, manifestando spesso intolleranza e svilendo i suoi alleati, al punto che non pochi vedono anche una forma di vendetta nella sua destituzione. Nel suo stesso partito non ha goduto di molta simpatia.

Il Brasile avviato a divenire la quinta potenza economica mondiale nell’epoca di Lula, il Brasile ammirato per la sua capacità di combinare crescita e abbattimento della miseria, quel Brasile non esiste più. In pochi anni è passato dall’euforia alla depressione, sommerso da un crisi multiforme senza precedenti che non potrà essere risolta nel breve periodo.

La fine politica di Dilma Rousseff, e probabilmente di Lula, lascia il paese nelle mani del vicepresidente Michel Temer, antico alleato e vicepresidente del suo governo. Il nuovo capo di Stato è una figura altrettanto screditata e sospettata di aver partecipato ad una rete di tangenti di Petrobras. Al di là delle sue responsabilità nella conduzione del governo, Dilma è stata allontanata dal potere attraverso una forzatura delle regole istituzionali. I giudizio contro di lei ha un evidente connotazione politica, come dimostra anche il fatto che il Senato l’ha condannata per un “delitto di irresponsabilità” (per aver truccato i conti pubblici), senza poi privarla dei diritti politici, consentendole di ripresentarsi alle elezioni. Con buona probabilità il governo del suo successore sarà di transizione. I partiti hanno tempo sino alle prossime elezioni, previste nel 2018, per disintossicarsi e ricostruirsi. C’è bisogno di un nuovo grande progetto politico, con una visione alta del futuro del paese, per superare una crisi amplia e complessa, di cui la votazione del Senato costituisce solo un capitolo. Non sarà facile perché un grande progetto politico si sorregge se è capace di riunire le più diverse parti sociali. Un progetto, in altre parole, deve assumere anche l’orizzonte del patto sociale. Ed il Brasile resta un paese fortemente polarizzato.

Per la sinistra brasiliana la sfida è anche maggiore. In Brasile, come altrove in America Latina, si è esaurito un ciclo politico. Dopo circa un decennio, i governi di sinistra (moderata ed estrema) stanno perdendo il potere. La sinistra latinoamericana ha avuto il merito di portare lo Stato a preoccuparsi di milioni di diseredati. Certamente non si possono mettere insieme storie così diverse come quelle del Brasile, del Venezuela, o del Cile. Ma al di là di queste diversità, resta il fatto che mai prima, nella storia dell’America Latina, la povertà e le diseguaglianze sociali avevano avuto tanto spazio nell’agenda pubblica. L’eccessiva frequentazione del potere, la corruzione e l’inadeguatezza nella gestione del cambiamento di ciclo economico hanno appannato le conquiste di questi anni. E le mettono a rischio. L’ideologizzazione, che pure è stato un ingrediente di quelle politiche sociali di sinistra, non serve più per mobilitare intorno a grandi progetti nazionali che ne riprendano e approfondiscano la spinta. Come ha scritto Juan Arias su El País, “il brasiliano è più pragmatico che ideologico. Per questo, forse, si è capito sempre meglio con Lula che con Rousseff”.

Articolo scritto per Hic Rhodus da Francesco Maria Chiodi 
Esperto di politiche sociali e del lavoro. 
Lavora presso l’Istituto Italo Latinoamericano

3 commenti

  • Grazie dottor Chiodi. Al di là delle responsabilità morali di Dilma però mi chiedo una cosa. La tenuta democratica di un paese, credo da ignorante dei sistemi, si può valutare anche da come sono gestiti casi di “impichment” come quello in essere. Ora, qual è stato il livello di forzatura delle regole costituzionali per deporre la presidente? Perché se un insieme di forze politiche si accorda nell’ambito di vie regolamentari preesistenti, anche se mai percorse, non direi che è un colpo di stato, se no lo è a tutti gli effetti. Che mi può dire a proposito? Grazie e saluti

    • Ho provato a chiarire perché la destituzione di Dilma Rousseff non può essere interpretata come un caso di corruzione personale. Anche senza sposare le due tesi (quella della colpevolezza e quella del golpe), va ricordato che Dilma Roussef non è stata condannata per il giro di tangenti relative al gigantesco scandalo Petrobras. La sentenza non si è basata neanche sul presunto svio di fondi per finanziare la campagna elettorale o in altre accuse che le sono state rivolte. La condanna riguarda invece le cosiddette pedaladas fiscais, che consistono nel ritardo di pagamento alla banca pubblica per finanziare programmi sociali del governo e a causa dell’emanazione di decreti aggiuntivi senza autorizzazione del Congresso Nazionale, violando legge di Responsabilità Fiscale. Un’azione, secondo la maggioranza del Senato, tesa a mascherare il deficit. Si tratta tuttavia di una pratica che molti segnalano essere stata utilizzata da governi precedenti. In seconda votazione il Senato Federale non ha comunque approvato la pena di inabilitazione all’esercizio di incarichi pubblici. Nella sua difesa, Rousseff ha negato tutte le addebiti, replicando che “non è legittimo […] rimuovere il capo di Stato e del governo perché ci si trova in disaccordo con l’insieme della sua opera”. Anche non respingendo una qualche responsabilità nel caso specifico, è impossibile non tenere conto del contesto politico in cui è avvenuto il processo. Leggendo commenti della stampa, anche di altri paesi, emerge un quadro di rancori, rivalse e giochi di palazzo che coinvolgono i principali partiti, tra cui quello della stessa Rousseff. Gran parte della classe politica è sotto inchiesta giudiziaria. Tre ministri del governo Temer si sono già dovuti dimettere (tra cui il Ministro della Trasparenza). La corruzione è uno dei due problemi (l’altro è l’economia) che il Brasile dovrà affrontare da subito per risollevarsi.
      Personalmente sono convinto che nel paese esistano alcune delle tendenze di cui parla Sergio Lenci nel suo commento, tra cui l’avanzata di certo fondamentalismo cristiano evangelico, che godrebbe dei favori del nuovo governo (El País del 08.06.2016). Non sono in grado di giudicare il peso specifico che hanno avuto nella vicenda, anche se non credo che vi siano estranee. La loro influenza, quale che ne sia il grado, sarebbe comunque stata minore o neutralizzata se non fossero intervenuti i fattori che ho cercato di evidenziare.

  • sergio lenci

    leggendo l’articolo ho apprezzato la lucidita dell’analisi, nella migliore tradizione di questo blog che seguo con molto interesse.

    a mio modo di vedere, gli argomenti presentati sono tutti validi, pero mi sembra che manchi un punto importante nella descrizione e analisi dei fatti: cio che sta succedendo in Brasile non é solo prodotto della crisi economica, del poco carisma di Dilma, di scelte di politica economica discutibili e del ruolo del PT nello scandalo petrobras, ma anche, e sopratuttto secondo alcuni, l’espressione di un rigurgito oscurantista di blocchi di potere legati alle chiese evangeliche, ai propietari terrieri, a certi apparati militri ed alla oligarchia, che reagiscono al progresso sociale del paese, percepito come una minaccia ai loro privilegi consolidati, nella misura in cui crea opportunitá di mobilitá sociale. tutto cio risulta palese a chiunque abbia ascoltato i discorsi di questa gente negli ultimi mesi e sia al corrente delle prime misure prese o fortemente annunciate dal governo Temer gia nella fase interina. con una punta di sarcasmo, anche se non molto lontana dalla realta, la idea di societá che questo governo propone si ptrebbe sintetizzare come segue: basta con il bolsa familia, il sussidio ai poveri li fa diventare ancora piu pigri e fannulloni, e corrompe gli indigeni dal loro stato di natura (ref. la camapgna della folha de sao paulo delgi ultimi giorni) basta con il sistema unico di salute: perche sprecare soldi in un sistema di salute publica inefficiente? meglio sovvenzionare i privati; basta con questa stroria delle quote e le politiche di azione affermativa. i negri nelle universitá? per caritá, perche i nostri figli dovrebbero competere con questa gente un posto che gli appartiene di diritto, da sempre….; basta con le universita publiche, investiamo nell’eccellenza privata; basta con questa storia delle pari opportunita e del discorso di genere nelle scuole pubbliche, questa “ideologia”, induce alla omosessualitá, che peraltro é considerata una malattía che va curata; bisogna rivedere il diritto del lavoro, 40 ore settimanali? troppo poche. diritto alla pausa pranzo? ma che, gli impiegati si portino un panino e se lo mangiano davanti al computer in ufficio,etc…etc..

    questo é il tono dei discorsi e delle proposte che stanno venendo fuori.

    orbene, se parliamo delle conseguenze di questo cambio di governo non mi sembra che si possano omettere questi aspetti. non dovevamo occuparci di sviluppo umano? adesso addirittura di dei famosi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030?
    sembrerebbe che il nuovo governo del Brasile rappresenti una inversione di rotta di 180 gradi nel progreso sociale del paese, al di lá di qualsiasi considerazione macroeconomica.

    como detto all’inizio di questo commento, apprezzo molto l’articolo di Francesco Chiodi e la luciditá degli argomenti, pero credo anche che siamo di fronte a una situazione nella quale é molto difficile non prendere posizione, senza che il silenzio diventi complice delle malefatte.

    cordiali saluti, sergio lenci.

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