Brasile, una crisi senza precedenti

La notizia di questi giorni, in Brasile e in America Latina, è l’atto finale consumatosi nel Senato brasiliano: la destituzione della Presidenta Dilma Rousseff. Che si sia trattato o no di un golpe istituzionale – questione certamente non minore –, quel che è certo è che la vicenda è molto più complessa di un semplice caso di corruzione personale. Vediamo in sintesi alcuni fattori sfavorevoli su cui convergono gli analisti internazionali e che si sono intrecciati nel determinare il triste epilogo dell’impeachment di Rousseff.

– Il deterioramento della situazione economica, complice la crisi internazionale e la diminuzione della domanda di materie prime. Il paese è entrato in recessione nel 2015 (-3.8%) e per il 2016 il Banco Central ha prevista una caduta del 3.2%. Ben lontano è il 2010, l’ultimo anno del governo Lula da Silva, quando si raggiunse una crescita del PIB del 7,6 %, grazie alla forte espansione del consumo generata dalla maggiore occupazione, dal miglioramento dei redditi e dalla fuoriuscita di milioni di persone dalla povertà estrema. Anche se l’economia già dava segnali preoccupanti, ancora durante il primo mandato Rousseff (2011-2014) la crescita registrò un ritmo annuale del 2.2%. La crisi attuale si spiega per la prosecuzione fallimentare della politica espansiva e di stimolo alla domanda interna, e quindi del consumo, basata ampiamente sulla leva fiscale (compressione delle tariffe energetiche e delle accise, riduzione delle imposte sui beni, riduzione dei prezzi, agevolazione dell’accesso al credito, finanziamenti massicci alla banca pubblica, ecc.). A questo si è aggiunto il disinvestimento privato. Una larga parte del mondo imprenditoriale vuole liberarsi del governo che si è ostinato a proseguire misure che hanno ingrossato l’inflazione, il deficit e l’indebitamento pubblico. In questi ultimi due anni sono quindi peggiorati tutti gli indicatori, in particolare la variazione dei salari, del potere d’acquisto e della disoccupazione, generando un forte malessere sociale.

– I grandi casi di corruzione, il più eclatante dei quali è legato all’impresa petrolifera statale Petrobras, che hanno coinvolto il principale partito di governo (Partido dos Trabalhadores – PT) e numerosi esponenti del mondo imprenditoriale e politico, sia della maggioranza che dell’opposizione (il 60% dei membri del Congresso Nacional è sotto inchiesta). La sensibilità popolare di fronte agli scandali per corruzione chiaramente diventa maggiore nei momenti di grave difficoltà economica, e si è tradotto in un marcato un calo dei consensi verso il governo. Lo stesso ex presidente Lula è stato trascinato nelle inchieste e la scelta di Rousseff di nominarlo ministro lo scorso 17 marzo non ha contribuito a migliorare la sua immagine. Al governo si imputa anche di non avere adottato provvedimenti credibili per combattere l’inquinamento della vita pubblica e lo sperpero di risorse, in un contesto di impoverimento delle classi medie e di servizi deficitari.

– Al governo da 13 anni (quattro mandati consecutivi sommando i periodi Lula e Rousseff), il PT non ha saputo mantenere un’identità autonoma dalla gestione prolungata del potere, sia a livello centrale che negli Stati federati e nei Comuni. Il suo logoramento come partito e forza sociale deriva dall’assuefazione al potere. La crisi che investe il PT non ha fatto emergere un’alternativa. La sfiducia della cittadinanza riguarda la politica ed i politici, il clientelismo come pratica diffusa e pervasiva e l’imperizia nella gestione dell’economia. Per molti sostenitori e votanti storici del PT, il partito non si differenzia dalle altre principali formazioni politiche (Partido do Movimento Democrático Brasileiro –PMDB e Partido da Social Democracia Brasileira – PSDB), con le quali ha condiviso privilegi e ha giocato la stessa partita dell’utilizzo improprio della macchina dello Stato.

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– La mancanza di leadership della stessa Dilma Rousseff (che ha ereditato il comando dal suo ben più carismatico padrino politico Lula da Silva), incapace per di più di mediare con i partiti della coalizione di governo e con i suoi leader principali. Dilma non ha saputo temperare l’asprezza di carattere, la rigidità delle sue posizioni, manifestando spesso intolleranza e svilendo i suoi alleati, al punto che non pochi vedono anche una forma di vendetta nella sua destituzione. Nel suo stesso partito non ha goduto di molta simpatia.

Il Brasile avviato a divenire la quinta potenza economica mondiale nell’epoca di Lula, il Brasile ammirato per la sua capacità di combinare crescita e abbattimento della miseria, quel Brasile non esiste più. In pochi anni è passato dall’euforia alla depressione, sommerso da un crisi multiforme senza precedenti che non potrà essere risolta nel breve periodo.

La fine politica di Dilma Rousseff, e probabilmente di Lula, lascia il paese nelle mani del vicepresidente Michel Temer, antico alleato e vicepresidente del suo governo. Il nuovo capo di Stato è una figura altrettanto screditata e sospettata di aver partecipato ad una rete di tangenti di Petrobras. Al di là delle sue responsabilità nella conduzione del governo, Dilma è stata allontanata dal potere attraverso una forzatura delle regole istituzionali. I giudizio contro di lei ha un evidente connotazione politica, come dimostra anche il fatto che il Senato l’ha condannata per un “delitto di irresponsabilità” (per aver truccato i conti pubblici), senza poi privarla dei diritti politici, consentendole di ripresentarsi alle elezioni. Con buona probabilità il governo del suo successore sarà di transizione. I partiti hanno tempo sino alle prossime elezioni, previste nel 2018, per disintossicarsi e ricostruirsi. C’è bisogno di un nuovo grande progetto politico, con una visione alta del futuro del paese, per superare una crisi amplia e complessa, di cui la votazione del Senato costituisce solo un capitolo. Non sarà facile perché un grande progetto politico si sorregge se è capace di riunire le più diverse parti sociali. Un progetto, in altre parole, deve assumere anche l’orizzonte del patto sociale. Ed il Brasile resta un paese fortemente polarizzato.

Per la sinistra brasiliana la sfida è anche maggiore. In Brasile, come altrove in America Latina, si è esaurito un ciclo politico. Dopo circa un decennio, i governi di sinistra (moderata ed estrema) stanno perdendo il potere. La sinistra latinoamericana ha avuto il merito di portare lo Stato a preoccuparsi di milioni di diseredati. Certamente non si possono mettere insieme storie così diverse come quelle del Brasile, del Venezuela, o del Cile. Ma al di là di queste diversità, resta il fatto che mai prima, nella storia dell’America Latina, la povertà e le diseguaglianze sociali avevano avuto tanto spazio nell’agenda pubblica. L’eccessiva frequentazione del potere, la corruzione e l’inadeguatezza nella gestione del cambiamento di ciclo economico hanno appannato le conquiste di questi anni. E le mettono a rischio. L’ideologizzazione, che pure è stato un ingrediente di quelle politiche sociali di sinistra, non serve più per mobilitare intorno a grandi progetti nazionali che ne riprendano e approfondiscano la spinta. Come ha scritto Juan Arias su El País, “il brasiliano è più pragmatico che ideologico. Per questo, forse, si è capito sempre meglio con Lula che con Rousseff”.

Articolo scritto per Hic Rhodus da Francesco Maria Chiodi 
Esperto di politiche sociali e del lavoro. 
Lavora presso l’Istituto Italo Latinoamericano