I test sono il peggiore dei sistemi di selezione, eccetto tutti gli altri…

multiple-choice

Ci sono buone probabilità che tra i lettori del nostro blog ci siano studenti di Medicina e aspiranti tali, o genitori di questi giovani di belle speranze, ai quali contiamo di affidare la nostra declinante salute nella speranza di raggiungere una più avanzata vecchiaia.
Spero vivamente quindi che questo post non sia più impopolare dei molti altri nei quali abbiamo parlato di scuola, università e ricerca, perché la tesi che cercherò di sostenere è che la selezione tramite test per l’accesso all’Università è discutibile, ma le alternative sono peggiori.

Cominciamo dai fatti, come direbbe il detective di un classico giallo all’inglese:

  1. in Italia, l’accesso ad alcune facoltà universitarie (prendiamo come esempio tipo Medicina) è regolato da un test.
  2. Questo test è costituito da 60 domande a scelta multipla, con 1,5 punti per ogni risposta esatta. Le domande includono:
    • 20 quesiti di ragionamento logico;
    • 2 di cultura generale;
    • 18 di biologia;
    • 12 di chimica;
    • 8 di fisica e matematica.
  3. Sulla base del punteggio ottenuto nel test, e in base ai posti disponibili in ciascun ateneo, viene formata una graduatoria e, per ogni università, definito il punteggio minimo che consente l’iscrizione al corso di laurea in Medicina.
  4. Il numero totale di posti disponibili per gli studenti residenti in Italia, in tutte le facoltà di medicina pubbliche italiane, è di 9.224, leggermente inferiore a quello dello scorso anno, che era pari a 9.513.

Chiaramente, non è possibile prevedere in anticipo quale sarà il punteggio minimo di ammmissione, perché dipende dalla maggiore o minore “difficoltà” del test; si può solo osservare che, come riportato sul popolare sito studenti.it, l’anno scorso la soglia, leggermente diversa da ateneo ad ateneo a seconda di quelli più o meno ambiti, si è collocata tra i 30 e i 40 punti, con la massima difficoltà di accesso a Milano Bicocca (40,9 punti). Due anni fa, le soglie sono state simili (con Milano Bicocca sempre “prima” con 40,7 punti). Quest’anno, per generale consenso, il test era più “facile”, e quindi le soglie dovrebbero essere più alte, secondo alcuni osservatori forse di 10-15 punti.

Tutto questo non meriterebbe troppi commenti se non fosse perché un fatto amministrativo apparentemente “banale” come questi test di ingresso diventa ogni anno fonte di infinite controversie, con migliaia di ricorsi ogni anno (il web pullula di siti e studi legali che offrono i loro servizi agli aspiranti medici delusi dall’esito dei test), contestazioni di principio contro il numero chiuso, obiezioni di metodo contro l’uso di test di ingresso, eccetera. Un esempio rappresentativo di questo stato di cose è offerto dalle posizioni di alcune associazioni degli studenti, come Unione Degli Universitari e Link, che contestano in prima istanza il numero chiuso, e in secondo luogo qualsiasi prova usata per applicarlo. Proviamo allora a esaminare alcuni dei punti controversi:

  1. È davvero necessario il numero chiuso a Medicina (e in altri corsi di laurea)? Questa domanda, se depurata dalle sue implicazioni ideologiche, è piuttosto facile. Medicina è un corso di laurea che richiede risorse notevoli, laboratori, accesso alla pratica clinica, eccetera, e garantire un adeguato livello di qualità didattica implica strutture commisurate a un fabbisogno programmato. È evidente che pretendere che le università italiane siano predisposte per accogliere un numero potenzialmente illimitato di studenti è assurdo: comporterebbe uno spreco di risorse ingiustificabile (se non, appunto, con considerazioni ideologiche).
    È utile osservare che in Italia non c’è penuria di medici; per rendersene conto, basta confrontarci con gli altri paesi: l’Italia è ai primi posti nel mondo per densità di medici (c’è semmai scarsità di infermieri), anche se questa densità si è ridotta negli ultimi anni proprio dopo l’introduzione del numero chiuso. D’altronde, l’Italia non è certo nelle condizioni economiche di spendere per formare medici in eccesso (per corso di laurea e specializzazione, preparare un medico costa allo Stato circa 150.000 Euro; considerato che i candidati sono sei volte più numerosi dei posti disponibili, permettere a tutti di iscriversi e diventare medici costerebbe qualcosa come 4,5 miliardi di Euro in più).
  2. I test sono attendibili? È ragionevole utilizzare un test come questo per selezionare i giovani aspiranti medici? Secondo Elisa Marchetti, ad esempio, coordinatrice UDU, “quella che avviene con il test è una selezione all’ingresso che di fatto si basa su elementi aleatori, e su cui incidono fortemente una serie di fattori che nulla hanno a che vedere con la capacità e la volontà del candidato di affrontare un determinato corso di studi”.
    Certo, un test come questo non può essere considerato infallibile; però la sua efficacia andrebbe valutata in termini pratici, e ugualmente a esigenze di praticità deve rispondere un test che deve essere applicato a migliaia di studenti di tutta Italia, provenienti da diversi corsi di studio. In realtà, non è facilissimo trovare in Rete dati sulla correlazione tra punteggio nei test e successivi risultati nello studio universitario; segnalo un articolo di alcuni anni fa che fa una rassegna delle evidenze e confronta il sistema italiano con quello di altri paesi; alcuni dati per facoltà diverse da Medicina si trovano qui, mentre sul sito di Alpha Test, una società che offre corsi per la preparazione ai test,  ci sono alcuni articoli che affermano ad esempio:

    “In Italia l’esperienza ha dimostrato (relazione Cnvsu 2011 e altre autorevoli fonti) che esiste una forte correlazione fra il punteggio conseguito nel test e i risultati ottenuti nel corso degli studi universitari. Inoltre, nella facoltà di Medicina e Chirurgia con accesso a test multiplo valgono quattro importanti aspetti: 1) le iscrizioni agli anni successivi avvengono con regolarità a dimostrazione che la selezione funziona al contrario delle facoltà dove l’accesso è effettuato secondo altri parametri; 2) gli studenti che ottengono un punteggio elevato nella prova a test si laureano prima degli altri; 3) gli studenti che ottengono un punteggio elevato nella prova di ammissione superano gli esami con votazioni più alte e si laureano con una votazione mediamente più elevata rispetto ai candidati posizionatisi nelle fasce inferiori della graduatoria; 4) il numero di esami superati in corso è tanto più elevato quanto maggiore è il punteggio conseguito nella prova a test”.

    Tuttavia, risalire ai dati originali alla base di queste affermazioni non ci è stato facile, quindi riportiamo queste indicazioni senza poterle pienamente verificare.
    Per raffronto, in un paese molto più favorevole ai test come gli USA c’è maggiore disponibilità di dati. Negli USA in realtà esistono test standardizzati (il SAT e l’ACT, in particolare) che vengono largamente utilizzati dalle università per selezionare gli studenti. Questi test non sono differenziati per facoltà: il SAT, ad esempio, include un test di lettura, uno a base matematica e uno di scrittura di un testo. L’efficacia di questi test in USA è studiata da tempo (un ampio studio dell’Università di California si trova qui), e i risultati sostanzialmente dicono che il SAT è un indicatore valido, e che la sua efficacia migliora se è usato in combinazione con i risultati finali delle scuole superiori.
    La mia sintesi è: i test standardizzati sono un utile indicatore del probabile futuro profitto negli studi, anche se ovviamente richiedono di essere continuamente verificati e migliorati. Teoricamente, potrebbero essere migliorati se si tenesse conto anche del profitto nella scuola superiore, ma questo aprirebbe un tema molto complicato, per via dell’enorme disomogeneità e discrezionalità delle valutazioni dell’esame di Stato. Per come stanno le cose oggi, penso che il voto di maturità per la selezione di ingresso all’università vada usato con molta cautela.

  3. I test sono troppo difficili? Premesso che in realtà più che la difficoltà dei test quello che conta è il rapporto tra posti disponibili e candidati, una maggiore difficoltà del test dovrebbe ovviamente essere semmai una garanzia della sua efficacia. Da questo punto di vista, come ogni commentatore che si rispetti, ho deciso di sottopormi al test, anzi ai test: quello appena svolto per l’anno 2016-2017, e quello relativo all’anno 2014-2015, per il quale esiste un simulatore sempre su studenti.it. Naturalmente non mi sono preparato in alcun modo, e come “aiuto” ho usato solo una calcolatrice; senza divulgare dati troppo “personali”, posso dire che avrei superato comodamente il test sia nel 2014-2015 sia quest’anno (ipotizzando una soglia verosimile), ma soprattutto posso dire che quello di due anni fa era decisamente più impegnativo (quest’anno avrei ottenuto almeno 10 punti in più), e questo “ammorbidimento” a mio avviso è un possibile punto debole, visto appunto l’alto numero di candidati. La risposta a questa domanda quindi è certamente no.

In conclusione: come abbiamo visto più volte relativamente ai concorsi per insegnanti, anche per gli studenti vale una considerazione un po’ sconsolante: se invece di protestare, cercare di copiare, presentare ricorsi al TAR, eccetera, i nostri giovani diplomati si limitassero a studiare come si deve per superare un esame cruciale per il loro futuro professionale, potrebbero e dovrebbero ottenere punteggi molto più alti di quelli che ottengono mediamente in realtà. Dal punto di vista della società in generale, un sistema che “filtri a monte” studenti non sufficientemente motivati o capaci è il minore dei mali; meno efficaci e rigorosi sono filtri di questo tipo e più l’inevitabile selezione sarà affidata ad altri fattori, che con tutta probabilità saranno legati alle differenze economiche e sociali tra gli studenti. Dato che queste differenze nella nostra società stanno purtroppo crescendo, combattere le forme di selezione basate sulla capacità e sulle conoscenze equivale in realtà a sfavorire i meno avvantaggiati socialmente, al contrario di quelle che dovrebbero essere le intenzioni di certe forze politiche e sociali.

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