La crisi del regionalismo in America Latina

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In questi mesi si assiste ad una nuova crisi del MERCOSUR, il meccanismo per costruire un mercato comune tra cinque paesi dell’America meridionale (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela [la Bolivia è in processo di incorporazione]). Questo gruppo, con cui l’Europa ricerca un accordo da circa vent’anni, è stato a lungo considerato il prodromo dell’unità latinoamericana, destinata sulla falsariga dell’esperienza europea ad estendersi dal piano economico a quello politico. Il MERCOSUR stenta invece a consolidarsi anche solo come mercato sub regionale. Il motivo della crisi attuale riguarda la presidenza di turno che il Venezuela avrebbe dovuto rilevare dall’Uruguay, e che il Paraguay ha subito disconosciuto, seguito poco dopo dai governi del Brasile e dell’Argentina. Per questo trio, la disastrosa conduzione del paese chavista, la sua deriva antidemocratica e la mancata ratificazione di alcuni accordi e normative previsti dal protocollo di adesione, non conferiscono al governo di Nicolás Maduro la legittimità per assumere la presidenza. Al momento il Venezuela è sotto minaccia di espulsione dal MERCOSUR e una commissione degli altri paesi ne ha assunto il coordinamento. Da ricordare che nel 2012 il Paraguay fu sospeso come misura di ritorsione per la destituzione del Presidente Fernando Lugo da parte del Senato. Questo permise l’entrata del Venezuela nell’organizzazione, voluta dagli altri paesi. La situazione dell’organizzazione sudamericana si è aggravata ultimamente anche per il congelamento venezuelano delle relazioni con il Brasile, a seguito dell’allontanamento di Dilma Rousseff dal potere.

La paralisi attuale del MERCOSUR accade in un contesto più generale di prostrazione del processo d’integrazione dell’America Latina. La regione non riesce ad agire ancora con una qualche forma di unità politica. Una speranza a lungo coltivata dall’Unione Europea, quella di un’America Latina capace di esprimersi con una voce unica. La novità più recente, dal punto di vista di una costruzione politica comune, è stata la nascita, nel 2011, della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños – CELAC, il primo organo di dialogo e concertazione politica che riunisce 33 paesi della regione. Dal 2013 la CELAC è anche la controparte della UE nei Vertici tra i capi di Stato e di Governo delle due regioni, che si celebrano ogni due anni (il primo fu nel 1999), nell’ambito del processo di Associazione Strategica tra la UE ed i paesi dell’America Latina e i Caraibi.

Si tratta però di vertici che non producono decisioni vincolanti. D’altronde la CELAC è una struttura intergovernativa nella quale gli accordi devono essere presi per consenso, senza che vi siano strumenti per esigerne l’adempimento o sanzionarne l’inosservanza (Luksic Lagos 2015).

Essa, inoltre, non sostituisce gli altri organismi regionali e sub regionali preesistenti. Il quadro generale risulta alquanto frammentato. Oltre alla Organization of American States – OAS, della quale fanno parte anche gli USA e Canada, la Caribbean Community-CARICOM, integrata da 15 stati caraibici, e il sistema iberoamericano, con Spagna e Portogallo, le principali organizzazioni che convivono con la CELAC sono:

L’UNASUR e ALBA, e in parte la CELAC, sono espressioni di quello che Sanahuja (2008) ha chiamato il regionalismo “post liberale” (o postliberista), distinguendolo dal regionalismo “aperto” del periodo 1990-2005. Promosso dai governi progressisti nell’ultimo decennio, questo nuovo regionalismo si basa su alcuni concetti fondamentali intorno ai quali si è registrata una ampia convergenza: l’autonomia latinoamericana (rescindendo ogni vincolo di subordinazione agli Stati Uniti), la sovranità nazionale, l’interventismo statale in economia, la centralità della dimensione politica del progetto regionalista rispetto all’integrazione economica, l’attenzione alle questioni sociali. Nessuno dei tre organismi si propone la costituzione di un mercato comune. SICA, CAN e MERCOSUR sono invece organizzazioni più antiche che coniugano maggiormente i due obiettivi, prevalentemente quello economico. Da ultimo l’Alianza del Pacifico, creata nel 2011, consiste in un’area d’integrazione economica tra 4 paesi (non limitrofi) che si affacciano sul Pacifico per incrementarne la competitività internazionale e posizionarsi come piattaforma di articolazione con l’area Asia-Pacifico. Secondo Ardila (2015, p.256) la AP rompe lo schema unionista, propugnando “un multilateralismo cooperativo, complementare e/o contrario a quel multilateralismo difensivo ed egemonico propugnato da altri organismi regionali”.

I diversi sistemi convivono, generando alcune sinergie, ma anche tensioni, oltre che una sovrapposizione di obiettivi ed appartenenze. In modo efficace, Grabendorff (2015, p.15) riassume la situazione in questi termini: “Esiste una discrepanza ovvia tra il debilitamento della capacità d’associazione, da una parte, e la moltiplicazione degli sforzi finalizzati ad una governance regionale, che mette in risalto quanto per gli Stati sia apparentemente più facile, e politicamente più attrattivo, creare nuovi organismi invece di avanzare nell’istituzionalizzazione di quelli già creati”.

Attualmente tutti gli organismi si trovano più o meno arenati in una crisi di sviluppo. Tra i denominatori comuni di questa situazione, almeno cinque sono da sottolineare.

Il nazionalismo

Il nazionalismo è una realtà storica dei paesi dell’America Latina. Il sentimento nazionalista è stato abilmente amministrato dai governi sia per finalità di consenso popolare, sia come risorsa per cementare il senso di appartenenza ad una medesima comunità. Non bisogna trascurare il fatto che la maggior parte delle nazioni del subcontinente ha una bassa coesione interna a causa dei conflitti etnici e/o delle forti disuguaglianze sociali. Una conseguenza inevitabile della gestione politica del nazionalismo è l’avversione dei governi a cedere sovranità agli organismi sovranazionali. Una refrattarietà paradossalmente confermata anche quando, nel contesto di un’economia globalizzata, gli Stati hanno minori possibilità di indirizzare lo sviluppo economico dei paesi, e potrebbero affrontare meglio le sfide della globalizzazione nel quadro di un’alleanza multinazionale.

Il carattere intergovernativo delle istituzioni regionali e sub regionali

Il regionalismo latinoamericano si caratterizza come uno spazio intergovernativo dominato dagli interessi nazionali rappresentati dai governi di turno. Le amministrazioni pubbliche sono poco coinvolte e comunque sempre in subordine agli apparati di governo. La partecipazione di altri attori social è praticamente inesistente. Questa limitazione può essere ricondotta anche al protagonismo assoluto dei capi di governo nella creazione e nello sviluppo degli organismi regionali. Ciò ha messo in luce un’inevitabile correlazione tra agenda regionale ed agenda elettorale, tra politica internazionale e politica nazionale. Questo condizionamento può essere interpretato come uno degli effetti della debolezza dello Stato (che in genere si identifica con il Governo) e della difficoltà di elaborare visioni strategiche di lungo periodo basate su ampi consensi sociali, almeno nella maggioranza dei paesi. Come si è detto, UNASUR, ALBA e CELAC hanno un contenuto squisitamente politico più che economico. Si orientano soprattutto al dialogo, al coordinamento e alla cooperazione interstatale. Oltre a questi tre casi, anche gli altri organismi non dispongono di risorse ed istituzioni (assimilabili al ruolo nella UE della Commissione Europea) che possano agire ed incidere sulle politiche nazionali nel quadro di accordi comuni. Politicizzazione, personalizzazione (presidenziale) e intergovernativismo sono fattori cruciali che spiegano il basso livello di sviluppo istituzionale degli organismi regionali e gli scarsi poteri decisionali di cui sono dotati.

La persistenza di alcune tensioni nelle relazioni bilaterali

Anche se i contenziosi frontalieri sono stati in gran parte risolti, permangono alcuni conflitti che riaccendono periodicamente la tensione tra alcuni paesi e dividono la comunità latinoamericana. Tra i più noti si possono ricordare quelli tra la Colombia e il Venezuela (contrabbando; presenza di gruppi militari, paramilitari e guerriglieri nella frontiera terrestre); tra la Colombia e l’Ecuador (incursione dell’esercito colombiano in Ecuador e bombardamento di forze guerrigliere di quel paese; contrabbando); tra la Bolivia ed il Cile (accesso al mare della Bolivia, perduto nella Guerra del Pacifico); tra il Cile ed il Perù (frontiera marittima); tra il Nicaragua e la Colombia (frontiera marittima e sovranità sulle Isole San Andrés e Providencia); tra il Nicaragua ed il Costa Rica (sovranità del corso del fiume San Juan e territori adiacenti, disputa legata anche al progetto di costruzione in Nicaragua del nuovo canale interoceanico parallelo a quello di Panama). Queste controversie sono spesso sfruttate in chiave nazionalista e possono intrecciarsi con fratture politiche ed ideologiche, come avviene tra il Nicaragua ed il Costa Rica e tra la Colombia ed il Venezuela. Al di là dei problemi di frontiera, il bilateralismo continua ad avere un peso centrale nell’agenda internazionale dei governi, mentre la capacità di mediazione degli organismi regionali nei casi di crisi nazionali e tra paesi si è rivelata minore, salvo in qualche occasione con l’UNASUR.

La mancanza di una leadership

Il Brasile e il Messico figurano storicamente come le due grandi potenze dell’America Latina, con politiche regionali perlopiù rivali. Insieme all’Argentina fanno parte del G20, ma i tre paesi vi partecipano individualmente, senza alcuna forma di coordinamento (Portales 2014, p. 68). Nell’ultimo quindicennio il Venezuela ha mostrato un crescente attivismo nella costruzione di un’alleanza bolivariana, antiimperialista e anticapitalista. Tentativo contrastato dal Brasile, pur ascrivendosi entrambi a quello che in senso lato viene chiamato blocco progressista. Il Venezuela ha dato vita all’ALBA, che è una sua creatura politica e dipende unicamente dalle sue risorse. La crisi del paese caraibico ne ha inficiato però ogni prospettiva di sviluppo. Il Brasile di Lula e Rousseff, benché abbia mantenuto rapporti di amicizia, ha smorzato le ambizioni venezuelane e investito politicamente sull’UNASUR, può consono al suo disegno di proiezione globale e di leadership nel Sudamerica. Nel resto della regione non si segnalano altri attori che possano ambire a pilotare il processo d’integrazione. Limitandoci quindi agli stati più grandi – Messico, Brasile ed Argentina – va detto che ognuno presenta un profilo distinto nei confronti del progetto regionalista.

Il Messico è rimasto a lungo estraneo al contesto regionale. Pur sostenendo il discorso ‘latinoamericanista’ ed alcuni progetti integrazionisti, la politica estera azteca è stata dominata dai complessi rapporti con gli Stati Unita. Più a sud, i suoi interessi si sono rivolti in modo più sistematico all’America Centrale. L’attivismo latinoamericanista dagli anni ’60 in poi trova spiegazione nel tentativo di distanziarsi dall’influenza statunitense, al meno sul piano politico ed ideologico. Di fatto, però, è proprio con questo paese che esistono le relazioni più intense. Oltre a quelle importantissime di natura economica e commerciale, inalveate nel NAFTA (accordo di libero scambio tra i tre paesi del Nord America, in vigore dal 1994), i governi hanno dovuto dare massima priorità a due problemi transfrontalieri con gli USA: i flussi migratori ed il controllo dei gruppi criminali legati al narcotraffico. Solo recentemente è rifiorita l’azione messicana nella regione attraverso la CELAC ed il forte investimento nell’Alleanza del Pacifico. Questi movimenti sono da ricondurre alla politica degli ultimi governi che hanno voluto rilanciare il Messico come grande potenza, senza che ciò implichi una qualche volontà di porsi al comando dell’integrazione latinoamericana.

Il Brasile ha privilegiato la sua ascesa come potenza emergente e player globale al di là dei confini regionali, rivendicando una nuova governance multipolare e la sua collocazione. Nella regione i governi Lula e Rousseff (2003-2016) hanno dato importanza soprattutto ai rapporti con l’America del sud. Con la creazione dell’UNASUR (2008), spinta anche da altri leader regionali, il Brasile ha cercato di delineare il Sudamerica come uno spazio geopolitico che esclude il Messico e gli USA (Pastrana Buelvas 2914, p.65), con un proprio sistema di governance (che comprende un meccanismo di coordinamento in materia di difesa), capace anche di interloquire come tale a livello globale. La prossimità politica ed ideologica con i governi ‘progressisti’ ha facilitato la strategia brasiliana. Nella competizione tra il Venezuela di Chavez e il Brasile di Lula, è prevalso comunque l’orientamento più moderato di quest’ultimo all’interno dell’UNASUR, distanziandosi dal veemente discorso antistatunitense e contestatario dell’ordine internazionale del leader venezuelano. Anche per questo UNASUR alberga uno spettro ideologico più ampio. In questo periodo, complice l’isolamento degli Stati Uniti dalle vicende latinoamericane, sembrava che l’impulso dato dal Brasile potesse accelerare il processo di integrazione. Grazie al prestigio assicurato dai suoi successi in campo sociale ed economico, il Brasile pareva destinato ad avere un ruolo predominante. L’attivismo multilaterale e regionale del gigante verdeoro ha subito però una brusca battuta d’arresto con il forte peggioramento della situazione economica e la crisi politica ed istituzionale che ha portato all’’impeachment di Dilma Rousseff. Il nuovo governo presieduto da Michel Temer è alle prese con i gravi problemi domestici. Sul piano regionale, se ne conoscono per ora la presa di contatto con l’Alianza del Pacifico ed una chiara insofferenza nei confronti dei limiti del MERCOSUR, anche per le difficoltà a chiudere il lungo negoziato con l’Unione Europea

L’Argentina, infine, nei 12 anni appena conclusosi di egemonia kirchnerista (dal nome dei presidenti Nestor e Cristina Kirchner, al governo dal 2003 al 2015 e a capo della corrente di sinistra del movimento peronista), ha intrapreso una politica economica nazionalista e protezionista. La preminenza nell’agenda dei temi di politica interna rispetto a quelli di politica estera ha fatto sì che il paese si distaccasse dalla scena internazionale, salvo l’alleanza politica, in sede regionale, con i governi antiliberisti. Proprio insieme ai leader di questi governi l’Argentina è stata protagonista, nel 2005, dello storico rifiuto alla proposta statunitense di formare un’area interamericana di libero commercio (ALCA). E sempre con loro ha fondato UNASUR, il cui primo Segretario Generale fu Néstor Kirchner. Con la fine del kirchnerismo e l’elezione alla presidenza di Mauricio Macri, è iniziato un nuovo ciclo di politica estera, esemplificato dalla formula ‘reinserimento del paese nel mondo’. Il governo punta a ristabilire relazioni con tutti i paesi della regione e con l’Alianza del Pacifico, a distendere i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa (di fatto interrotti nel decennio precedente) e a dare nuova linfa vitale al MERCOSUR, anche per portare a buon esito il negoziato con l’Unione Europea. Uno dei problemi storici che condiziona l’iniziativa regionale dell’Argentina è la sua forte dipendenza dal Brasile, principale socio commerciale e cofondatore del MERCOSUR, ma con il quale vi sono stati diversi contenziosi per le rispettive politiche protezionistiche. Proprio dall’Argentina, tra l’altro, prima di Macri sono stati posti forti ostacoli all’accordo del MERCOSUR con la UE, per la preoccupazione relativa all’abbassamento dei dazi. Tant’è che in Brasile e in Uruguay si sono levate voci per flessibilizzare la regola secondo cui i membri dell’organizzazione sono obbligati a negoziare accordi in forma congiunta.

Le divergenze politico-ideologiche e delle priorità di politica estera

Ogni volta che si parla di America Latina, bisogna premettere il dato dell’eterogeneità del subcontinente. Anche in politica internazionale si riscontrano interessi ed aggruppamenti che non convergono facilmente. Il Messico ed il Brasile, come si è detto, devono essere considerati realtà a se stanti, con mire che trascendono le frontiere regionali. Un altro blocco è costituito dai paesi dell’America Centrale, ancorati agli Stati Uniti per ragioni di vicinanza, per gli stretti vincoli economici (rinsaldati con il CAFTA, il trattato di libero commercio), per i milioni di emigrati in quel paese e, infine, a causa della criminalità organizzata che opera tra gli Usa, il Messico e i paesi centroamericani (soprattutto Guatemala, Honduras ed El Salvador). La Comunità Andina e i paesi del Cono Sud sono indicati in genere come altre due subregioni, pur se con una diversità interna consistente. Il Cile, inoltre, non ha aderito al MERCOSUR (è uno stato associato, senza diritto a voto) e mantiene un profilo internazionale autonomo dalle dinamiche regionali, molto legato alla sua politica commerciale. E’ il secondo paese (subito dopo il Messico) ad avere sottoscritto un accordo di associazione con la UE che istituisce una zona di libero scambio. Il Cile ed il Messico sono anche gli unici stati latinoamericani a far parte della OCSE, mentre Costa Rica, Colombia e Perù hanno chiesto di aderirvi e l’Argentina è in procinto di farlo. Un ulteriore elemento di differenziazione è costituito dalla proiezione verso le economie asiatiche dei paesi dell’Alleanza del Pacifico.

Anche sul piano politico è difficile ritrovare un’unità d’intenti. E questo sebbene l’apparentamento politico-ideologico dei governi ‘progressisti’ abbia agito come un propulsore del regionalismo post liberale, rappresentato in particolare da UNASUR e ALBA. Al di là del suo successo iniziale, la connotazione tutta politica dei processi intrapresi negli ultimi anni dimostra la precarietà del nuovo corso. Non solo per il nesso con un contesto di maggioranze di governo comunque ribaltabili, ma anche per la presenza di governi di altro colore politico in organismi che sono comunque tenuti a decidere per consenso. Appena un anno fa la Colombia non scartava l’uscita dall’UNASUR, accusata di parzialità nel conflitto tra questo paese ed il Venezuela. Come abbiamo già accennato, il MERCOSUR attraversa una nuovo momento di stallo. La spaccatura con il Venezuela è motivata anche dalla preoccupazione degli altri paesi sulle sorti del trattato di libero commercio che l’organismo sta negoziando con la UE, nonché per l’ostilità venezuelana al processo di avvicinamento all’Alianza del Pacifico. Un altro caso è scoppiato alla fine dello scorso anno con l’autosospensione del Costa Rica dal SICA, poi rientrata dopo sei mesi. Il presidente Guillermo Solís rimproverava all’organizzazione centroamericana la mancanza di solidarietà di fronte alla crisi provocata dal blocco di migliaia di migranti cubani alla frontiera con il Nicaragua, quando il governo sandinista di Daniel Ortega ha deciso di respingerli denunciando il paese vicino per la pretesa di concedere l’ingresso in Nicaragua di persone “in situazione di illegalità e con atteggiamenti violenti che pretendono di percorrere la regione centroamericana”.

In conclusione, diversi problemi concorrono ad ostacolare l’impianto di sistemi di governance ed integrazione regionale duraturi e con una vasta legittimazione. Qui ho messo l’accento sulla scarsa volontà di trasferire quote di sovranità ad istituzioni sovranazionali, sull’influenza smisurata della diplomazia presidenziale e sulla forte dipendenza dal ciclo politico, soprattutto negli ultimi anni. Accanto a questi motivi, ho voluto ricordare la coesistenza di diversi tipi di regionalismo che rispecchiano differenze ideologiche e modelli economici discordanti (protezionismo del MERCOSUR vs liberoscambismo dell’Alianza del Pacifico), che si intersecano pure con le diverse priorità geostrategiche. Infine, una barriera strutturale è determinata dalle asimmetrie tra i paesi. La principale riguarda la posizione del Messico e ancor più del Brasile, con uno sguardo che va ben oltre la regione. Il carattere meramente intergovernativo degli organismi regionali completa il quadro e ne è al contempo l’espressione, evidenziando un’ulteriore debolezza intrinseca. Infatti la stabilità dei governi nazionali, e l’eventuale continuità degli orientamenti di politica estera e regionale nel passaggio da uno all’altro, decidono il destino di questi organismi.

Il quadro tuttavia sta mutando radicalmente, rendendo più problematica la situazione oltre che del MERCOSUR, anche della CAN, dell’UNASUR e dell’ALBA, senza potersi escludere ripercussioni sugli altri organismi. I governi della maggior parte dell’America meridionale sono impegnati ad affrontare una nuova fase di difficoltà economica, ma il cambiamento più significativo riguarda l’esaurimento di un ciclo politico dominato largamente dalla sinistra. Buona parte dei governi di sinistra è caduta o è a rischio di caduta. Al di là delle circostanze specifiche di ogni paese, il cattivo andamento dell’economia campeggia come un aspetto comune di questi rovesci, a cui si aggiunge il logoramento fisiologico delle forze al potere da tanto tempo e, in alcuni casi, la crescente insofferenza verso la corruzione dilagante (dell’intera classe politica).

  • Il Venezuela bolivariano è allo stremo, nel mezzo di una crisi politica, istituzionale, economica e sociale che non ha uguali in America Latina, inaspritasi con la clamorosa vittoria delle opposizioni alle elezioni parlamentari del 2015. Il governo mantiene a stento il potere mentre si cerca di indire un referendum revocatorio sul mandato presidenziale. In Argentina si è insediato a fine 2015 un governo di centrodestra guidato da Mauricio Macri, che si è subito distanziato dai suoi predecessori, anche sul piano internazionale. La fine della vicenda Dilma Roussef in Brasile, con la recente conferma dell’impeachment, lascia al governo l’impopolare Michel Temer, di centrodestra, sostenuto da una maggioranza diversa da quella vincitrice delle passate elezioni, che dovrà gestire il paese in piena recessione economica fino alle prossime elezioni del 2018. In questo modo sono crollati tre capisaldi l’attivismo regionalista presidenziale in chiave postneoliberal: il chavismo il Venezuela, il kirchnerismo in Argentina e il petismo in Brasil (dal nome del Partido dos Trabalhadores – PT).
  • L’inversione di rotta è corroborata anche da altri processi che avvertono del tramonto dei governi della sinistra (nelle sue diverse declinazioni), inaugurando uno scenario di chiara discontinuità con il passato. In Ecuador, colpito tra l’altro da un forte terremoto ad aprile di quest’anno, la Revolución Ciudadana del Presidente Rafael Correa, nonostante alcuni indubbi successi, deve fare i conti con un’economia infragilita dai bassi prezzi del petrolio (dal quale proviene il 28% delle entrate fiscali) e dall’aumento della spesa pubblica, del deficit, del debito e delle tasse. Nel 2016 si prevede una recessione dell’1,7%. Il futuro politico è incerto. La crisi economica può tradursi in un abbattimento dei consensi popolari verso Correa, che viene accusato da un’opposizione ancora divisa, ma oggi più forte, di gestione personalista del paese e restrizione degli spazi di libertà. Il presidente fino ad ora ha rifiutato il progetto di riforma costituzionale che potrebbe consentirgli la rielezione nel 2017, mentre la forte dipendenza del partito di governo dal suo leader carismatico rende molto difficile individuare un candidato con possibilità di successo.
  • Anche in Bolivia sembra spegnersi il grande slancio impresso dal leader radicale Evo Morales, in mezzo a scandali che hanno coinvolto lo stesso presidente e conflitti sociali sempre più esacerbati. Dopo anni di forte crescita del PIL e un’importante diminuzione delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito, cominciano a vedersi segnali di indebolimento del modello economico basato sull’espansione del consumo e della spesa pubblica. Gli investimenti esteri sono in calo, nonostante le misure prese per aumentare l’attrattività del paese. Ma è la situazione politica a preoccupare maggiormente. Il clima interno è sempre più esacerbato e la lunga permanenza al potere di Morales dà un maggiore adito alle accuse rivoltegli di governare con metodi autoritari. La sua popolarità è in forte discesa. A febbraio di quest’anno ha perso il referendum che aveva convocato per modificare la Costituzione ed ottenere l’autorizzazione a correre per un quarto mandato e restare in carica fino al 2025. Recentemente è stato assassinato il viceministro Rodolfo Illanes, a seguito di un sequestro durante una protesta dei piccoli minatori in sciopero.
  • L’incertezza politica proietta un’ombra anche sul governo di centrosinistra di Michelle Bachelet in Cile, con un livello di approvazione ai minimi storici. La Presidenta ha avviato un ambizioso piano di riforme strutturali, ma sconta una certa imperizia dell’apparato di governo, nonché una forte opposizione ad alcune delle riforme più controverse (educativa, del lavoro, ecc.). A questo si sommano le divisioni interne alla coalizione al potere e i casi di corruzione che ne hanno aumentato il discredito. Più che per le condizioni dell’economia, che comunque rimane distante dai suoi buoni livelli precedenti, il Cile vive una crisi politica e di fiducia sulle reali capacità del governo di condurre il paese, in un contesto di pressione sociale dei ceti medi e medio bassi, le cui aspettative sono cresciute nel lungo periodo di boom economico.
  • Per completare il quadro, bisogna menzionare l’accordo storico in Colombia tra il governo di centrodestra del Presidente Juan Manuel Santos e l’organizzazione guerrigliera Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia-Ejército del Pueblo (FARC-EP), che mette fine al pluridecennale conflitto armato colombiano. Il plebiscito del 2 ottobre, con una bassa affluenza alle urne, non ha ratificato l’accordo, forse per il rifiuto popolare dell’eccesso di impunità concessa ai guerriglieri. A poco meno di due anni dalle elezioni presidenziali, la consultazione rivela una società fortemente polarizzata e per quanto il suo risultato non sia vincolante, rafforza il conservatore Alvaro Uribe, ex presidente e principale esponente della campagna per il ‘no’.
  • Un altro avvenimento di molta importanza è la ripresa delle relazioni tra gli Stati Uniti e Cuba. Viene rimosso così uno dei maggiori intoppi per il ritorno degli USA nel subcontinente, e ancor più per un rilassamento dei rapporti tra molti paesi dell’America Latina ed il vicino del Nord. Riavvicinamento peraltro già intavolato dai governi del Brasile e dell’Argentina.
  • Infine, anche l’auge della Alianza del Pacifico-AP contribuisce a trasformare radicalmente il quadro degli assetti regionali edificati nell’ultimo decennio e che, insieme agli altri cambiamenti di cui si è detto, porta a ridimensionare l’UNASUR, l’ALBA e il MERCOSUR, se non a una loro vera e propria crisi d’identità. La AP, senza un progetto politico a monte, ma estremamente dinamica nella sua proiezione commerciale esterna, sta suscitando un alto interesse nella regione. Se fino a poco tempo fa essa poteva essere considerata un progetto ideologicamente ostile all’UNASUR, al MERCOUR e all’ALBA, oggi con l’arretramento delle sinistre di governo la frattura non ha ragione di esistere. In piena crisi del MERCOSUR, ed anzi come manifestazione dei suoi contrasti interni, il Brasile e l’Argentina stanno promuovendo un diverso approccio all’AP, che rappresenta un’opzione per costruire regionalmente un asse transpacifico. Altri paesi come il Panama ed il Costa Rica sono in processo di adesione. Una seconda novità è che la creazione dell’AP trascende in qualche modo la discussione America Latina-America del Sud (sui cui si è imperniata la politica brasiliana). La presenza del Messico, infatti, rende obsoleto questo dilemma. (Malamud 2012). Questa nuova associazione di paesi può implicare una rottura della narrativa latinoamericanista e dei processi avviati dall’inizio del XXI secolo, ponendo in primo piano i vincoli con altri paesi ed aree del mondo. Si conferma in tal modo l’orientamento dei paesi latinoamericani a stringere pragmaticamente rapporti laddove si riscontrano maggiori opportunità (al di là della retorica politica ‘sud-sud’). Il successo della AP mette anche in risalto lo spostamento degli interessi geopolitici e geo economici verso l’Asia, con la conseguente degradazione dell’asse transatlantico. E potrà agire come un ponte geopolitico degli Stati Uniti nella regione, per attrarre soci commerciali e contrastare la crescente presenza della Cina. (Luksic Lagos 2015, p.20). E’ per questo che i partner europei, pur restando importanti, non godranno più di alcun privilegio.

In attesa dello sbocco della crisi politica venezuelana e in altri paesi, è difficile prevedere quale possa essere il nuovo ordine regionale che scaturirà dai profondi cambiamenti in atto. Il 2017 ed il 2018 sono anni densi di appuntamenti elettorali e dovremo attenderne i risultati per capire se si consolideranno o no le tendenze che ho commentato. In questa fase storica di turbolenze e di sconvolgimento degli equilibri precedenti potrebbe assurgere a un nuovo ruolo la CELAC. Tuttavia è lecito dubitarne sia perché questa comunità si palesa come un foro di cooperazione e coordinamento interstatale sia per le asimmetrie esistenti nella regione, con il Brasile ed il Messico difficilmente inquadrabili in organismi di governance regionale composti da ‘pari’.

Più probabilmente i paesi latinoamericani seguiteranno a non poter dispiegare un’azione esterna comune. America Latina resterà forse una regione frammentata. Inoltre, se la crisi economica obbligherà ad approfondire il cammino dell’integrazione economica all’interno della regione, nonché le alleanze commerciali extraregionali, potrebbe essere il campo economico, più che quello politico, a dominare prossimamente la scena del regionalismo latinoamericano.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Francesco Maria Chiodi 
Esperto di politiche sociali e del lavoro. 
Lavora presso l’Istituto Italo Latinoamericano.

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