Perché non faccio l’elemosina

Mauro Covacich, sul Corriere racconta la sua evoluzione negli anni: da elargitore frequente di elemosine a benefattore con criteri rigidi per approdare, oggi, alla mera simpatia: Covacich fa l’elemosina a chi arbitrariamente simpatic* e conclude:

Sono diventato un uomo migliore rispetto all’intransigente qualunquista di vent’anni fa? E rispetto al severo legislatore morale che l’ha sostituito più tardi? Mah, forse ho solo imparato a tollerare le mie debolezze. Forse ho solo accettato l’inaccettabile caos che governa i destini umani.

L’ultima frase è centrale nel ragionamento dello scrittore come nella mia personale riflessione, anche se io ho percorso un sentiero diverso e ho semplicemente smesso di fare la carità a zingari accovacciati alle scale mobili, africani all’uscita dai supermercati, punkabbestia con cane dallo sguardo penoso ai mercati, lavavetri, ambulanti abusivi, finti suonatori sui treni. Non la faccio. Non do loro un centesimo e, spero mi capiate, non evito il loro sguardo, non fingo di cercarmi in tasca senza successo (come dice di fare Covacich), non cerco di fuggire dalla relazione che per qualche attimo si instaura, una relazione penosa fra il bisognoso che tende la mano e il passante più o meno benestante. Io passo, li guardo, e dico “No”. Quel mio sguardo, quel mio dire “No”, è il mio assumermi una responsabilità che voglio sia palese e chiara; non intendo dare nulla ai mendicanti, ma non intendo simulare, fare l’ipocrita, infingere vaghe giustificazioni.

Le ragioni del mio atteggiamento sono diverse. Le minori, quelle comunque non centrali nella mia scelta, sono anche quelle più facili da spiegare e trovano giustificazione nell’analisi distaccata del fenomeno dell’accattonaggio. È noto che la maggior parte delle persone accattone sono sfruttate da racket organizzati (QUI molti articoli sul tema), come accade per la prostituzione, per il caporalato e altre odiose forme di sfruttamento di soggetti deboli. Gli stranieri senza permesso di soggiorno, i profughi, sono assolutamente esposti al pericolo di cadere preda di queste organizzazioni dalle quali diventa difficile uscire. È nota la crudeltà degli sfruttatori, capaci di sottrarre bambini dagli orfanotrofi e provocare loro fratture e deformazioni per impietosire i passanti (fonte anche con informazioni su altre tipologie di accattonaggio). L’ultima Relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo dedica numerose pagine al fenomeno:

Gli esiti delle indagini condotte sul territorio nazionale continuano ad evidenziare l’operatività di soggetti o gruppi criminali bulgari nella consumazione di reati afferenti il traffico di stupefacenti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed il contrabbando di T.L.E., nonché, con incidenza comunque minore rispetto al recente passato, il traffico di armi, la tratta di esseri umani e la riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento sessuale, lavorativo e nell’accattonaggio delle vittime (p. 136).

La tratta di esseri umani rappresentare uno dei prioritari interessi delle organizzazioni criminali rumene. Le indagini condotte in tale settore continuano a documentare l’operatività dei citati sodalizi, attivi su base transnazionale e con strutture di vertice prevalentemente stanziate in madrepatria, nonché la loro capacità di gestire tutte le fasi del traffico illecito, dall’ingaggio, al trasferimento e, infine, allo sfruttamento delle vittime nei paesi di destinazione, sia in campo sessuale che lavorativo e, in misura minore, nell’accattonaggio, avvalendosi di cellule locali deputate al supporto logistico (p. 141).

Generalmente, le donne provenienti dall’Europa dell’est (soprattutto rumene, albanesi e bulgare) vengono indotte con l’inganno a venire in Italia e poi inserite nel mondo della prostituzione e costrette a subire violenze, le nigeriane vengono, invece, spesso minacciate con riti e pratiche locali (ad es. riti voodoo) e coinvolte in traffici internazionali di prostituzione. Gli uomini rumeni sono destinati, principalmente, ad attività di accattonaggio e furto mentre cinesi e indiani, indipendentemente dal sesso, sono impiegati in attività lavorative in condizioni di schiavitù (p. 344).

E via discorrendo.

È ovvio che di fronte a questa evidenza sono possibili due reazioni: 1) quest* poverett* sono sostanzialmente schiav*, sfruttat* senza pietà, è giusto aiutarl* anche attraverso l’obolo, così, malgrado quel denaro vada agli sfruttatori, almeno loro possono continuare a sopravvivere; oppure: 2) mi dispiace per loro, umanamente, ma ogni offerta di denaro contribuisce ad alimentare il racket e a perpetuare la loro schiavitù. Così come la malavita organizzata cresce e si arricchisce nel traffico di stupefacenti, nel gioco d’azzardo e nella prostituzione (fenomeni differenti che richiedono, ovviamente, risposte diverse). Naturalmente i miei lettori penseranno come credono e agiranno di conseguenza, ma è necessario non far finta di niente ed essere consapevoli che dietro la gran parte degli accattoni c’è un’organizzazione criminale che li sfrutta e si arricchisce.

Ciò detto viene la parte più difficile da argomentare, quella etica, morale, alimentata dai sensi di colpa. Il povero, il disagiato, il malato, sono miei fratelli, insegna la morale cristiana, di cui ci dobbiamo prendere carico. L’accattone davanti al supermercato ci ricorda il nostro stato di piccoli borghesi, vagamente benestanti, che comperano quotidianamente oggetti inutili, dannosi, firmati, alla moda, che poi butteremo con tranquillità, nel nostro ordinato mondo di consumatori ormai inconsapevoli; l’accattone ci mette di fronte alla stupidità colpevole dello spreco, al privilegio delle nostre condizioni, alla paura di perdere quei privilegi. Ci sentiamo in colpa (“noi” privilegiati), ci sentiamo fragili, ci rispecchiamo in sofferenze mai provate che ci spaventano terribilmente (la perdita dei piccoli privilegi, dello stipendio a fine mese, del panettone senza canditi…). Noi facciamo la carità sostanzialmente per la nostra paura: ti do un Euro, ma la tua immagine non mi deve perseguitare; ti do un Euro ma perdonami, non è colpa mia… Il senso di colpa cristiano, e ancor più cattolico, non è universale. Ho sperimentato in maniera chiara e illuminante come, in contesti per esempio orientali, non esistano i presupposti per questo senso di colpa ipocrita e malato. I ricchi e i poveri convivono nell’accettazione profonda del caos che governa i loro destini, per utilizzare le parole iniziali di Covacich. Il benestante non si sente colpevole della condizione del povero, il quale non ne ritiene responsabile il benestante. Non c’è disprezzo per il povero, né pietà legata alla relazione.

A partire dal senso di colpa cristiano si edifica poi un rapporto di sfruttamento che non viene razionalmente compreso dai più (e qui sono certo che riceverò le critiche più pesanti) e che ha a che fare col rapporto padrone-servo già criticato da Nietzsche, oltre che con la sua critica della carità cristiana. Dare l’obolo significa rimarcare un potere sull’individuo. Significa segnare la distanza, accrescere il fossato. Che ben si sposa col senso di colpa perché contribuisce, attraverso un atto di potere mascherato da carità, ad allontanare il bisognoso, relegarlo in altra provincia di significato. Dare l’obolo significa poi perpetuare questa relazione asimmetrica, cristallizzarla. Noi ci sentiamo in colpa, ma a partire da tale colpa agiamo un potere che ci preserva, marca la distanza, ci sospende dalla condanna.

Queste riflessioni spiegano il mio comportamento. Un comportamento che non riesce a sottrarsi completamente al contesto culturale in cui sono nato e cresciuto, in cui si agitano elementi piccolo borghesi, retaggi cristiani, emulazioni sociali e contraddizioni di ogni sorta. Io ho scelto di affrontare i miei fantasmi alla luce di un pensiero razionale ed etico, anche se di un’etica che, mi rendo benissimo conto, non è forse quella corrente. Io non voglio alimentare il racket, ma soprattutto non voglio coltivare un senso di colpa eterodiretto, rispetto al quale il mio personale vissuto non ha responsabilità alcuna; non sento il generico “altro” come un “fratello”, ma solo come un individuo che come me ha subìto “l’inaccettabile caos dei destini umani”, con percorsi e con fortune diverse. Ci siamo, viviamo una breve vita nel contesto che ci è dato in sorte, moriremo. Ognuno perso nel labirinto delle proprie credenze, ciascuno ponendosi obiettivi più o meno realizzabili, ognuno sostanzialmente solo. Miliardi di solitudini, in massima parte sofferenti. Non si tratta di insensibilità. Io soffro per queste moltitudini e ritengo inaccettabile questa sofferenza. Alla quale occorre rispondere con politiche, con interventi globali, non con l’Euro fuggevolmente donato distogliendo lo sguardo.

La solidarietà, l’inclusione, l’assistenza (anziché la carità) devono essere un disegno comune, un pilastro della cultura di un popolo, e quindi oggetto di un’azione complessiva, programmata e realizzata pubblicamente, in maniera trasparente, solidale, continuativa ed efficace.

4 commenti

  • Senza saperlo motivare come te lo faccio anch’io. Gli do la mia attenzione, non passo a testa bassa, poi dico di no. Peró sono sensibile alla questione fame (che viene talora usata da queste povere persone a cui manca tutto ma il piatto di cibo glielo dà la Caritas). Così, quando c’é una raccolta organizzata di cibo, do il mio piccolo contributo. Ciao

  • Giampaolo Mezzabotta

    Io differenzio l’atteggiamento a seconda che si tratti di giovani mendicanti (secco NO), poveri (anche italiani, sempre di più) a cui do se posso e se mi sembrano estremamente indigenti, lavavetri (SI se ne ho bisogno) e vendicalzini (ho i cassetti pieni!), NO assoluto a chi sfrutta i bambini per fare pietà. Contesto la parte sul diverso atteggiamento degli altri popoli/religioni: l’Islam fa della carità uno dei suoi cinque pilastri e le religioni orientali la usano per mantenere il loro clero. D’accordo sulla visione politica e sociale dei problemi ma proprio non ce la faccio a restare insensibile e inerte di fronte a qualcosa di inaccettabile. È una mia debolezza?

  • Claudio Antonelli

    Sono pienamente d’accordo con l’autore di questo scritto coraggioso. Nel clima attuale, egli corre, secondo me, il rischio di passare per populista agli occhi di chi si batte per una società “aperta” dove i “progressisti” appiccicano l’etichetta populista su tutto ciò’ che non gli aggrada.
    Neanche io faccio l’elemosina, né in Italia, né in Canada dove vivo e nel qual paese di veri poveri, a parte i casi clinici di vagabondi ammalati di mente, o dediti alla droga, o alcolizzati, o di altri personaggi limite che non riescono neanche a rivolgersi alle autorità per farsi assistere o che rifiutano l’assistenza pubblica (e di assistenza ce n’è in abbondanza), non ve ne sono.
    Anch’io considero il professionista dell’elemosina come un essere umano uguale a me. Ed io non sono per nulla indulgente nei confronti di me stesso, e quindi anche lo zingaro o il falso disperato o il robusto africano che tendono la mano ricevono un giudizio di riprovazione che non è nulla rispetto al giudizio che riserverei a me, se osassi comportarmi un una maniera anche lontanamente simile alla loro. Inoltre confronto la maniera in cui noi emigranti dovemmo piegarci nella nuova patria a tutte le regole, anche le più’ assurde, e lo stato brado in cui è a loro permesso di vivere. Poi c’è un ricordo più’ lontano…
    Mi riviene alla mente spesso un lontano episodio. Avevo 6 anni. Eravamo profughi a Napoli. Vivevamo nel bosco di Capodimonte, in una baracca. Vennero a bussare alla porta di casa due bambini napoletani, piuttosto sporchi. Chiedevano l’elemosina. Erano insistenti. Dopo aver titubato, mia madre diede loro qualche lira. Era molto poco. Poco tempo dopo io e mia madre uscimmo dal campo profughi, e scorgemmo – guarda il caso – quei due che in quel preciso istante compravano delle caramelle. Io rimasi scioccato per l’ingiustizia che mi appariva enorme: le caramelle erano un lusso straordinario per me. Io a stento le conoscevo, e mai mi sarei sogna to di chiedere ai miei genitori di comprarmele.
    L’autore scrive: “L’accattone davanti al supermercato ci ricorda il nostro stato di piccoli borghesi, vagamente benestanti, che comperano quotidianamente oggetti inutili, dannosi, firmati, alla moda, che poi butteremo con tranquillità, nel nostro ordinato mondo di consumatori ormai inconsapevoli; l’accattone ci mette di fronte alla stupidità colpevole dello spreco, al privilegio delle nostre condizioni, alla paura di perdere quei privilegi.” Questo giudizio mi ha un po’ sorpreso, perché non penso che l’autore dello scritto si consideri facente parte della categoria cui appartengono questi spreconi, ammalati di consumismo. Anzi mi ha sempre colpito il fatto che i presunti poveri, almeno in Canada, come dimostrano tanti studi, sono quelli che comprano il cibo già preparato: patatine fritte, spaghetti cotti in scatola…
    Ma non vorrei sembrare troppo cinico. E difatti anch’io faccio l’elemosina, ma in paesi dove vi sono i veri poveri, che qualche volta non chiedono apertamente neppure l’elemosina, ma si vede che sono veramente poveri. Faccio quindi l’elemosina ogni volta a Cuba, dove c’è un’autentica miseria. E nelle Filippine.
    Vero: gli orientali non hanno il senso di compassione, nella maniera in cui noi l’intendiamo. Ancora una volta: nonostante il proclamare continuo che i popoli sono uguali, i popoli non sono uguali…
    Oso dire che vi è un’omissione nello scritto di “Bezzicante”. Avrebbe giovato aggiungere un test per provare la vera indifferenza ai bisogni dell’altro. Il vero test, secondo me, è questo: quanti di questi che meccanicamente, per superstizione (pensano di meritarsi il paradiso) aiutano una fauna di sfaccendati, di opportunisti, di “Diversi” (nel senso peggiore del termine) in un paese dei balocchi come l’Italia, dominato dal disordine e dall’abusivismo, ebbene quanti di questi fessi italiani che fanno discorsi buonisti dalla mattina alla sera e che in realtà si odiano “ideologicamente” tra di loro, sono pronti ad intervenire, cercando di aiutare il più’ debole, in una situazione di vero pericolo anche fisico? Pochi, pochissimi. Anche se poi negli ipocriti articoli di giornale, l’appartenente alla casta dei giornalisti, emette, sdegnato, sentenze di vigliaccheria…

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