La mimosa è già sfiorita. L’errore “di genere” delle battaglie femministe

E anche quest’anno, archiviata ormai la giornata della donna, posso tirare il fiato e tornare ad essere una persona. Come da copione, per la farsa della donna (sì, avete letto bene) ho dovuto far buon viso e accettare auguri, messaggini, abbracci, mimose; ho dovuto sorbirmi i tiggì della sera plaudenti e i filmati di donne urlanti i soliti slogan, digerire due versioni contrastanti sulle dichiarazioni del sindaco di Milano: “Facciamo comandare le donne” seguito, a seconda delle fonti, da un entusiastico “non ce ne pentiremo” o da uno sconsolato “difficile facciano peggio di noi uomini“.

La prima volta che mi scontrai su questo tema ero un’adolescente, negli anni ’70 al liceo. Discussione accesa, le compagne non capivano perché io la giornata della donna non volessi festeggiarla sfilando con loro in piazza: “Perché mi dovrei accontentare di una sola giornata? Come la giornata del francobollo, del cane abbandonato, del panda in via di estinzione?” sostenevo. “E mica siamo una minoranza, siamo più della metà della popolazione!” Ricordo la reazione incredula delle amiche che cercavano solo un’occasione per non stare a scuola e, con la scusa della manifestazione, fare i cortei per le strade cantando “Sebben che siamo donne…”

All’epoca non era concepibile non essere femministe, almeno non nel modo tradizionalmente condiviso, fatto di rivendicazioni finalizzate ad ottenere ruoli sociali del tutto simili a quelli maschili. Assumendo di conseguenza atteggiamenti prettamente maschili.

Non mi rassegnavo allora, e non mi rassegno nemmeno ora, dopo otto lustri: continuo a considerarla una festa più commerciale che ideologica, dopo più di cento anni dalla sua istituzione la festa della donna è divenuta un’occasione di facciata per dare un contentino alle donne, per farle sentire vive ed attive nella lotta per i diritti e l’uguaglianza anche se poi, spesso, festeggiare la ricorrenza si riduce alla pizza con le amiche o allo spettacolo di spogliarello maschile, per le più audaci.

E con l’occasione, visto che sono donna, vorrei togliermi qualche sassolino dalla scarpa. Chissà se nel mondo maschile c’è chi condivide alcune delle cose che sto per scrivere, e tuttavia mai si azzarderebbe ad esprimerle pubblicamente, pena la gogna e l’accusa di becero maschilismo. Perché anche per un uomo, su certi argomenti, non è così scontata la libera espressione delle proprie idee. Se sei donna è ancora peggio: sono stata accusata anch’io di maschilismo, anche se in realtà chi gioca contro le donne spesso sono proprio le altre donne, e non i maschi contro cui ci si vorrebbe scagliare. Chi educa i maschi violenti e prevaricatori sono anche le madri, a volte compiaciute dell’aggressività scambiata per virilità: è giusto riflettere anche su questo aspetto non trascurabile della questione femminile.

È cambiata oggi la condizione della donna rispetto agli anni della mia adolescenza? Non è cambiato granché in quarant’anni: disparità di trattamento sul posto di lavoro, nella retribuzione a parità di ruoli e mansioni, (per chi ha pazienza qui tutti i dati ISTAT degli ultimi vent’anni ) in casa, nei rapporti di coppia, nelle immagini sui media, nelle scritte sui muri, negli insulti; e poi i femminicidi, le violenze, e potrei continuare fino allo sfinimento. Il fenomeno migratorio ha aperto le porte ad altri orrori come le mutilazioni genitali, le spose bambine, la segregazione e l’inferiorità femminile dichiarata per legge in altre culture e religioni.

Tuttavia continuo a sostenere che il modo in cui oggi in Italia le donne combattono la battaglia per la parità sia in parte sbagliato e continui non solo a perpetuare la supremazia maschile, ma a rendere tali battaglie sempre più anacronistiche. È questione di prospettiva quella che ci fa fare degli autogol clamorosi.

Perché la parità di diritti è sancita dalla costituzione di ogni paese democratico, dalla carta universale dei diritti dell’uomo, dalla carta europea dei diritti, dalla legislazione del lavoro, e da tutta la giurisprudenza in materia. Che cosa manca allora?

Finché continuiamo a filtrare tutto attraverso una lente di genere, la guerra è persa in partenza. Lo ripeto con le mie parole di ragazza: perché accontentarci di essere festeggiate un giorno all’anno? Perché gioire per chi ci regala un mazzolino di mimosa, festeggiare l’8 marzo in pizzeria, condurre ridicole battaglie lessicali per rendere femminili i sostantivi maschili che indicano ruoli e professioni, sfilare in corteo contro l’infibulazione, contro il femminicidio, contro il burqa, quando nel nostro quotidiano continuiamo a sentirci così bisognose di riconoscimento come donne? In quanto donne?

E non come persone.

È proprio questo a mio parere il difetto di fondo delle battaglie neofemministe: la visione di genere.

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La difficoltà di percepirsi come persone piuttosto che come donne. L’analisi di ogni fenomeno sociale secondo il presupposto che: “se non fossi donna non sarebbe andata così, chissà se ad un uomo avrebbero detto lo stesso, io come donna penso che…”

La parità dovrebbe nascere dalla consapevolezza che sentirsi individui indipendentemente dal proprio sesso, non contrapporsi all’altra metà della società di sesso diverso, deve essere un dato di fatto acquisito. Perché è legittimo, dove legittimo significa letteralmente: secondo la legge. Quindi la legge si deve applicare. Punto.

Anche se non è conveniente.

Perché a volte non è conveniente la parità. E non solo quando le valigie sono pesanti da sollevare. Non confondiamo gentilezza ed educazione con parità di diritti e doveri. (Se lascio il posto a sedere in autobus ad un uomo anziano, è un gesto cortese, così come quando un uomo mi cede il passo o mi tiene aperta la porta: la parità o la discriminazione non c’entrano).

Voglio essere esplicita, anche se sgradevole: se agli uomini e alle donne sono riconosciuti pari diritti, le donne non dovrebbero appellarsi all’inferiorità della propria condizione per avere trattamenti privilegiati. Le quote rosa, in questo senso, sono un privilegio che favorisce in base al sesso, escludendo impegno, merito e capacità.

C’è davvero bisogno di quote rosa?

Mi si potrebbe obiettare, da parte delle donne, che le quote rosa sono sacrosante in quanto la competizione per una donna è gravemente ostacolata dagli oneri familiari e riproduttivi che la vedono protagonista e quindi esclusa da un impegno totalizzante come è il far carriera. Risponderei che le esigenze familiari e riproduttive sono una scelta, non sono né obbligatorie né tanto meno appannaggio esclusivo della donna all’interno di una coppia, se coppia c’è. A parte la gravidanza, che fortunatamente, se si escludono gravi patologie, consente di svolgere incarichi e mansioni fino a poche settimane dal parto e pochi giorni dopo, la cura dell’infante può essere affidata ad altri. Certo che non è la stessa cosa dell’occuparsene di persona, ma si tratta di una scelta libera e riguarda ciò che è prioritario per l’individuo; anche per un uomo metter su famiglia e decidere di avere dei figli comporta la rinuncia a molto altro: un velista che intraprende la traversata dell’Atlantico in solitaria ha affidato i propri bambini alla madre degli stessi, altrimenti, se vuole fare il padre presente, se ne sta a casa a svolgere un lavoro sedentario e passa il tempo con i suoi figli.

È il delirio di onnipotenza dell’uomo (inteso come essere umano) contemporaneo, che ci vorrebbe capaci di fare tutto e di farlo anche bene. Tuttavia dovremmo ammettere che non è possibile: non lo è per l’uomo e non lo è allo stesso modo per la donna. E se l’uomo, in una coppia o in una famiglia, può permettersi di dedicare una fetta maggiore del proprio tempo alla carriera invece che alla prole ed alla partner, è perché la partner glielo consente. Ed è giusto che questo venga deciso assieme, consapevolmente, prima di intraprendere qualsiasi progetto familiare. Naturalmente ciò vale specularmente anche per la donna, la quale dovrebbe pretenderlo dal partner, se il suo desiderio è in tal senso. I ruoli sono fondamentali, e tuttavia intercambiabili nei limiti delle propensioni individuali.

Un altro sassolino. Richiedere all’ex marito il pagamento degli alimenti alla moglie, in caso di separazione, ha senso solo se la donna non ha la possibilità di lavorare perché si è dedicata esclusivamente alla famiglia, nel periodo in cui è durato il matrimonio, ed ora è troppo anziana o ha altri seri impedimenti ad entrare nel mercato del lavoro. Ma in tutti gli altri casi ha forse un senso se non quello di approfittare di una condizione di presunta inferiorità, che diviene auspicabile solo quando è favorevole a se stesse? Una giovane donna perfettamente in grado di svolgere un qualsiasi lavoro, dovrebbe farlo, esattamente come fa il suo ex marito e milioni di altre donne, sposate e non, che lavorano e si occupano dei figli (se ci sono).

E che dire delle immagini sessiste che allietano la vista agli uomini, ma non sono state estorte alle donne con la violenza, tutt’altro. Mi domando perché le donne si scaglino contro gli uomini che fanno mercato di immagini del corpo femminile esposto ed ostentato ovunque. Non è una responsabilità esclusivamente maschile, visto che si tratta di corpi di donne vere, consenzienti e gratificate dal fatto di possedere un fisico estremamente desiderabile, esponendo il quale hanno un tornaconto economico non indifferente. Si tratta di donne libere di esprimere se stesse, libere di scegliere che cosa fare del proprio corpo, se esporlo alla vista di tutti sui cartelloni o sulle pagine delle riviste, o venderlo la sera sulle strade delle città o in casa propria.

Sappiamo che quest’ultimo per molte donne è un mestiere scelto liberamente e che procura notevoli introiti, è inutile negarlo; i casi di vero e proprio sfruttamento non sono che una minoranza, fortunatamente. È un diritto della donna quello di scegliere come gestire la propria sessualità. Non è il frutto della discriminazione di genere perpetrata dal maschio prevaricatore ai danni della femmina della sua specie. E se noi donne vogliamo prendercela con qualcuno, dovremmo parlarne con quelle donne.

Da qui l’ipocrisia della solidarietà di genere: io personalmente non solidarizzo con le donne solo in quanto donne, e quindi discriminate. Innanzitutto perché non ragiono ‘per genere’.

Ad esempio io con Hilary Clinton non mi sentivo assolutamente in sintonia, non mi piaceva e se fossi stata americana non l’avrei votata solo perché donna; né ritengo di dover solidarizzare con chi ha pianto per la sua mancata elezione e l’occasione perduta di avere il primo presidente degli Stati Uniti donna. (Considero del resto anche insopportabile chi, a questa mia affermazione, risponde con uno stupito: “Allora sei a favore di Trump???” No, a me non piacevano entrambi, ma del manicheismo parlerò altrove).

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Diverso è il caso del mondo del lavoro. Io donna cerco un posto di lavoro. Il datore di lavoro è disposto ad assumermi, ma a condizione che mi conceda a lui, che accetti le sue attenzioni e ciò che ne consegue. Nel caso accetti comunque ho perso. Ho perso per tutte le donne, anche se l’ho fatto per necessità; ho rinunciato a far valere un diritto di tutte le donne, diritto che le istituzioni garantiscono. Coloro le quali reagiscono denunciando sono tutelate. Inutile manifestare in piazza se nelle occasioni concrete, dove è dell’azione esemplare di cui c’è bisogno, si rinuncia per paura o debolezza. La solidarietà in questo caso più che di genere dovrebbe essere generale, per affermare la legalità e stroncare gli abusi. Tuttavia le prevaricazioni nel mondo del lavoro non sono rivolte solo alle donne, reagire rafforza entrambi i sessi e diviene piuttosto solidarietà di classe, termine quanto mai anacronistico oggi.

Le donne sono meno intelligenti degli uomini, ha affermato recentemente un eurodeputato polacco. È vero, ci sono molte donne francamente stupide, come ci sono molti uomini assolutamente deficienti, ma farne una questione di genere tende a porre la questione in altri termini: le donne sono mediamente più intelligenti degli uomini, solo che non è permesso loro di esprimerlo. Recenti studi hanno confermato il sorpasso in termini di intelligenza, e tuttavia il dato più interessante è che il sorpasso è avvenuto grazie alla maggiore fiducia in se stesse acquisita dalle donne: il successo parte dall’autostima. Questo è il punto fondamentale che a mio parere le donne dovrebbero interiorizzare: acquisire una maggiore consapevolezza del proprio valore, una maggiore autostima, visto che i dati lo confermano, senza necessariamente sminuire per ripicca il tanto vituperato maschio moderno; poverino, ha già grossi rospi da ingoiare e una profonda crisi identitaria da superare: per magnanimità consiglierei di non infierire!

(Io i sassolini dalla scarpa li ho tolti, ma il tacco 12 fa male lo stesso!)

Quindi il prossimo 8 marzo farò come per i rimanenti 364 giorni: augurerò a tutti e tutte una semplice buona giornata!

Articolo scritto per Hic Rhodus da Michela Piovesan. 

Domatrice di bonobo alle scuole medie, insegno anche italiano, storia e geografia. In 
precedenza consulente aziendale e segretaria factotum per fisici e ingegneri. Diplomata in lingue, in erboristeria, laureata a Ca' Foscari in lettere (studi storici), veneziana doc 
(specie in via di estinzione), occasionalmente guida turistica per gli amici (gratis). 
Velista per passione, vogo alla veneta in laguna.

5 commenti

  • Condivido tutto l’articolo da “E…” a “…giornata!” e mi complimento con la Signora Piovesan per la lucidità ed il coraggio. Personalmente, per non essermi allineato ad “auguri e mimosa” sono stato coperto da contumelie, seppur scherzose, dalle colleghe d’ufficio…

  • Bisogna capire qual è il punto d’osservazione. L’Italia? L’Europa? Il mondo? Nel mondo le donne sono meno della metà ancora oggi, per via di infanticidio femminile e aborto selettivo. Sono vittima di abusi e violenza, anche lasciando perdere il rapimento delle Coreane e le spose bambine. In Occidente le statistiche parlando di doppio lavoro, di minore retribuzione, minore rappresentanza nei posti di potere. E la soluzione non è solo l’autostima e neanche la fiducia in noi stesse. Non mi spaventano le donne che marciano e manifestano l’otto marzo quanto quelle che festeggiano. Non c’è ancora niente da festeggiare, c’è da essere consapevoli, attente e solidali. Io cerco di esserlo. Grazie per il tuo punto di vista articolato e interessante.

  • CLAUDIO LUONGO

    articolo da condividere tutto. Grazie

  • Gaspero Domenichini

    Non ci credevo, ma alla fine ci sei riuscita: sei arrivata in fondo ad un articolo su cui non ho niente da obiettare! (Scusa se preferisci che non ti dia del tu, visto che non ci non ci conosciamo, ma mi sono sentito molto in sintonia con te, per quello che hai scritto.)
    In un punto ero sicuro che mi sarei dissociato è stato quello in cui parlavi della superiorità della donna, ma la motivazione della maggior consapevolezza mi pare molto plausibile. Non ho alcuna informazione ufficiale in proposito, ma da anni dico che la situazione dei giovani maschi mi preoccupa moltissimo, perché hanno pochissimi modelli maschili positivi (a parte il Papa, che è comunque molto “sui generis”), sono cresciuti praticamente da donne (mamme, maestre, professoresse, …) e non hanno più un comportamento maschile di riferimento “naturale”, dopo che (“giustissimamente”) è caduto il modello maschilista; invece le ragazze (comunque anch’esse molto povere) hanno tratto molti benefici dalle lotte del femminismo (che insieme a moltissime cose negative ha promosso alcuni aspetti fondamentali molto positivi).

    (Giusto per informazione: sono un uomo, quasi sessantenne, e un insegnante di matematica in un liceo scientifico.)
    Anch’io sono stato spesso considerato maschilista. Mi ricordo di una volta, quando sul giornalino della scuola (di cui ero il referente) fu pubblicata una barzelletta ritenuta maschilista: ci fu in coro di proteste, e anche i “piani alti” della scuola mi chiamarono per avere chiarimenti. Allora nell’uscita successiva spiegai che la redazione era composta soprattutto da ragazze, e in particolare chi aveva scelto la barzelletta in questione era un gruppo di sole ragazze, quindi io non avevo fatto altra scelta che “non censurala”! Però se volevano conoscere quale fosse il mio pensiero, bastava chiederlo. E ci andai giù pesante, dicendo diverse cose che si ritrovano anche in questo articolo, in particolare che non siamo assolutamente in un’epoca in cui si può esprimere liberamente il proprio pensiero; infatti se io dicessi che le donne (in media) guidano meglio degli uomini, tant’è che il numero ufficiale di incidenti provocato dalle donne è molto inferiore a quello degli uomini, ed che anzi sarebbe giusto ridurre il costo di assicurazione per le donne, passerei per “progressista”. Se invece dicessi che le donne (mediamente) guidano peggio degli uomini, tant’è che in Formula 1 non c’è mai stata una donna che abbia fatto una gara (non so nemmeno se è vero …) e che nei rally ci sono state alcune donne, ma solo per ragione di “marketing”, tant’è che non hanno mai vinto nulla (non sono sicuro ..) passerei per sicuro maschilista. E lo passerebbe anche chi osasse dire che FORSE ho ragione, e che «forse si potrebbe provare a valutare se in quello che ho detto c’è qualcosa di vero». Ma la stessa cosa capita con il razzismo. Se dicessi che i neri (immagina se osassi chiamarli “negri”, senza alcuna connotazione negativa, ma semplicemente come si chiamavano quando io ero giovane …) sono fisicamente superiori ai bianchi, tant’è che nelle gare di corsa vincono sempre loro (cosa peraltro falsa), passerei per molto equilibrato nei giudizi, se invece dicessi che non è vero perché nelle gare di nuoto non mi ricordo di aver mai visto un nero, passerei per razzista (allora usai l’espressione un po’ irrispettosa, ma molto colorita «o “stingono”, o non sono mai stati alle gare olimpioniche di nuoto»).

    A mio parere l’intero articolo si basa su un concetto che mi sta molto a cuore: l’assurdità della «lotta di classe».
    Anche io mi sono sempre sentito a disagio con questo concetto: io non sono prima “un docente”, “un lavoratore”, “uno studente”, “un maschio”, o simili, ma io sono io. Al limite posso dire “un uomo” (nel senso di “essere umano”) e tutte le classificazioni tendono a dividere le persone. Inoltre la divisione è enfatizzata da quel “lotta”. Certo, si deve lottare per riuscire ad essere se stessi, ma lottare contro le assurdità che anche gli altri ci pongono innanzi, non contro gli altri!
    Devo dire che c’è un punto del tuo articolo che non condivido (non l’ho detto prima perché è senz’altro su un aspetto secondario): come donna è difficile dire queste cose, ma come uomo credo che sia senz’altro peggio. Se lo dici tu gli altri (non solo “alle altre”), questi rimangono sconcertati, non capiscono, ti guardano come una bestia rara e ti chiedono chiarimenti e motivazioni; se lo dico io, invece, gli altri sanno già perché lo dico: per becero vecchissimo anacronistico maschilismo! Quindi io non ho altra strada che subire i giudizi negativi degli altri (con tutte le conseguenze), oppure dire quello che non penso (e che non è vero), o almeno non dire quello che penso … ma io sono un insegnante, cioè anche un educatore, e devo educare e dire “la verità” (altro aspetto negato dalla cultura di oggi … ma qui si aprirebbe tutto un altro discorso).

    Beh, come “commento” ho un po’ ecceduto, quindi mi fermo qui ribadendo che apprezzo molto il tuo articolo, anche perché sei donna (probabilmente se tu fossi stata un uomo lo avrei apprezzato “perché uomo”, e anche qui ci sarebbe da approfondire il mistero della propria personalità: si apprezza una persona per quello che è; un figlio, o un allievo si stima o gli si vuole bene perché è così come è …. ; vabbèh: FINE) ….

  • begonia rodriguez

    Eccellente articolo. Lo condivido per il piacere che me hai fatto leggerlo, sventuratamente la più grande parte di me i amici non capitano l’ italiano

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