La crescita dell’estremismo di centro

La società italiana è segnata da una incidenza della povertà molto alta e da livelli di disuguaglianza superiori alla media europea, ma ciò che spesso non vien colto è che la crescita che abbiamo osservato negli ultimi dieci anni è stata talmente rilevante che ha cambiato la natura di fondo di queste condizioni. Quella che emerge è sicuramente una società diseguale e con un’alta incidenza di povertà, ma anche una società che consente o costruisce attivamente, ai suoi margini estremi, spazi di vita e di socialità separati, quantitativamente molto rilevanti, non più minoritari.

Per capire molti degli eventi imprevisti elettorali e politici che sono accaduti in questi ultimi mesi forse non dobbiamo più riferirci alla povertà o alla crescita della disuguaglianza sociale, ma principalmente alla fuoriuscita dal sistema delle regole e delle aspettative di una parte considerevole della società italiana, una parte significativa dell’alto e del basso della scala sociale. Quando negli anni passati si parlava di gruppi sociali al di fuori del sistema ci si riferiva alle persone in condizione di povertà, che vivevano ai suoi margini, privi di lavoro e di condizioni di vita dignitose e che costruivano modi di vita molto differenti dalla maggioranza della popolazione. Ora questo distacco coinvolge anche le classi con i redditi più elevati. Per chi ha raggiunto le posizioni più alte dopo aver accumulato tutte le risorse economiche possibili, l’ulteriore crescita della distanza sociale dalla gente comune ha significato liberazione dalle sue regole, dalle sue norme, fuori dalla socialità della maggioranza delle persone e dai criteri e dalle regole che distinguono i comportamenti leciti e accettabili dai comportamenti riprovevoli e come ci ricorda Sassen, liberazione dalle responsabilità e dai legami di appartenenza alla società. Questo distacco, meno netto, coinvolge una parte rilevante di chi sta in mezzo, fra l’alto e il basso della scala sociale, che vive una condizione di precarietà elevata per il diffondersi di instabilità nel mercato del lavoro e nelle relazioni familiari e ogni scelta di vita (la scelta di un lavoro, la continuazione degli studi, il trasferimento ad un’altra città) sembra presentare crescenti rischi sociali.

Una società che costruisce troppi spazi sociali ai suoi margini estremi e tante fragilità nelle condizioni di vita delle classi intermedie rischia di creare una insofferenza sociale molto elevata, una insofferenza sociale estesa che rischia di travolgere ogni relazione di vita e ogni progetto collettivo. Una insofferenza che una parte non secondaria della classe dirigente non si preoccupa più di governare e di mediare. Si sono indeboliti tutti i soggetti che per vari decenni hanno svolto una funzione integrativa, di mediazione in termini di risorse e di regole, di riequilibrio – la classe dirigente al governo, la classe operaia e le sue organizzazioni, la moderata e prudente classe media, la chiesa, i partiti, l’associazionismo della società civile – e l’attuale classe dirigente economica e politica ha condizioni di vita, stili di vita, scelte di consumo e valori molto differenti da quelli condivisi dalla gente comune e non intende assumersi una significativa responsabilità nei loro confronti. Più in generale, la crisi ha indebolito le forme di integrazione sociale assicurate dalla crescita del benessere economico e dalla crescita del consumo di massa. Allo stesso tempo, con difficoltà si affermano altre forme di integrazione: forme collettive che valorizzano ai fini di una maggiore coesione sociale le relazioni che alimentano comportamenti di fiducia e di cooperazione e consenso sui valori comuni, i sistemi di partecipazione politica sinceramente democratici.

I conflitti si sviluppano fra coloro che difendono la normalità del funzionamento delle istituzioni e del mondo dei servizi (le scuole pubbliche, la sanità pubblica, i luoghi di relazione della maggioranza delle persone) e coloro che non hanno più interesse a preservarli perché vivono e si sentono, per ricchezza o povertà, fuori dalle opportunità e dalle risorse che il sistema stesso offre: questi ultimi sono più poveri perché le attuali istituzioni e i servizi non hanno mai risposto alle loro esigenze e i più ricchi perché hanno oramai costruito con le proprie risorse l’accesso a servizi migliori (scuole e università private, fondi assicurativi sanitari, quartieri esclusivi).

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Una paragonabile posizione di distacco è condivisa da una parte delle classi medie che vorrebbe cambiare radicalmente istituzioni e mondo dei servizi per renderli realmente accessibili e più vicini a condizioni di vita sempre più precarie. Principalmente fra questi gruppi sociali si costruisce un individualismo che non è più strumentale al raggiungimento di ben definiti obiettivi e alla realizzazione di un progetto di vita, ma un individualismo privo di stabili appartenenze, di sopravvivenza, l’individualismo di chi sta in mezzo e teme una deriva sociale, teme di essere fuori definitamente dal mondo del lavoro, dalla rete di socialità e di sostegno, subire la sottrazione di diritti e di beni.

Nel passato questo individualismo privo di stabili appartenenze riguardava l’esercito degli esclusi che abitavano le periferie urbane, a cui nessuno affidava un percorso di inclusione, perché ritenute persone non affidabili né come lavoratori né come consumatori. Ora coinvolge un insieme molto esteso di persone, quelle che temono di essere coinvolti in una deriva sociale e non si preoccupano più, nelle relazioni con le istituzioni e il mondo civile, di creare distinzioni simboliche (negli stili di vita, nei consumi, nel linguaggio, nelle preferenze, nell’educazione) con i gruppi sociali che vivono nei margini bassi e nei margini alti del sistema. La cultura delle classi medie – la moderazione, gli stili di vita prudenti, la costruzione nel tempo di una sicurezza economica – è quasi scomparsa e i ceti popolari sono un’altra cosa rispetto alla classe operaia del passato e alla sua cultura e alla qualità collettiva delle relazioni di lavoro che la esprimeva.

Questi cambiamenti nelle condizioni di vita e negli orientamenti valoriali creano problemi di governabilità molto estesi, creano volatilità dei comportanti elettorali. Nei sui studi iniziali Lipset definiva il radicalismo politico come un estremismo di centro, un movimento popolare che esprime la protesta estrema delle classi medie contro le istituzioni, i sindacati, i partiti politici. Più recentemente altri autori (Betz, Inglehart, Welzel) hanno rilevato una significativa correlazione fra l’insicurezza e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi medie e operaie a causa della modernizzazione e la crescita di un “estremismo di centro”, una radicale diminuzione della fiducia nelle istituzioni e un degrado del senso civico, una crescita del risentimento sociale.

Nei confronti di questo radicalismo non c’è traccia di una strategia di inclusione sociale che costruisca valori, legami e affronti condizioni di difficoltà economiche molto estese, una strategia a tutela dei salari minimi, finalizzata intenzionalmente a contrastare ogni individualismo privo di regole e di appartenenze.

Una versione più ampia di questo articolo è stata pubblicata su Prospettive sociali e sanitarie, 2017, nr. 1, p. 1-8 e nel sito Comune-info: http://comune-info.net/2017/03/nei-margini-estremi-della-societa-italiana/

Contributo scritto per Hic Rhodus da Remo Siza
Sociologo, svolge attività di ricerca, formazione e consulenza in Italia e nel Regno Unito.

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