La civiltà del “mi piace” urla “vergogna!”

Quando da piccoletta combinavo guai, mio padre mi prendeva da parte, a volte anche pubblicamente se voleva infierire, e mi diceva con voce ferma – “vergognati, così non si fa. Non farlo mai più” – io abbassavo la testa, coprivo la faccia con le mani, e me ne andavo in camera mia a pensare, a vergognarmi di me e di quello che avevo fatto.

Ce lo indica anche la pittura questo nascondersi, questa passione dell’anima. Masaccio, Cappella Brancacci a Firenze, mostra un Adamo che si copre il viso mentre viene scacciato dal Paradiso terrestre dall’Angelo insieme alla sua Eva.

Masaccio Adamo ed Eva Cappella Brancaccio Firenze.jpg

Le mie vergogne, il frantumarsi della mia immagine agli occhi della famiglia – perché la vergogna ha un sentire individuale ma la sua origine è collettiva – l’ho vissuta nel tempo, come uno “schiaffo di parole” da parte di mio padre, con l’intento di migliorarmi, o quanto meno allo scopo di stimolare carattere e moti riflessivi. E di questo sono grata.

Intanto – e metto le mani avanti per i ragionamenti che seguiranno – come dice la mia amica Letizia Sassi “anche per vergognarsi ci vuole coraggio”. Ci vuole coraggio ad ammettere che la nostra immagine ha subito un colpo e che potrebbe frantumarsi in modo irreversibile. Ci vuol coraggio a guardare in faccia questo rischio, e sapere che si sta come un vaso di ceramica con crepa laterale.

La vergogna la provi perché violi regole condivise. Se non la provi, è perché pensi che quelle regole per te non valgano e quindi ti tiri fuori essenzialmente dalla società che ti nutre e questo è un gesto eversivo. Poi rimane la grande domanda, o meglio la valutazione se sia la società in disgregazione quando accade questo o i singoli, per assurdo. Chi si vergogna oggi è in svantaggio sociale rispetto a chi non ha scrupoli di sorta? (Stefano Sappino, conversazione personale).

Pescara - scritta QuesturaOsservando la civiltà del “mi piace” – twitter e facebook in particolare – la parola “vergogna”, “vergognati”, “vergognatevi tutti” salta sempre più all’occhio che si parli di politica, di arbitri che hanno mal gestito un incontro sportivo, di personaggi della televisione (vedi la recente vicenda Paola Perego), o di normali cittadini che abbandonano animali: “VERGOGNA” è sulla bocca di tutti, o meglio sui polpastrelli di molti.

L’apogeo della vergogna confina con l’eclissi della coscienza. Quando il sentimento di sé e l’orientamento dei propri comportamenti dipendono da riconoscimento altrui, si può rallegrarsi perfino di riconoscimenti discutibili: per ottenere ammirazione da parte di figure diverse si possono fare scelte contrastanti, azzardate e perfino auto lesive. […] Orientando i comportamenti in funzione dell’apprezzamento esterno, la vergogna può indurre a essere bambini-modello o modelli negativi di bambini e adulti. Collodi dava di sé un’immagine intenzionalmente, sfrontatamente negativa, descrivendosi pigro e svogliato quando era professionalmente attivo e ideologicamente impegnato, mostrandosi scettico quando era ottimista. Come lui, ma con accenti più intensi e talora clinicamente preoccupanti, molte persone vestono l’immagine dell’eroe negativo per darsi un involucro di identità. (Claudio Widmann “Pinocchio siamo noi” – Saggio di psicologia del narcisismo).

Non se la prenda Di Maio se utilizzo lui, ad esempio, per parlare della brutta deriva che ha preso oramai da tempo il linguaggio politico che suscita più indignazione che buona cultura ed educazione civile: cito lui, solo perché di recente ha solleticato la mia attenzione con questa frase che, com’era prevedibile, ha raccolto interesse da tutti i media e l’indignazione delle rete.

La camomilla a un malato terminale fa lo stesso effetto di Gentiloni all’Italia di oggi. Cambiamo medicina subito. Al voto, al voto! (Di Maio 6 marzo 2017).

vergognaEviterò di concentrare tutte le mie perplessità sul fatto che il soggetto in questione è il Vice Presidente della Camera dei Deputati dell’Italia e non della piccola frazione di Ghibullo in Provincia di Ravenna – che, per conto mio, poco cambierebbe: il corretto linguaggio non dovrebbe attraversare ruoli e poltrone – a parte questo, vorrei spostare piuttosto l’attenzione a quel “vergognati” che ha suscitato questa sua bizzarra e purtroppo poco originale uscita. Quella “vergogna” che tutti, per un motivo o per l’altro abbiamo provato almeno una volta nella vita e che almeno una volta abbiamo invitato, più o meno gentilmente, a farla provare a qualcuno.

Ma la domanda è questa: se mio padre m’incitava a vergognarmi con il tentativo di migliorarmi, quando la rete inneggia a questo, per chi lo fa? Con quale esatto scopo e rivolto a chi, esattamente. Non sto dicendo che il social media manager di Di Maio (se ce l’ha) non abbia riportato al suo cliente la situazione che si andava creando, ma se provare vergogna è, o dovrebbe essere, un sentimento evolutivo, il mittente ottiene risultati sul destinatario, oppure è solo uno sfogo di compiacimento tra amici che rimane dell’area di chi “lancia la pietra”?

La vergogna collettiva è equivalente, e identica, da entrambe le parti.

La vergogna collettiva, quindi, appare simmetrica e speculare. Di chi è oggetto di vergogna e di chi fa provare vergogna. In questo modo entriamo in un “gioco collettivo” che conduce alla distruzione e all’annientamento. Senza via di scampo, poiché azzera ogni grado di tolleranza, di rispetto e di riconoscimento. (Luigi Anolli in “La Vergogna”, edizione Il Mulino.)

Un tuffo nel passato. Non sapremo mai, noi cittadini comuni, se Silvio Berlusconi si è mai davvero vergognato nell’aprile 2009, poco più di settantenne, uomo ricco, famoso, Presidente del Consiglio a quel tempo, quando si presentò ai festeggiamenti dei 18 anni di una ragazza e la notizia fece il giro del mondo. E non sapremo mai se quei 314 parlamentari della nostra Repubblica che dichiararono che Ruby era la nipote di Mubarak hanno provato vergogna, e in quale densità.

Lo scarto fra la pretesa e la realtà, fra la dichiarazione e i fatti, questa è esattamente la condizione necessaria della vergogna”. (Battacchi – Codispoti in  Claudio Widmann, cit.)

1459873826964_1459873861.jpg--il_fidanzato_della_ventura_contro_l_isola_e_alessia_marcuzzi__Bezzicante attribuisce (in questo pezzo) l’uso di alcune parole, come “vergogna”, alla omologazione lessicale collettiva, ad un appiattimento del senso critico, del pensiero autonomo, della banalizzazione collettiva o, dico io, generalizzazione a tutti i costi pur di non fermarsi a quel “non lo so” che, come diceva Wislawa Szymborska, apre mondi nuovi.

Marco Belpoliti autore di “Senza vergogna”, anno 2010, scriveva “perché nessuno si vergogna più? Perché oggi non importa più di fare una figuraccia?” La domanda è ancora aperta, anzi si è ulteriormente arricchita e complicata, perché urlare vergogna non solo pare diventato inutile, ma è un po’ come gridare al lupo al lupo quando il lupo non c’è, e altre volte, non c’è neppure chi si vergogna.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Pamela Tavalazzi.
Vivo in Romagna, a due passi da Ravenna, a quattro dal mare. Mi occupo di comunicazione da oltre 25 anni, da una decina anche di comunicazione politica. Oscillo tra la pubblica 
amministrazione e le imprese. Amo osservare il mondo che mi circonda, tentando di trovare 
soluzioni improbabili ma possibili e di questo, talvolta, scrivo.

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