Amazon, i soldi e la democrazia del Web

Non è da poco che ci si preoccupa della influenza dei “giganti del web”. Di solito però se ne fa una questione di soldi, ovvero di tasse non pagate (vedi le recenti azioni dello Stato Italiano contro Google e Apple), oppure di capacità di influenzare le opinioni, grazie alla possibilità di presentare contenuti profilati in funzione delle preferenze personali (consce e soprattutto inconsce) e simili a quelli dei gruppi cui si appartiene, anche senza saperlo. Ne ha preso atto persino, nel 2014, il nostro Garante della privacy, in un intervento ufficiale.

Non ci si preoccupa molto invece di come i giganti del web facciano i soldi (che in una economia essenzialmente quasi monopolistica (in altri tempi si sarebbe detta costituita da oligopoli) su scala mondiale, fa la differenza tra il continuare a primeggiare o essere fagocitati. La domanda può sembrare sciocca (ma come? con la pubblicità, no? Ma IO non la guardo, e poi è tutto gratis), ma non lo è.

Perché i giganti, come eBay (sì, quello che acquisendo Paypal ha fatto la fortuna di Elon Musk, il fondatore e finanziatore di Spacex, di OpenAi, e delle auto elettriche Tesla, e che recentemente si è dimesso da consigliere di Trump perché il brillante presidente USA vuole uscire dagli accordi di Parigi sul clima, e non posso non pensare quanto sia stato poco… intelligente ad aver accettato l’incarico, prima) e Amazon (che ha reso Jeff Bezos uno dei cinque uomini più ricchi del mondo) fanno i soldi tramite una fantastica catena di servizi dei quali sono di fatto monopolisti, almeno per quanto riguarda il mondo occidentale.

Si dice di solito: ma tutto questo va a vantaggio dei clienti, che accedono a costi bassi a risorse altrimenti impensabili. Verissimo. Ma, come dicono gli statunitensi, non ci sono pasti gratis e, come vedremo nell’esempio qui sotto, queste compagnie si comportano esattamente come i signori del petrolio USA dell’800 prima di essere spezzettati della legge antimonopolista (perché, se non lo sapevate, proprio gli USA, e non altri, gli iperliberisti USA, hanno applicato più volte leggi antimonopoliste perché l’oligopolio distruggeva il mercato), e spesso a svantaggio di chi il valore lo produce effettivamente, con un appiattimento verso il basso dell’offerta a disposizione.

Vediamo sinteticamente (semplifico per necessità) cosa fa Amazon per la gestione dei soldi derivanti dalla vendita di libri sui lettori elettronici (un suo business non del tutto indifferente):

  • li puoi comprare, e allora sei un cliente, e hai una certa protezione;
  • paghi un forfait minimo mensile e puoi prendere gratis quelli che aderiscono a questa formula, e poi “leggi quanto vuoi”;

Nel secondo caso, l’autore riceve una cifra (molto bassa, si parla di millesimi di euro) a pagina. Ovviamente il tutto richiede il solito giro, per lettori e scrittori, di account (verificati? mah… come?), carte di credito, recensioni, classifiche, etc. etc.

Bene: ora vediamo cosa sta accadendo, non da ora, ma da un anno e mezzo circa, con piena conoscenza di Amazon. Se cliccate qui troverete sei libri di più di 2000 pagine, dal prezzo di acquisto molto alto (nessuno li comprerà) e scaricabili in lettura dagli abbonati. I testi sono visibili in anteprima, e se volete divertirvi apriteli: sono probabilmene creati con un programma di crazione di frasi di apparente senso compiuto, oppure da un poeta Vogon. Sono evidentemente delle truffe.

Ma perché fare tutta questa fatica? Ecco perché: qualcuno ha sviluppato dei programmi per simulare la lettura sui dispositivi Amazon di questi libri, scaricati in modalità affitto. Fare questo implica l’apertura di un account (certificato? alzo il sopracciglio) associato a una carta di credito (che oggi come oggi possono essere create virtualmente in serie, sempre in elettronico, con un accordo con una banca che non è interessata a sapere che ci fai), e il pagamento di quasi 10 dollari al mese di abbonamento.

Facciamo i necessari conti, supponiamo per 1000 finti lettori: spendo 10000 dollari al mese di abbonamento (“leggo quanto voglio”), devo quindi leggere (al prezzo mettiamo di 0,004 euro a pagina per i testi falsi che metto su Amazon) almeno 250.000 pagine, ovvero 250 a lettore finto, per andare in pari (trascuro qui i soldi spesi per mettere su la baracca, che non sono comunque significativi). Praticamente nulla, perché un solo libro è più di 2000 pagine. quindi, considerando (e mi tengo basso) di “leggerne” 10 al mese, ovvero 20000 pagine, per lettore, incasso 80.000€. Al mese.

Ma, direte, Amazon così perde soldi! Bene! Il malvagio gigante multinazionale è proprio scemo! Ecco, no. Perché vedete, la cosa davvero divertente è che la ripartizione dei soldi da dare agli autori non è fissa. Ovvero, data la somma totale degli abbonamenti dei lettori (i 10 dollari al mese) in ogni caso Amazon prende la sua quota fissa, in percentuale sul totale. E’ quello che rimane che viene diviso come compenso per pagina tra tutti gli autori che hanno avuto pagine lette.

Per fare un esempio, supponiamo che in un mese Amazon incassi 1 milione di dollari (cifra a caso): di questa trattiene il 30% per sé, fisso. Il resto, 700.000 dollari, viene diviso per il numero totale di pagine lette. Se le pagine aumentano, vere o false che siano, il compenso per pagina agli autori ovviamente diminuisce.

Quindi, i simpaticoni che hanno messo su la truffa i soldi non li tolgono ad Amazon, ma agli autori veri e ad Amazon non importa nulla, e infatti non fa quasi nulla. Ma come, ci saranno le segnalazioni! Certo che ci sono, ma vengono ignorate, perché, vedi, non hai comprato, e non sei un cliente. Stai solo usando l’offerta “all you can read”, e, quindi, basta che non leggi quello che non ti piace. Ma è un imbroglio! Si ma non ad Amazon, quindi, fondamentalmente, peggio per chi ci rimette.

L’esempio che ho citato è di testi italiani, quindi un mercato praticamente irrilevante, dove tuttavia sono arrivati i meccanismi che sono operativi sul mercato in lingua inglese da circa un anno e mezzo.

Riassumiamo quindi: identità false vengono associate a una carta di credito vera per operare tramite programmi a leggere libri falsi creati apposta, al fine di sottrarre soldi agli scrittori umani, con piena conoscenza di chi gestisce questi processi (mi verrebbe da dire che sarebbe facilissimo riconoscere questi programmi: la velocità di lettura massima di un essere umano non è ignota. Il problema è che ad Amazon non interessa spendere soldi per farlo, perché non ne è danneggiata direttamente). Il risultato netto, oltre alla truffa economica, è che la qualità di chi scrive davvero viene certamente danneggiata a favore del… nulla.

Ora, in tutto questo, chi dovrebbe intervenire? La morale o peggio l’etica di una società capitalista? La mano invisibile di un mercato fatto di oligopoli? L’indignazione dei lettori (che non sanno che tutto questo stia avvenendo)? La legge di una Nazione (di quale nazione, e fronte di cosa, esattamente)? Ma è stata violata una legge, in questo imbroglio?

Queste sono le sfide reali che le multinazionali su internet pongono all’ordinamento legale e a quelli che sono i cittadini del mondo.

Regolare questi comportamenti non è un attentato alla libertà di impresa o al progresso è una protezione dei cittadini e per il progresso intellettuale e materiale stesso.

Far finta che non esistano, o peggio ignorare le potenzialità che sorgono da un uso criminale globale di meccanismi che sono invece regolati da norme locali, spesso addirittura aziendali, e ignorare anche che i tempi di intervento della legislazione degli Stati e della loro giustizia devono essere commisurati alla rapidità dei fenomeni, significa assicurarsi un futuro in stile 1984.

E non perché sia colpa di Internet, o delle aziende: perché gli umani sono fatti così e il non tener conto, in nome di ipotesi idealistiche, di questo fatto non è logico e porta a grossi guai.

 

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