Il Venezuela e la crisi del bolivarismo

Seguite le vicende del Venezuela? Dovreste. Alcuni analisti dicono che al mondo di casi simili ce ne sono stati due o tre al massimo: da ricchi e democratici a poveri e precipitati nel baratro della guerra civile pro e contro una dittatura. Premessa: che quella di Maduro sia dittatura (quasi), che ci sia una guerra civile, che il chavismo – che ha generato questi bei frutti – sia stata una sciagura, non lo dico io. E onestamente non lo dice solo la destra trucida o la borghesia fellona. A difendere l’indifendibile è rimasto Fusaro e altri orrendi commentatori che non si peritano di addossarsi la causa di Maduro pur di tenere il punto, di inneggiare al chavismo pur di onorare un’ideologia, un’appartenenza, ormai antistorica, perdente e dannata. I Bertinotti, i Vendola, Vattimo e coloro che si sedettero dalla parte del torto perché da lì si poteva fare una gran caciara. Nota a margine: hanno lo stesso problema anche negli Stati Uniti. E in Francia… Un po’ ovunque insomma. Ho trovato invece dolorosamente equilibrata Castellina, naturalmente a partire da una comprensione della sua posizione politica, e pochi altri.

In due parole: inflazione stimata 2017 al 720%; 82% della popolazione in povertà; 11.000 bambini morti nel 2016 per mancanza di medicinali; Pil crollato del 72% con Maduro; e via discorrendo (fonte). Libertà precarie, stampa imbavagliata, morti per le strade. Com’è stato possibile? A modesto avviso di chi scrive le colpe di Maduro (gravissime, personali e inemendabili) hanno radici lontane, in quel chavismo bolivarista tanto inneggiato e acclamato da lontano, nei salotti buoni della politica gauchista occidentale, assieme a tutti i bolivaristi uniti nell’ALBA, organizzazione contrapposta alla capitalista e yankee ALCA: Chavez, Castro, Morales, Ortega e altri. Non capisco come si possa condannare Maduro tentando di salvare Chavez, perlomeno quello scampato al tentativo di colpo di stato del 2002. Probabilmente, oltre che esperienza personale segnante, per Chavez fu un segnale di pericolo al quale rispose in termini bolivaristi: autoritarismo e populismo: il segnale più chiaro fu la sua risposta allo sciopero dei tecnici dell’azienda petroliera nazionale PDVSA, uno sciopero istruito ad arte da forze avverse a Chavez con la complicità statunitense, di gravità simile a quella dei trasportatori cileni che finirono col rovesciare Allende. Risolta la crisi, dopo gravissimi danni economici per il paese, Chavez licenziò 18.000 lavoratori della PDVSA, fra i quali numerosi tecnici e manager, e li sostituì con 100.000 sostenitori. Chavez, ovviamente, era stato fortemente minacciato da quello sciopero, come minacciati erano stati gli interessi del Venezuela ma, ecco la differenza fra un leader democratico e uno populista, diede una risposta rovinosa. La ricca PDVSA divenne il bancomat per le politiche sociali di Chavez, per garantire un welfare allargato e ottenere sostegno popolare rovinando completamente l’azienda di stato e ponendo le basi per la più generale rovina economica del Venezuela (fonte).

colectivos1

Colectivo

Non solo disastro economico ma anche sociale. Chavez decise sin dal 2002 di “allearsi” coi colectivos, squadracce armate dal governo da utilizzare in funzione anti-popolare, piene di delinquenti con una spolverata di (molto conveniente) ideologia chavista, che in alcuni casi riuscirono anche ad espellere la polizia per controllare meglio in territorio. Se ne parla un po’ anche in Italia, nelle cronache recenti sul Venezuela, scordando di dire che non sono nate con Maduro ma con Chavez. Dopodiché l’analisi si complica anche perché Maduro è sì un dittatore ma sopravvivono – sempre più stentatamente – residui di democrazia. Come dice Steven Levitsky

Venezuela’s paradox is that the government is too authoritarian to coexist with democratic institutions, but too weak to abolish them without risking collapse (fonte).

L’approdo autoritario del regime chavista, già presente nelle premesse, è legato indissolubilmente alla crisi dell’economia del petrolio, dal quale il paese trae il 20% del Pil e il 95% delle entrate prodotte dalle esportazioni. Il Venezuela è tra i maggiori produttori mondiali di greggio e membro fondatore dell’OPEC. La crescita del prezzo del petrolio ha permesso durante anni di finanziare politiche sociali assistenzialiste che hanno generato un vasto consenso popolare. Il consenso popolare è un elemento che va sempre tenuto presente nell’analisi della parabola bolivariana. Chavez vince le elezioni nel 1998 ed emerge come leader di un paese con un sistema istituzionale in frantumi, segnato da una profonda corruzione e da una lunga crisi economica. I suoi programmi sociali hanno comunque restituito protagonismo e dignità a milioni di venezolani che erano e si sentivano esclusi da ogni forma di assistenza pubblica. Chavez ha però voluto impiantare una nuova forma di Stato ‘redentore’ (con velleità rifondatrici pure dell’ordine internazionale), accentrando il potere e chiudendo progressivamente gli spazi democratici. La sua forza ha poggiato sulle grandi masse e sull’esercito. Per mantenere il sostegno, anche prima del crollo del greggio, ha ingigantito la spesa pubblica causando una spirale inflazionistica. Già nel 2008, quando si registra il picco dei prezzi, le entrate del governo erano diminuite pericolosamente. Il successivo indebitamento (con la Cina, prevalentemente) e, poi, il congelamento dei prezzi hanno indebolito ulteriormente la fragile economia del paese, precipitandolo in una forte recessione. Il suo successore, designato dallo stesso Chavez, Nicolas Maduro, ha mantenuto la stessa politica, in un contesto di prezzi del petrolio molto bassi e senza un piano strategico di risanamento dell’economia. Il suo disegno sembra essere stato attendere tempi migliori, accentuando nel frattempo l’arroccamento al potere e intestardendosi a proseguire a tutti i costi il dissanguamento delle finanze pubbliche.

Il regime sopravvive ancora, pur nel mezzo di una crisi umanitaria senza precedenti, ma la situazione già da tempo non è più sostenibile. Una svolta accadrà tra non molto. Recentemente l’ISPI ha delineato tre possibili scenari. Il primo vede Maduro restare al comando del paese, perché fa comodo a una parte del paese – nella fattispecie ai militari, attualmente l’unica forza in grado di tenere artificialmente vivo il “madurismo” – e perché si teme il vuoto di potere che potrebbe seguirne. Il secondo scenario non è che una drammatizzazione del primo e vede il paese sprofondare sempre di più in uno stato di conflitto civile con parti importanti del paese, comprese componenti delle forze armate e di polizia, passare dalla parte dell’opposizione. Il terzo scenario vede invece Maduro farsi da parte. L’ipotesi più probabile è che ciò possa avvenire a causa di un colpo di stato militare, anche “silenzioso” e non sanguinoso. Nonostante per il momento le forze armate restino al fianco di Maduro, questa resta un’opzione probabile, sia per precedenti storici (in Venezuela ci sono stati 3 tentativi di colpo di stato dal 1992 a oggi) che per la condizionalità del sostegno dei militari a Maduro (ovvero una mancanza di alternative). Inoltre, paradossalmente, questo scenario potrebbe far sprofondare il paese nel caos. Infatti, un’opposizione anti–Maduro esiste, ma solo fin quando esiste Maduro. Se Maduro dovesse farsi da parte, non è detto che le opposizioni riescano a trovare un accordo sulla direzione da imprimere al paese. Le opposizioni sono frammentate in 15 formazioni politiche, divise tra i liberali di centrodestra che vorrebbero ripristinare l’ordine democratico, revocando espropri e nazionalizzazioni e cercando di attrarre nuovi investimenti, e i “rivoluzionari” che sono contro Maduro ma che appoggiano la svolta socialista del paese. Non è detto dunque che dall’esautorazione di Maduro possa realmente maturare un processo democratico e inclusivo. Anzi, le premesse sembrano suggerire il contrario.

Insomma, la drammatica vicenda venezuelana, per molti versi assai più complicata di quanto brevemente riassunto sopra, non può essere rubricata banalmente come il folklore di un tipico paese sudamericano. Non siamo nell’Ottocento e neppure nel Novecento, dobbiamo ficcarcelo in testa. Il Venezuela è nel contesto globalizzato come l’Italia, era un paese ricco, in un contesto locale emergente. Purtroppo il petrolio. Purtroppo gli Stati Uniti e interessi che non si possono lasciare in mano a gente inaffidabile… Ma poi, questa è la strada dell’analisi, c’è sempre un contesto, un popolo, dei leader che possono contrastare le mire straniere, realizzare programmi realistici a beneficio del popolo senza dissanguare le casse dello Stato, trovare sintesi fra forze politiche per un dovere superiore. In Venezuela c’è stato bolivarismo, che è populismo a ritmo di salsa, sostanzialmente fascista, affascinatore di masse che poi tradisce per interessi di piccole élite, che poi svende il paese, che poi diventa autoritario.

Morto Castro, in via di drammatico tramonto il bolivarismo non solo in Venezuela (osservato speciale: il Brasile), occorre chiedersi non solo cosa accadrà domani a Caracas, ma come sarà il Sud America fra dieci anni. O forse, meglio: di chi sarà.

5 commenti

  • Ah le fonti sarebbero il figlio e il nytimes?!
    Allora si eh…

    • Le fonti sono anche Limes e ISPI, come certamente ha letto. Queste vanno bene? Poi ho citato Steven Levitsky (via NYT – una fonte piuttosto onorevole, direi) perché il nostro blog non vuole fare accademia ma, con poco sforzo, può esplorare le competenze di Levitsky sul tema del sud America e i suoi numerosi saggi (per esempio questo: https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/394272/mod_resource/content/1/The%20Resurgence%20of%20the%20Latin%20Ame%20-%20Steven%20Levitsky%20Intro.pdf). “Il foglio”, che lei è libero di non gradire, aveva il pregio di uno schema semplice su dati stranoti che può trovare ovunque. Quindi: abbiamo citato – nel mare di risorse disponibili – quelle che ci parevano più consone a un post. Altri autori citano altre cose, ovviamente, ognuno secondo le sue competenze e capacità, anche col rischio di non trovare le fonti migliori e aggiornate, anche se qui a Hic Rhodus cerchiamo di fare il meglio possibile.
      Dopodiché il problema è un altro: una fonte può essere più o meno “seria” indipendentemente dall’orientamento politico che può essere affine oppure no. Nel testo ho citato anche Castellina sul “manifesto”, quella le andava bene? Noi citiamo essenzialmente chi è serio, sia che sia di destra o di sinistra. Non citiamo mai fonti scandalistiche come “il giornale”, rarissimamente il fazioso “Fatto quotidiano”, praticamente mai un organo di partito come “l’Unità” e via discorrendo. Per il resto evitiamo ideologismi da quattro soldi che inducono a leggere solo “il proprio” giornale (cioè quello che dà sempre ragione alla nostra parte), informarci attraverso il blog d’ordinanza, vedere il programma TV fidato… Cerchiamo insomma di accedere a molteplici fonti, anche divergenti, per cercare delle sintesi valide, equilibrate, veritiere, certamente – a volte – molto diverse da quelle che si possono trovare su giornali e blog schierati.
      In ogni caso, Hic Rhodus funziona così, proprio perché è indipendente e non deve rendere conto a nessuno.

    • Lelio Giaccone

      Le fonti sono l’inflazione ormai da qualche lustro a tre cifre, le code per il pane, le violenze delle squadre paramilitari foraggiate da Maduro, la grande quantità di immigrati di ritorno che se possono scappano da quell’inferno; la fonte sono i Panama papers che attribuiscono alla figlia prediletta di Chavez un patrimonio di 4,2 miliardi (!) di dollari, di sicuro guadagnato onestamente e per i sui grandi meriti.
      Sono nato in un posto dal quale negli anni che vanno dai ’50 in poi c’è stata una forte emigrazione verso il Venezuela, tanto che anni fa è stata inaugurata una “piazzetta Venezuela”, con tanto di statua di Bolivar; molti di quelli che hanno potuto sono già tornati, magari con biglietti prepagati dai parenti residenti in Italia, visto che un biglietto aereo costa anni di uno stipendio medio-alto (parliamo anche di medici con posizioni apicali in ospedale); molti di questi vivono di lavori saltuari e dell’aiuto dei parenti: se vuole le combino un incontro, sempre che ritenga attendibili le cose che sentirà.

  • Mi scusi Bezzicante, ma a me l’America Latina sembra vittima di una vera e propria maledizione, quella che vede gli stati passare dall’inferno delle dittature “di destra” (espressione degli interessi statunitensi o comunque delle grandi multinazionali del primo mondo) a quello delle dittature “di sinistra” (bolivariste, castriste, marxiste e quant’altro), in una succesione di scenari comunque sempre caratterizzati da violenze, corruzione, latrocini…non sono un esperto di geopolitica nè di economia ma ho l’impressione che il saccheggio dell’America Latina (così ben descritto da Galeano) non sia terminato nel terzo millennio e che la risposta alla domanda finale al suo bell’articolo potrebbe essere: comunque non sarà dei popoli latinamericani…

  • Sempre illuminante leggerti. Ti lascio a corredo un articolo che ho scoperto questa mattina : chi metterà gli artigli sul Venezuela e le sue ricchezze ? Come ben dici : “di chi sarà? ” http://mx.blastingnews.com/politica/2017/08/verdaderas-razones-para-invadir-a-venezuela-el-mineral-de-la-muerte-001900987.html

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