Siamo prigionieri del “giardino” dei Social

Sul comportamento degli utenti di Internet si versano fiumi d’inchiostro digitale, e non ci avventureremmo a nostra volta a farlo se non fosse a partire da una ricerca accompagnata da dati e grafici, pubblicata da Comscore, un’azienda forse non notissima al pubblico ma ben conosciuta dagli addetti ai lavori delle ricerche di mercato e della pubblicità online.

La ricerca, dal titolo Internet in Italia – I trend del 2017, riporta alcuni interessanti dati sull’utilizzo di Internet in Italia, anche in confronto con alcuni altri paesi, e merita senz’altro una lettura. Tuttavia, io vorrei concentrarmi in modo particolare su un elemento specifico che ne emerge, e per farlo prenderò l’argomento un po’ alla larga, tornando indietro di una ventina d’anni abbondante.

All’epoca, le aziende di telecomunicazioni (le Telco, in breve) che offrivano l’accesso a Internet “accoglievano” gli utenti in portali generalisti che offrivano un po’ di tutto (ricordate Virgilio? Esiste ancora, peraltro), cercando di rappresentare per chi non era un grande conoscitore della Rete uno spazio confortevole e chiuso dove trovare bene o male tutto quello che poteva servire: informazioni, intrattenimento, strumenti di ricerca, mail e messaggistica, eccetera. Questi “spazi confortevoli e chiusi” erano chiamati walled garden, “giardini recintati”, e per anni hanno rappresentato una succosa rendita, che poi è andata scemando perché gli utenti, sempre meno intimoriti dal mondo inesplorato del Web hanno abbandonato le zone recintate e sono andati a cercare autonomamente i contenuti di proprio interesse, rendendo così centrali i motori di ricerca e in particolare Google, e costringendo le aziende a competere per il posizionamento nelle ricerche anziché cercare di fare accordi con le Telco per ottenere un posto nel “giardino”. Le Telco sono riuscite a tenere in piedi i walled garden molto più a lungo sul mobile, sia perché la maggiore difficoltà di utilizzo di un browser + motore di ricerca rappresentavano una barriera “naturale”, sia perché gli smartphone sono stati a lungo oggetti relativamente chiusi e le Telco ne distribuivano versioni personalizzate che presentavano all’utente immediatamente una home page popolata delle applicazioni e dei contenuti voluti dalla Telco di turno. Per anni, le Telco hanno guadagnato moltissimo grazie a roba francamente improbabile come sfondi, suonerie e giochini scadenti.

360

Come si accedeva a Internet da Vodafone 360

Uno degli ultimi tentativi delle Telco di imporre un walled garden agli utenti è forse stato Vodafone 360, una costosa e complessivamente fallimentare iniziativa lanciata nel 2009 dal maggior operatore mobile del mondo per offrire, insieme ai cellulari, una “chiave di accesso unica e universale per soddisfare tutte le nostre necessità di comunicazione, di socialità on-line, di acquisto e di divertimento”.  Era però troppo tardi: il lancio dell’iPhone un paio di anni prima aveva definitivamente cambiato i rapporti di forza anche nella telefonia mobile, e le Telco non hanno mai più avuto il potere di imporre un walled garden ai propri clienti. Vodafone rinunciò definitivamente a 360 alla fine del 2011, segnando la fine dell’epoca dei walled garden. Da allora, tutti noi utilizziamo Internet in modo libero, senza vincoli, senza imposizioni, senza filtri. O no?

Ahimè, no. La stessa Apple introducendo l’iPhone ha creato quello che viene chiamato un ecosistema, integrando verticalmente hardware, sistema operativo, app e servizi come le stesse Telco non erano mai riuscite a fare. I concorrenti di Apple hanno a loro volta costituito ecosistemi apparentemente aperti, ma in cui in realtà ciascuna azienda cerca di occupare una posizione strategica e non sostituibile; in questa partita hanno fatto il loro prepotente ingresso i fornitori di applicazioni Social e di messaggistica, in particolare Facebook ma anche Whatsapp, Twitter, Instagram, ecc.

Il risultato a oggi è raffigurato appunto nel rapporto di Comscore che citavo all’inizio, e di cui riporto qui sotto alcuni dati:

mobile internet

Timeshare

app vs browser

apps

Non è difficile interpretare questi dati: dalla loro combinazione (e dagli altri che per brevità non riportiamo qui) possiamo concludere che:

  1. L’accesso a Internet avviene ormai prevalentemente attraverso gli smartphone, e questa tendenza si consolida anno dopo anno.
  2. Chi usa lo smartphone non “naviga” liberamente in Internet, come si diceva fino a qualche anno fa. Solo poco più del 10% del tempo trascorso su Internet da cellulare è speso all’interno di un browser: per il resto del tempo quello che facciamo è usare delle app.
  3. Quali app? Praticamente sempre le stesse: Social (soprattutto Facebook), messaggistica (Whatsapp e Facebook Messenger), intrattenimento (YouTube e i giochini del momento). Fine. Sui siti e nelle app di informazione trascorriamo solo l’1% del nostro tempo online. Anche da PC, i giovani passano la gran parte del loro tempo a guardare video YouTube.
  4. Queste app sono essenzialmente tutte di proprietà di due grandi aziende: Facebook e Google.

Insomma, la malinconica conclusione è: dopo essere sfuggiti ai walled garden delle Telco ci siamo volontariamente rinchiusi nel (piccolo?) mondo dei Social. Certo, nei Social si parla di tutto, e per molti di noi Facebook o Twitter sono ormai la principale fonte di notizie. E qui casca l’asino, spesso letteralmente, perché Facebook non è una fonte neutrale. Certo, tutti lo sappiamo, ma è facile sottovalutare il fenomeno della cosiddetta filter bubble, ossia il fatto che quello che troviamo nella nostra bacheca Facebook è filtrato in base alle nostre preferenze, e quindi alla fine leggiamo prevalentemente notizie che confermano i nostri preconcetti e ci danno della realtà un’immagine distorta a nostro uso e consumo. Dato che questa distorsione va nella stessa direzione delle nostre preferenze e convinzioni, è particolarmente difficile notarla, ma i suoi effetti sono particolarmente insidiosi e si possono forse intuire quando vengono realizzati sondaggi che verificano quanto sia corretta la nostra percezione della realtà rispetto a temi ampiamente dibattuti.

Una verifica sistematica di questo genere, intitolata The Perils of Perception, è possibile trovarla su https://perils.ipsos.com/, dove sono riportati annualmente i risultati di sondaggi e indagini fatti appunto per valutare quanto la nostra percezione della realtà sia lontana dalla realtà stessa. Solo a titolo di esempio, qui sotto è riportato il grafico relativo alle risposte alla domanda “Quale pensate sia la percentuale di musulmani nel vostro paese”?

musulmani

Fonte: Ipsos, The Perils of Perception 2016

Come si vede, l’Italia è tra i paesi con la percezione maggiormente distorta su questo punto (“percepiamo” una percentuale di musulmani pari al 20% contro l’effettivo 3,7%), mentre in generale su altre questioni (ad esempio economiche) siamo meno disinformati di altri (siamo ottavi su quaranta paesi esaminati per l’accuratezza delle nostre “percezioni”, con l’Olanda che ha la popolazione meglio informata). Come mai? Evidentemente la nostra è una disinformazione selettiva, frutto di una distorsione informativa di cui la filter bubble imposta dai Social è certamente una causa importante.

Insomma, anche quando i Social non fanno nulla di deliberato per favorire il propagarsi di un’informazione falsa o distorta, il solo fatto che noi ci informiamo dai nostri “amici” e che gli algoritmi di Facebook & C. rinforzino i nostri bias informativi è sufficiente per modificare il mondo come noi lo percepiamo. Figuriamoci cosa accadrebbe se Facebook o Google decidessero invece di manipolare in una direzione precisa le nostre opinioni: difficilmente noi, prigionieri della bolla dei Social riusciremmo a difenderci. La morale è una sola: rispolveriamo i nostri browser e abituiamoci a informarci attivamente e direttamente dalle fonti primarie di informazione, assicurandoci di esporci alle diverse “campane”. Sfondiamo la recinzione del giardinetto in cui ci siamo rinchiusi da soli.

 

One comment

  • La morale è una sola: rispolveriamo i nostri browser e abituiamoci a informarci attivamente e direttamente dalle fonti primarie di informazione, assicurandoci di esporci alle diverse “campane”. Sfondiamo la recinzione del giardinetto in cui ci siamo rinchiusi da soli.

    Magari bastasse e fosse così semplice. Cambiare mezzo senza cambiare il proprio approccio è inutile. Se sono un complottista convinto, che io usi lo smartphone o il pc non cambia nulla. Avrò sempre la stessa ossessiva tendenza a cercare material strano e a crederci senza preoccuparmi troppo di chiedermi se sia vero o meno. Certo, sui social – FB in primis – si leggono certe perle che darle ai porci sarebbe un insulto ai poveri animali e non alle perle, e il livello di certi commenti è disarmente, ma le fonti sono proprio sul web “tradizionale”. Io preferisco la navigazione da pc, per esempio. Spesso, documentandomi su svariati argomenti, ho incontrato siti e blog nati proprio distorti, tenuti da gente che spesso non ha una formazione adeguata o attinente a ciò che tratta. Il tutto, come detto nell’articolo, esacerbato dal mondo dei social. Personalmente, non la vedo bene.

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