Date a Cesare quel che è di Cesare

Non sono solita entrare in chiesa durante la messa, ma adoro le chiese. Le amo per il loro silenzio pesante e pensante, e il consiglio implicito che regalano a chi entra, suggerendo d’esser silenziosi. E mai come ai nostri giorni, dove un po’ a tutti, e un po’ in tutte le sedi – compreso quelle virtuali ovviamente – chiacchierare è più diffuso che pensare e questi luoghi – le chiese – sono rifugi per l’anima.

Qualche settimana fa ero a Lucca, tra un mostra e l’osteria c’era il posto per curiosare la città e sono entrata in una chiesa di questa bella città toscana con l’intento di fare foto e contemplare l’arte. Senza orologio, senza orario – come è mio solito nel fine settimana – sono entrata durante la messa.

Ho camminato lungo le navate laterali, finchè il Don – le parole di questo Don dall’abito verde – mi hanno rapita: parlava della ipocrisia partendo da “date a Cesare, ciò che è di Cesare” la lettura del giorno. Con maestria portava le parole del Vangelo di Luca ai giorni nostri. Partiva dal passato, e dalla sua esperienza, e la porgeva gentile e chiara a questa chiesa piena di persone attente. Le ho guardate ad una ad una, erano vigili alle parole semplici e complesse di questo Prete che parlava meglio di un politico, profondo quanto un filosofo, centrato come un guru, accurato quanto un padre.

Mi sono seduta su un gradino laterale, appoggiato la borsa a terra, ed ho ascoltato oltre 40 minuti di omelia. La lettura del giorno, è stata la lettura di questa epoca e di questi anni. Di questa società indifferente, piena di volgarità, d’assenza di speranza per l’oggi e per il futuro, dove trovare il senso delle cose è sempre più difficile, dove tutto è troppo veloce per digerire, dove il tempo pare solo troppo breve, anziché quel che è: mal utilizzato.

“Rendete dunque ciò che è di Cesare a Cesare, e ciò che è di Dio a Dio”, questa sarebbe l’espressione completa. Secondo il Vangelo di Luca, così Gesù replicò agli “uomini subdoli”, emissari dei sacerdoti, i quali gli domandavano se fosse lecito pagare il tributo a Cesare, da parte di un buon ebreo, sperando in una sua risposta negativa che permettesse loro di denunciarlo ai Romani. Cristo, però, non solo non cadde nel tranello, ma con le sue parole insegnò che si deve obbedire alle leggi degli uomini, senza trascurare i doveri verso Dio. Nel linguaggio comune, l’approssimativa citazione è un invito alla giustizia, un richiamo ad attribuire i meriti a chi li ha e non a coloro che se li appropriano.”

Al termine della lettura il Don si è fermato qualche istante, e poi ha chiesto “avete capito qualcosa di quello che ho detto?” – silenzio – “rispondetemi, avete capito? Siete confusi? Spero lo siate, spero che usciate oggi da qui e riflettiate a fondo sulla vostra quotidianità, sui vostri rapporti, sulle relazioni che avete. Non è venire in chiesa la domenica, ascoltare cose, poi uscire e nulla cambia dentro e fuori di voi. E’ cercare di capire se siamo o no ipocriti con noi stessi, e quindi con gli altri. Se ora siete confusi è un bene, significa che a qualcosa sono servito”.

Penso a quel uomo vestito di verde da qualche giorno. Penso alla nostra società, e ai nostri politici. Alla attribuzione dei meriti, alla attribuzioni delle colpe, alla assunzione delle responsabilità che scarseggia anzi è siccità politica.

E’ l’epoca del “è colpa di chi c’era prima”, del “io, che ho fatto meglio di te”, del “devi essermi grato di quello che io o fatto per te” perché tutto serve ad avvalorare se stessi e quasi mai per chi lo si fa, o per lo scopo per il quale le cose devono essere fatte. Sono per lo più strumentalizzazioni dell’altro, allo scopo di esaltare se stessi, per soddisfare il proprio ego.

“Date a Cesare ciò che è di Cesare”. Restituite (e abbiate cura) ciò che vi è stato dato, perché non è vostro. Non è vostra la sedia sulla quale sedete al Governo, vi è stata data dai cittadini, sarà di altri dopo di voi, non urlate in quelle sale, non umiliate il prossimo, non alzate le mani come foste ad un concerto dozzinale, non inneggiate come foste allo stadio, non bestemmiate e abbiate rispetto. Non manipolate i fatti, abbiate cura della verità delle cose, delle parole che usate, di quello che avete fatto voi, e di quello che non avete fatto. Non violate ancora di più questa società malata è che avrebbe bisogno di bellezza, cura e altruismo.

E se non capite, se siete confusi cari politici, fate un pausa. Le pause in musica non sono solo degli arresti, ma soprattutto dei nuovi inizi.

(In copertina: Quinten Massijs, Il banchiere e sua moglie: dettaglio)

Contributo scritto per Hic Rhodus da Pamela Tavalazzi.
Vivo in Romagna, a due passi da Ravenna, a quattro dal mare. Mi occupo 
di comunicazione da oltre 25 anni, da una decina anche di comunicazione politica. Oscillo tra la pubblica amministrazione e le imprese. 
Amo osservare il mondo che mi circonda, tentando di trovare soluzioni improbabili 
ma possibili e di questo, talvolta, scrivo.

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