Aboliamo la pusillanime Crusca!

Ebbene sì: qualche giorno fa ho ingaggiato una garbata ma radicale polemica linguistica con la dottoressa Vera Gheno, docente a contratto presso l’Università di Firenze e ricercatrice presso l’Accademia della Crusca, di cui gestisce l’account Twitter. Direte voi: la presunzione di Ottonieri ha raggiunto l’impensabile, e potreste aver ragione: a che titolo mi sono imbarcato in una simile diatriba? Ecco, è appunto questo che penso possa essere interessante raccontare, non tanto relativamente alla questione linguistica di cui si parlava, ma a proposito del ruolo dell’Accademia e, in generale, delle élite intellettuali in Italia.

Andiamo con ordine. L’antefatto è una recente visita della Presidente della Camera Laura Boldrini alla sede dell’Accademia della Crusca, occasione nella quale la terza carica dello Stato ha ovviamente ribadito la sua nota pretesa di dettare le regole per l’uso dei termini che indicano le cariche pubbliche quando rivestite da una donna: “Perché è difficile dire ‘ministra’? Noi donne vogliamo rispetto anche nel linguaggio”. Cioè: secondo la Boldrini, non è la storia della lingua, ma lo status delle donne a dover determinare quali parole si debbano usare.

Non imprevedibilmente, nessuna obiezione a questa pretesa è giunta dagli Accademici padroni di casa. Obiezioni piuttosto pepate devono invece essere pervenute da comuni cittadini, se appunto la professoressa Gheno, qualche giorno dopo, ha pubblicato un post su Facebook nel quale ha stigmatizzato l’“infuriare di una polemica” con toni “assurdamente violenti”. Nel merito, però, il post della professoressa non entrava: come nelle parole della Boldrini, la grande assente delle sue considerazioni era la lingua italiana. Questa è stata la ragione per cui, leggendo casualmente il post, l’ho commentato, dissentendo non già dalla valutazione sull’inaccettabilità di certi commenti (che do ovviamente per scontata senza bisogno di averli letti direttamente) bensì per chiedere che almeno da parte della Crusca quando si ragiona di questioni linguistiche si ricorra ad argomenti linguistici e non a considerazioni di “correttezza politica”. Ho aggiunto la mia opinione, e cioè che nei casi in cui per indicare una carica o una professione non esista nell’uso una doppia forma (come professore/professoressa), il genere del sostantivo che si usa non implichi alcunché circa il sesso della persona che il sostantivo indica, come potrebbero testimoniare guardie giurate o guide alpine maschi, che non hanno mai preteso di essere chiamati, che so, ‘guardiani giurati’ o ‘conduttori alpini’. E meno male.

Ora, mi direte, la professoressa con cui discutevi, data la disparità delle vostre conoscenze in materia, ti avrà garbatamente annientato a colpi di grammatiche dal Seicento a oggi. E invece no (sebbene anch’io sappia che ministra è attestato ecc. ecc.): la professoressa Gheno, sempre molto cortesemente, mi ha risposto che lei stava parlando di costume (la rissosità dei commentatori) e non di analisi linguistica; e mi ha rinviato a un altro suo postun po’ più “linguistico”.  Da esso prelevo un passaggio emblematico:

Esiste una manciata di casi di nomi professionali al femminile anche per referenti di genere maschile: guardia, sentinella, vedetta. Anche qui, ci sono dietro ragioni storiche. Ma soprattutto, dubito che qualche guardia di sesso maschile si sia mai sentita discriminata perché definita da un nome di genere femminile: anche in questo caso, il sistema non è, appunto, perfettamente simmetrico. Ma sono pochi casi, che non inficiano il discorso fatto sopra. Soprattutto, rivendicazioni in tale senso non avrebbero, alla fine, niente a che fare con la questione inversa: il problema della posizione delle donne nel mondo del lavoro c’è ed è inutile far finta che non ci sia.

Come si vede, e il resto del post non è molto diverso, anche qui non si fa alcuna considerazione linguistica: il vero criterio invocato per stabilire alla fin fine quale sia la lezione preferibile è politico (in senso lato, ovviamente). Dato che le ‘guardie’ di sesso maschile non si sentono discriminate, e i Ministri di sesso femminile sì (e qui glissiamo per senso delle istituzioni), ‘guardia’ per un uomo va bene, e ‘Ministro’ per una donna non va bene.
Naturalmente, non vi sorprenderà sapere che ho garbatamente insistito che simili considerazioni sono linguisticamente irrilevanti, e che tali dovrebbero apparire innanzitutto alla Crusca. Senza perdere la pazienza con questo seccatore, la professoressa mi ha ricordato che quel post era “linguistico” tra virgolette, e (sintetizzo) mi ha rinviato ad altre fonti: i vocabolari, e lo Zingarelli in particolare, che recepiscono i termini femminili come ingegnera e ministra; una nota pubblicata nel 2013 sul sito della Crusca a firma della professoressa Cecilia Robustelli (a cui ironicamente una pagina dell’Università di Modena e Reggio Emilia attribuisce la qualifica di Professore Associato); un documento, Donne, grammatica e media, sempre a firma della Robustelli, tutto dedicato a quest’argomento e impreziosito dalla prefazione di Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia.

Ora, leggiamo un passo della nota della professoressa Robustelli:

In Italia numerosi studi […] hanno messo in evidenza che la figura femminile viene spesso svilita dall’uso di un linguaggio stereotipato che ne dà un’immagine negativa, o quanto meno subalterna rispetto all’uomo. Inoltre, in italiano […] la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in riferimento a donne e uomini (gli spettatori, i cittadini, ecc.). Frequentissimo è anche l’uso della forma maschile anziché femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne: sindaco e non sindaca, chirurgo e non chirurgaingegnere e non ingegnera.

Quindi, il punto non è che nella lingua italiana non si dica correttamente ‘sindaco’ o ‘chirurgo’ anche per indicare una donna: la professoressa non solo lo sa, ma lo sottolinea! Il punto è che è una cosa negativa, che ostacola le pari opportunità. La professoressa Robustelli, infatti, è così poco persuasa delle sue ragioni da utilizzare l’espediente di screditare eticamente le obiezioni altrui, che “sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale [una cultura insidiosamente sessista e retriva, intendiamo, N.d.R.]; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche” (frase che è facile tradurre in “dato che non ho buoni argomenti linguistici, rivendico una superiorità etica della cultura che rappresento con la mia opinione”). Ecco quindi che, di fronte a queste “resistenze ad adattare il linguaggio alla nuova realtà sociale” (sic), si evoca la proposta di “avviare percorsi formativi sulla cultura di genere come presupposto per attuare una politica di promozione delle pari opportunità”. Rieduchiamo, insomma, costoro che hanno la pretesa di parlare italiano per amore dell’italiano, anziché accettare di considerare la nostra lingua un utile strumento per promuovere le pari opportunità. E, per non essere troppo prolisso, evito di riportare qui brani della citata prefazione di Nicoletta Maraschio, tutta dedicata all’auspicio che l’italiano finalmente cessi di “trasmettere una visione del mondo superata” e anzi contribuisca ad “accelerare il cambiamento in senso migliorativo”. Nientemeno.

Ora, tutto ciò non mi avrebbe certo indotto a scrivere un post, se queste considerazioni tutte politiche (in senso ampio) non venissero dall’Accademia della Crusca. La stessa Accademia che, come mi ha ricordato la stessa Gheno, “studia, osserva, consiglia, ma non ha nessun ruolo di guida”, o non più che le grammatiche e i vocabolari. E, altrove, la professoressa, oltre a sollevare virtualmente il sopracciglio quando ho parlato di “difendere” l’integrità della lingua (inorridiamo al pensiero), aveva scritto, finalmente tranchant: “la bruttezza non è un concetto linguistico”. Insomma: la Crusca non “difende” la lingua (Dio ne scampi), considera irrilevanti le considerazioni sulla sua bellezza ed eleganza, ricusa il ruolo di guida in materia di uso della lingua, perché “la norma viene modificata dall’uso e non viceversa”, e, infine, si guarda bene dall’opporre alle ragioni della politica quelle della lingua; anzi, se mai è disposta ad abbandonare questa pretesa di neutralità per sposare una causa, è proprio per quella che dovrebbe osteggiare: piegare la lingua alle convenienze sociopolitiche, eufemisticamente definite “culturali”. Ma allora, che il dio della linguistica mi perdoni, a che diavolo serve questa benedetta Accademia della Crusca?
Perché, capiamoci, sui femminili delle cariche pubbliche e delle professioni le posizioni che ho citato non sono certo folli, anche se, ripeto, sono, come ho cercato di illustrare, a mio avviso sbagliate e dettate esclusivamente da preferenze extralinguistiche; il vero problema è che la Crusca rifiuta recisamente di essere l’unica cosa che ne giustifica (o ne giustificherebbe) l’esistenza agli occhi dei cittadini: non già un ennesimo Dipartimento di Linguistica, ma un’autorità, se non l’Autorità, sulla lingua italiana, che operi attivamente tra l’altro anche per custodirne e arricchirne il valore e il pregio, favorirne la conoscenza autentica, evitarne l’abuso e il maltrattamento che oggi sono ahimè così diffusi. In una parola volutamente enfatica: la paladina della Bellezza della nostra lingua, ossia proprio di quella irrilevante caratteristica che per la professoressa Gheno non fa conto prendere neanche in considerazione. In fondo, lo Statuto della Crusca ne individua il “compito essenziale” nel “sostenere la lingua italiana, nel suo valore storico di fondamento dell’identità nazionale,  e promuoverne lo studio e la conoscenza in Italia e all’estero”. “Sostenere”, non “osservare, studiare, catalogare…”, verbi da timidi notai e non da paladini. “Promuoverne” lo studio, non “attenersi” allo studio. E certamente non “asservire alla correttezza politica”, che è tra i peggiori nemici della nostra lingua e produce continuamente espressioni “diversamente belle”. E peraltro, se parliamo di promuovere lo studio dell’italiano, non ignorano certo gli Accademici che se un numero sorprendentemente alto di persone nel mondo studia la nostra lingua non è perché sia utile, o espressione di una cultura politicamente corretta: ma perché è bella. Come riporta uno degli articoli online sul perché la nostra sia la quarta lingua più studiata al mondo, l’italiano, come l’Italia in generale, è un simbolo di bellezza:

“What’s the point of learning Italian? What’s the point of watching the sun set over the Ponte Vecchio? What’s the point of admiring Michelangelo’s works of art? What is the point of love? What is the point of breathing? What is the point of living?”
[A che serve imparare l’italiano? A che serve contemplare un tramonto su Ponte Vecchio? A che serve ammirare l’arte di Michelangelo? A che serve l’amore? A che serve respirare? A che serve vivere?]

Vorrei dunque di nuovo una Crusca come quella d’un tempo, criticata anche dai nostri maggiori poeti, che tentava di ingessare una lingua allora solo letteraria ancorandola agli esempi dei maestri dell’aureo Trecento fiorentino? No, ovviamente: vorrei una Crusca che, con mezzi e sensibilità moderni, si ponesse però l’obiettivo di essere un punto di riferimento con la finalità, infine, di far sì che l’italiano che usiamo sia più integro, corretto, appropriato e, ebbene sì, belloche se l’Accademia non esistesse.

Se è vero (ed è vero) che noi cittadini comuni ci attenderemmo questo, non così intende il suo ruolo l’Accademia: solo per fare un esempio qualsiasi tra mille, quando al servizio di Consulenza linguistica della Crusca giunge una richiesta di chiarimento su “quale sia il verbo per indicare l’operazione di acquisizione di immagini con uno scanner”, la risposta, in sintesi, è: è attestato l’uso di “scandirescannarescannerarescannerizzare, e anche eseguire una scansione scansionare”, e, quindi, “massima libertà di scelta”. Ora,  io so benissimo che questa “non normatività” è parte della definizione stessa della Linguistica contemporanea (prendendone una a caso: “La Linguistica è una disciplina non normativa ma descrittiva, lo studio scientifico del linguaggio”); ma è mai possibile, santi numi, che la Crusca non tenti minimamente di convincere i suoi lettori a non dire, e soprattutto scrivere, ‘scannerizzare’ o addirittura ‘scannare’ (!!!), quando ‘scandire’ ha, originariamente, esattamente il significato desiderato?

Ebbene, se le cose stanno così, liberiamoci dell’Accademia. I pochi spiccioli che essa costa allo Stato vadano nell’acquisto di vocabolari e grammatiche per le scuole, giacché a essi i neghittosi Accademici delegano l’ultima linea di difesa dell’italiano dalla barbarie. Che le stanze del nobile palazzo che l’ospita restino vuote, precluse così almeno alle intrusioni dei politici che vogliono strumentalizzare la nostra lingua ai loro scopi, con l’applauso degli Accademici stessi. Se “deregolamentazione” ha da essere, se la risposta a un quesito sulla lingua si ottiene contando i risultati di Google Search, se anche in questo campo si vuole adottare il principio per cui “uno vale uno”, che almeno ci si liberi da simili notai, pusillanimi e tifosi del politically correct. Di un’élite intellettuale abbiamo bisogno come il pane, a patto però che s’assuma la responsabilità di leadership che le compete, anche nei confronti della politica.

24 commenti

  • Sono molto spesso in accordo con quanto scrive Ottonieri, e questa volta più che mai!
    Il senso dell’esistenza dell’Accademia della Crusca deve farlo conoscere lei; come dire: se ci andassero i revisori legali (revisori dei conti) come potrebbero giustificare le spese dello stato? Che cosa potrebbero dire per evitarne la chiusura?

    Sono molte le cose che non mi piacciono a proposito dell’Accademia (per esempio le scelte a proposito di “petaloso”, ma non solo), però la cosa che più mi ha fatto propendere per la sua chiusura è stata proprio questa incapacità di prendere delle decisioni, anzi: più che “incapacità”, direi “scelta positiva di non fare”!

    Ho avuto quella che può essere considerata una prova decisiva di quanto sopra con un episodio che riporto di seguito.

    Un mio conoscente si è trovato a dover subire un danno economico enorme per un’interpretazione della norma che noi abbiamo giudicato assolutamente sbagliata (secondo l’italiano) oltre che tardiva, solo che non pensava di poter fare delle azioni concrete per difendere i propri interessi perché, per la sua esperienza, con la Pubblica Amministrazione e con i suoi dipendenti (soprattutto se incapaci e in malafede) non c’è verso di uscirne. Così mi è venuta l’idea di chiedere all’Accademia della Crusca di esprimere un parere sulla plausibilità dell’interpretazione della legge in questione.
    Ovviamente non ero sicuro che avrei avuto una risposta chiara, univoca, stringente, ecc., ma mi aspettavo che la risposta fosse almeno del tipo: «Pur non potendo entrare nel merito della legge, e neppure della sua interpretazione linguistica, Noi affermiamo che nella lingua italiana l’espressione non si possa intendere nel senso … (quello della PA)».
    Questa a me pare davvero una richiesta minima, ma, come si è ovviamente già capito, la risposta è stata invece del tipo: «Noi non possiamo dire qual è la corretta interpretazione … non ci prendiamo alcuna responsabilità.»

    Dal mio punto di vista la considerazione finale è molto semplice: allora possiamo chiuderla.

    P.S.: Se si vuol fare una raccolta di firme per chiuderla, sarò felice di firmare! Però preferirei che si mandassero … gli attuali componenti che non si stanno prendendo le responsabilità, e si sostituissero con chi lo facesse, con chi si attivasse per difendere la lingua e la cultura dell’italiano e della bellezza: c’è un grande bisogno di un’Ente come questo!

  • Concordo anch’io con la proposta di chiudere la Crusca, anzi, come afferma Gaspero, meglio sostituirne i membri: ultimamente mi trovo sempre più spesso a dissentire da certe posizioni a mio parere troppo aperte ad ‘intrusioni’ linguistiche brutte, inutili e non giustificate. Pare che oggi si legittimi tutto, qualsiasi neologismo o forestierismo, anche gli errori di traduzione che entrano nell’uso e secondo la Crusca diventano norma (vedi ad esempio il parere sul verbo ‘realizzare’ inteso come ‘rendersi conto di’). Sembra davvero che consultino Google prima di fornire un parere, cercando poi forzatamente qualche citazione letteraria (più che altro giornalistica) per confermarlo.

    • Non è che “sembra”: in molte loro risposte ai quesiti riportano proprio la frequenza dei termini nei risultati di Google Search. Horresco.

  • Laura Avancini

    Santi numi quanta banalità! Anzi sante numesse quanto banalitò…w le pari opportunità…

  • A parer mio la lingua non è una cosa statica, ma dinamica.
    L’evoluzione dovrebbe essere determinata da persone dotte che conoscano l’italiano e non certo seguendo consigli di
    persone che non lo conoscono correttamente.
    Io, per fortuna, non sono nè ministro né sindaco, se lo fossi vorrei essere chiamata e vorrei che di me si dicesse: “il ministro, signora .. o il sindaco| signora … ha speso bene ì nostri soldi e ha permesso al paese di migliorare.
    Possono dire altrettanto, oggi, le nostre sindache/ sindachesse o le nostre ministre/ ministresse ? ?
    ‘”Ai posteri l’ardua sentenza”
    Lina

  • Mi permetto di mettere un collegamento (link) ad un articolo apparso l’anno scorso sul nostro giornalino, seguito da due miei commenti: http://majoranima.wixsite.com/majoranima/single-post/2016/03/16/Hai-per-caso-detto-petaloso .
    Ovviamente le cose interessanti sono soprattutto i miei commenti …..
    Devo dire che un po’ mi sono ripetuto, ma credo che ci possano essere anche spunti interessanti, sia di per sé, sia in riferimento all’argomento di questo articolo.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Mi permetto di dissentire se non altro parzialmente: “Secondo la Boldrini, non è la storia della lingua, ma lo status delle donne a dover determinare quali parole si debbano usare.” Si’, la Boldrini fa un discorso politico, mentre né lei né altri sollevano il problema della chiarezza e della ricchezza della lingua, cui il “femminile professionale” quando adottato dà un innegabile contributo.

    Tutti (o quasi tutti) gli italiani appaiono sensibilissimi al problema del “suona bene”, e per loro il femminile “ministra” è una minestra che non va giu. Semplicemente perché il nostro orecchio italiano, ultrasensibile ai suoni, stenta ad abituarvisi. Di molti verbi italiani, ad esempio il verbo “risplendere”, non si usa il participio passato – “risplenduto” – perché “suona male”. Eppure il participio passato di “perdere” suona altrettanto male eppure noi non ce lo siamo “perduto”: il nostro orecchio vi si è abituato. Ma cosa volete, gli italiani, inventori dell’opera lirica, sono contrari ai suoni nuovi, a meno che non si tratti di una delle magiche e sgangherate parolette inglesi, in genere mal pronunciate e mal capite.

    Il “suona bene”, “suona male” è, secondo me, una pesante palla al piede della nostra cara lingua, ricchissima invece di varianti di forma: “denaro-danaro”, “qui-qua, lì-là”, “innanzi-dinnanzi-dinanzi”, “starnutare-starnutire-sternutare-sternutire”, “comperare-comprare”, “baroccio-barroccio-biroccio”, “insieme-assieme”, “in seguito di-in seguito a-a seguito di”, “degrado-degradazione”, “che ora è-che ore sono”, e così all’infinito… Tali varianti danno una falsa impressione di ricchezza, mentre complicano inutilmente la vita di coloro che cercano di servirsi di un italiano coerente e prevedibile. Ma queste varianti suonano tutte bene all’orecchio del fine dicitore italiano.

    In francese e in inglese non c’è alcun pudore a usare il pronome personale di prima persona singolare, mentre in italiano solo ai superuomini e ai megalomani è permesso farlo. I pronomi personali di terza persona maschile e femminile non si sa poi esattamente quali siano: egli, lui, esso, essa, ella, lei, essi, esse, loro, anche perché in genere si preferisce ometterli? Dipende dallo stile, dal “suona bene”, e da tanti altri motivi che né il francese né l’inglese conoscono… Ma torniamo a bomba.

    Sgarbi, qualche tempo fa, ha preso pesantemente in giro la “Boldrina” (Laura Boldrini) perché questa si batte affinché gli italiani usino il femminile di certi sostantivi: i “femminili professionali”. Sgarbi: “Ministra e sindaca? Cara Presidenta Boldrina, sei una zucca vuota!” E ancora, sempre riferendosi alla Boldrini: “Rappresenta l’ignoranza italiana, si dimetta”.

    Strano che una persona colta come Sgarbi esibisca la sua stupida avversione ad adottare il femminile, quando invece sarebbe molto logico usarlo. Ma alle caste orecchie di molti orecchianti italiani, tra cui vi è non solo Sgarbi ma anche l’ex presidente Napolitano, espressosi perentoriamente anche lui contro “ministra” e “sindaca”, questa “a” finale reca un suono tremendamente sgradevole.

    La giornalista femminista Monica Lanfranco ha reagito “portando avanti” il solito discorso basato su vittimismo e complottismo: “Abbiamo un eminente esponente del patriarcato di sinistra che sceglie due parole molto significative, ’orribile’ e ’abominevole’, per stigmatizzare l’uso del femminile (previsto sin dalle elementari nella lingua italiana) per vocaboli che indicano ruoli di rappresentanza: sindaca e ministra.” Gli uomini – secondo la Lanfranco – riescono ad accettare questi “ruoli relativamente nuovi per le donne, funzioni di potere, mansioni che rimandano simbolicamente all’autorevolezza” solo cancellando “il corpo femminile che li incarna”. Si domanda quindi enfaticamente: “Solo maschilizzandole per definirle possiamo sopportare che le donne accedano a posizioni di potere?”

    In realtà il maschilismo c’entra assai poco in questo resistere di Sgarbi, uomo di destra, e di Napolitano, uomo di sinistra, ai femminili.

    Ma quali sono le cause più profonde di questa resistenza da parte sia degli uomini che delle donne della penisola ai “femminili professionali”?

    La variante femminile di cariche, professioni e mestieri è fortemente osteggiata in Italia. La maggioranza tende a servirsi del termine solo al maschile: sindaco, notaio, deputato, ministro, assessore, ferroviere; anche quando la logica, ma non ancora l’abitudine, vorrebbe che si dicesse: sindaca, notaia, deputata, ministra, assessora, ferroviera… Tantissimi femminili sono ormai, invece, consacrati dall’uso: scrittrice, pittrice, infermiera, biologa, ambasciatrice… E nessuno trova da ridire.

    Per giustificare questa resistenza all’adozione dei “femminili professionali” alcuni sostengono che i sostantivi in questione sono “neutri” e che quindi sono da usare per entrambi i sessi. E in realtà in certi contesti questi termini sono usati in maniera impersonale, quindi se vogliamo sono “neutri”. Ma non in tutti i casi.

    Alla base di questa non volontà di adottare le varianti femminili vi è, in realtà, la tirannia del “Suona male!” È vero: il femminile di certe professioni produce un suono ostico. Ma solo all’inizio… poi l’orecchio finisce con l’abituarsi ai nuovi suoni. E cosi’ oggi abbiamo “ambasciatrice” (ma anni fa un giornale parlo’ imperterrito del “marito dell’ambasciatore americano a Roma” riferendosi all’editore Henry Luce, coniuge di Clara l’”ambasciatrice”, alla quale pero’ nella lingua italiana di allora spettava il titolo al maschile: “ambasciatore”. Abbiamo “elettrice”, “senatrice” (alla Merlin va il merito del neologismo), “professoressa”, “poetessa”, “avvocatessa” (ma ad avvocatessa si dovrebbe forse preferire “avvocata”; dopotutto Maria santissima è “avvocata nostra” e non “avvocatessa nostra”).

    Il linguista Aldo Gabrielli: “Scrivere ‘maestra’ e ‘infermiera’, quando si tratta di donne, è una questione di chiarezza, risolta ormai da tempo con l’adozione del femminile per queste due professioni. Il trovare invece scritto in un articolo ‘il marito del sindaco’ lascia confusi sul sesso del sindaco.” Qui s’impone una chiosa da parte mia: tutto ciò prima del matrimonio gay. Ecco, il matrimonio gay rende necessario, a scopo di chiarezza, distinguere il “genere” quando si designa il consorte o la consorte del titolare di un mestiere o di una professione.

    Questa resistenza italica all’evoluzione normale della lingua italiana spiega perché essa sia rimasta, per molti aspetti, quella che era ai tempi del “dolce stil novo”. Ed anzi da allora, sotto molti aspetti – se si eccettua il vocabolario tecnico – si è impoverita (fatte salve le varianti di forma di una miriade di parole: “denaro-danaro”, “insieme-assieme”, “lacrima-lagrima”, “fra-tra”, etc. con doppioni perfettamente inutili che pero’ “suonano bene”). Cosa volete… l’abitante della penisola è ossessionato dal “suona bene”, vera palla al piede del nostro idioma.

    Vi è poi un fatto paradossale che meriterebbe gli sghignazzi sia di Sgarbi che di Napolitano: le verginelle italiche le cui delicate orecchie venate di azzurro rifiutano l’entrata nel padiglione di questi strani nuovi suoni terminanti in “a”, accettano, godendo, che nello stesso pertugio entrino in massa gli sgangherati suoni di un inglese cacofonico mal parlato e mal capito. E l’effetto di questa sconcia apertura al suono diverso – un “diverso” da amare perché “straniero” – è di privare la nostra lingua di termini perfettamente validi, rimpiazzati dal loro “corrispettivo” inglese. È un fiasco – anzi un “flop” – su tutta la linea. Ma per gli italiani è come vincere l’intero montepremi, anzi l’intero “jackpot”. Un “jackpot” molto simile per contenuti a “the pot”, ossia a un pitale.

    • Grazie del commento, e dell’attenzione. Certamente, noi italiani non siamo esenti dal cattivo uso della nostra (bella?) lingua e dall’apertura a cattivi prestiti dalle altre, e io auspicherei proprio per questo una Crusca più, per usare un brutto calco dall’inglese, “assertiva”.
      Quanto al merito della specifica questione che ho usato come cavallo di Troia, ospitiamo volentieri la sua opinione, valida almeno quanto la nostra. Mi lasci solo osservare che non comprendo la questione della “chiarezza” che lei solleva: perché dobbiamo a tutti i costi conoscere il sesso del sindaco per poterne parlare? Quale “chiarezza” apporta questa informazione, se stiamo parlando di qualcosa che col sesso del sindaco non ha nulla a che vedere? Se, poniamo, c’è un incidente stradale in cui si registra una “vittima”, noi né saltiamo alla conclusione assurda che quella vittima sia necessariamente una donna, né abbiamo in realtà interesse a sapere se la vittima sia di sesso maschile o femminile; analogamente, non abbiamo questa necessità quando parliamo di un sindaco nell’esercizio delle sue funzioni, come non abbiamo bisogno di conoscere la sua età, per dire. Non solo è sufficiente semplicemente sospendere questa nostra ossessione di classificare immediatamente le persone per il loro genere, ma in particolare parlando di cariche pubbliche è a mio avviso anche più corretto.

      Infine: l’eufonia non è, con buona pace di taluni, una considerazione extralinguistica, né è estranea all’evoluzione della lingua. Come accenno nell’articolo, il suono dell’italiano è poi parte integrante ed essenziale del suo patrimonio e non un accessorio. Ce lo ricorda, come spesso accade, chi italiano non è.

    • Mi sembra che l’impoverimento della nostra lingua sia una conseguenza di due fenomeni (che definirei sottrattivi) concomitanti: si dimenticano i vocaboli utilizzati sino a poco tempo prima e si rigettano frettolosamente (talvolta in maniera sdegnosa) vocaboli che sono mere varianti di termini già esistenti e dunque (solo relativamente) nuovi.
      Sulla questione del “suonare bene all’orecchio”, mi trovo perfettamente d’accordo con Claudio Antonelli. Un tempo vi furono resistenze nei confronti della parola “operaia” (che “suonava strana” all’orecchio di chi aveva udito e pronunciato, sino a quel momento, solo “operaio” e “operai”), così come oggi accade per “notaia”. (Abbiamo forse bisogno di conoscere il sesso dell’operaio o dell’operaia ma non quello del notaio o della notaia?)
      Ancor prima del “rispetto nel linguaggio”, si può porre la questione del “rispetto del linguaggio”; se nella nostra lingua si può dire “maestra”, si può dire anche “ministra”.
      Non desidero, però, difendere qui l’Accademia della Crusca. La scelta di fare di “euro” un sostantivo invariabile, per esempio, mi pare troppo in linea, appunto, con la tendenza all’impoverimento linguistico. Imparammo a dire “dollaro” e “dollari”; perché non ci si lascia dire “euro” ed “euri”?

  • marco bertolini

    La lingua, per essere viva, deve naturalmente evolvere. Ma nel caso in questione, non si tratta di una naturale evoluzione, dovuta all’adattamento della linga ad un mondo che cambia, ma ad una sterzata linguistica imposta “per decreto” senza nessuna ragione al di fuori di quelle ideologiche. Quindi, l’esatto contrario di quello che ci si potrebbe aspettare naturalmente. Ma chi sta violentando la natura con provvedimenti assurdi tesi a negare i differenti ruoli e le differenti nobiltà di uomini e donne, se ne fa un baffo, anzi un’unghia smaltata, della realtà.

  • A mio parere, nel commento di Claudio Antonelli ci sono diversi pregiudizi ed errori.
    Per esempio, da quanto capisco, sta criticando come se “il senso dell’articolo” fosse che si deve decidere solo sul “suona bene”, mentre a me pare che sia prevalentemente che l’Accademia della Crusca non si prende nessuna responsabilità; se invece lo facesse POI potremmo discutere se la motivazione “suona bene” è valida, totalizzante, inutile o altro.
    Inoltre dà per scontato che questo “suona bene” sia l’unica misura, e che si basi solo sul “suono”. Io, per esempio, non concordo con nessuna delle due, anche se questo è indubbiamente un aspetto da valutare, ed un aspetto importante.
    Sembra anche che ci dica che noi abbiamo difficoltà ad accettare parole italiane “nuove” (o contestualizzate), noi che accettiamo passivamente le assurdità delle parole straniere usate per farci sentire importanti. È invece evidente che fra i lettori di Hic Rhodus, o almeno fra chi scrive e chi commenta, la prassi delle parole straniere non gode della massima stima, anzi …

    Passo sopra l’esempio di Sgarbi (un nome, un programma), che non considero “una persona colta” (non so se lo considero meno “colto” o meno “persona” …).

    Ovviamente, però, nel commento di Claudio ci sono diversi spunti interessanti, e non potrebbe essere diversamente, per persone che scrivono quello che pensano cercando che cosa è utile e vero.

  • Non saprei dire circa il “rispetto nel linguaggio” invocato da Laura Boldrini, però, per quanto riguarda il “rispetto del linguaggio”, “ministra” è vocabolo italiano tanto quanto “maestra”. Non so se sia “policamente corretto”, ma è linguisticamente corretto.

    Posted by Sandro G. Masoni on Monday, August 14, 2017

    A proposito di parole italiane che non esisterebbero, non si sa bene perché, chi avesse voglia di leggere qualche altra riga… https://www.facebook.com/notes/sandro-g-masoni/ah-linsormontabilità/1482312715169642/

    Circa l’Accademia della Crusca, una scelta assai poco condivisibile, a mio modesto avviso, è stata quella dell’euro invariabile. Potremmo, cioè, dire dollaro/dollari, ma non euro/euri. Mah!

    Insomma, con l’abbandono di modi e tempi dei verbi, generi, numeri, per non dire dell’amnesia riguardante numerosi vocaboli, stiamo perdendo parecchio per strada; troppo, per i miei gusti.

  • fraublucher

    Premesso che mi spiace non essere stata avvisata direttamente dall’autore di questo post dettagliato – visto che vengo citata a più riprese, l’avrei molto apprezzato -, avrei alcune precisazioni da fare.

    La prima: non ho diritto, al di fuori dell’aula in cui insegno ai miei studenti, al titolo di professoressa. Sono una contrattista, quindi preferisco, se proprio occorre ricorrere ai titoli, essere semplicemente “dottoressa”.

    La seconda: i documenti a cui rimando sono anche precedenti a quelli qui citati; parto dalle Raccomandazioni di Alma Sabatini del 1987, per poi citare documenti del 1995 e del 1996, per arrivare poi a risposte datate 2009 e 2013 (citando anche Treccani, giusto per non essere autoreferenziale). Questo per ricordare che la questione del femminile dei nomi di professione è oggetto di discussione da ben prima dell’attuale governo, e non è un’istanza trattata solo dalla Crusca, ma anche da grammatiche, vocabolari e altri enti che si occupano di studiare l’italiano. Mi sembra doveroso sottolinearlo. Non posso non notare che leggendo i vari documenti, sia Treccani, sia Crusca, sia Zingarelli – al di fuori delle pubblicazioni specificamente dedicate alla questione – dicono tutti la stessa cosa: la lingua italiana prevede la formazione dei femminili, che infatti esistono per le professioni nelle quali la presenza femminile è naturale da tempo, quindi non esistono motivi strettamente linguistici che impediscano la creazione di una serie di “nuovi femminili”. Eccezioni, “increspature” al sistema sono ben note e vengono esplicitamente trattate a parte.

    Non sono un’esperta della questione, non quanto vorrei. Ma sono una donna, e per di più una sociolinguista (non una storica della lingua, quindi), e mi sono ritrovata implicata in prima persona nella discussione sul femminile dei nomi di professione. Partivo da posizioni completamente differenti, ma leggendo i molti documenti disponibili ho piano piano cambiato idea. Detto questo, non sono né una pasionaria né voglio fare cambiare idea a nessuno. Continuo però a notare quanto sia (inutilmente) violenta la discussione sull’argomento, quando alla fin fine è possibile anche disputarne con relativa tranquillità.

    Invito tutti gli interessati a consultare la sezione della Crusca “Attività” per vedere tutti i fronti sui quali l’Accademia è impegnata (http://www.accademiadellacrusca.it/attivita): sarebbe un peccato conoscere solo una parte di ciò che fa ogni giorno.

    Per completezza, cito tutta la trattazione dedicata all’argomento da Zingarelli nella scheda di approfondimento sotto la voce “femminile”. Risulterà un po’ lunga, ma forse utile a chi volesse farsi un’opinione “non cruscosa” sulla questione.

    Vera Gheno
    ___________________

    femminile

    Nella lingua italiana esistono due generi: il maschile e il femminile. Nel caso di esseri inanimati o di concetti, la distinzione è del tutto convenzionale, non ha cioè alcuna relazione col sesso maschile o femminile: il piatto, la sedia, la gioia, il dolore, il sole, la luna. Nel caso di esseri animati, invece, la distinzione tra genere maschile e femminile corrisponde gener. al sesso: marito, attore, portiere e gallo sono di genere maschile; moglie, attrice, portiera e gallina sono di genere femminile. Si è detto ‘generalmente’ perché ci sono delle eccezioni, nomi che sono di genere femminile anche quando indicano uomini, come la guida, la spia, la recluta, la sentinella, la guardia, la vittima, o nomi maschili che si riferiscono sempre a donne, come il soprano, o indifferentemente a uomini o donne, come il pedone. ATTENZIONE: in questi casi la concordanza è sempre grammaticale: il soprano Maria R. è stato applaudito; la sentinella, Luigi R., è stata ricoverata in ospedale.
    Da ciò deriva che la trasformazione dal maschile al femminile riguarda soltanto nomi che indicano persone o animali. Anche alcuni nomi che indicano ‘cose’ o concetti hanno la forma maschile e femminile oppure, con la medesima forma, possono essere maschili e femminili. Per es.: il testo – la testa, il modo – la moda, il radio – la radio, il capitale – la capitale. È evidente però che in questi casi si tratta di un falso cambiamento di genere che riflette un completo cambiamento di significato.
    Ma come si forma, di regola, il femminile? Ricordiamo che i nomi, da questo punto di vista, si dividono in quattro categorie:
    1 I nomi indipendenti o di genere fisso, che hanno come femminile un nome di radice diversa: uomo – donna, maschio – femmina, fratello – sorella, ecc.;
    tra gli animali: bue – mucca, porco – scrofa, ecc.
    2 I nomi di genere comune, che hanno un’unica forma per il maschile e per il femminile: il/la consorte, il/la pianista, il/la cliente, ecc. Tali nomi si distinguono per mezzo dell’articolo o eventualmente dell’aggettivo con cui si uniscono. Essi sono:
    ■ alcuni nomi in -e: il/la custode, il/la nipote, il/la preside;
    ■ i nomi corrispondenti a forme sostantivate del part. pres. di un verbo oppure, pur senza derivare da un verbo, contenenti il suffisso -ante: un/un’agente, il/la cantante; il/la bracciante, il/la chiromante;
    ■ i nomi in -ista, -cida e -iatra: il/la barista, il/la canoista, il/la tirannicida, il/la pediatra;
    ■ quasi tutti i nomi in -a, spesso di origine greca: un/un’atleta, il/la ginnasta, un/un’ipocrita, lo/la stratega.
    3 I nomi di genere promiscuo, nomi di animali con un’unica forma per il maschio e per la femmina: la mosca, il serpente, la volpe. Per specificare occorre dire il maschio (la femmina) della volpe, oppure la volpe maschio (femmina).
    4 I nomi di genere mobile, che formano il femminile mutando la desinenza o aggiungendo un suffisso sulla base delle seguenti regole generali:
    ■ i nomi che al maschile terminano in -o prendono al femminile la desinenza -a: amico – amica, fanciullo – fanciulla, zio – zia, lupo – lupa;
    ■ i nomi che al maschile terminano in -a appartengono quasi tutti alla categoria dei nomi di genere comune (V. sopra), con un’unica forma sia per il maschile che per il femminile. Solo alcuni nomi formano il femminile aggiungendo al tema il suffisso -essa: duca – duchessa, poeta – poetessa, profeta – profetessa, papa – papessa, (scherz.) monarca – monarchessa;
    ■ i nomi che al maschile terminano in -e formano il femminile assumendo la desinenza -a (signore – signora, padrone – padrona) oppure rimangono invariati (cliente, agente, dirigente) oppure aggiungono il suffisso -essa (conte – contessa, studente – studentessa, giullare – giullaressa);
    ■ i nomi che al maschile terminano in -tore formano il femminile mutando la desinenza in -trice: genitore – genitrice; lettore – lettrice. ATTENZIONE: dottore diventa però dottoressa; pastore, tintore e impostore prendono invece il suffisso -tora;
    ■ i nomi che al maschile terminano in -sore formano il femminile aggiungendo il suffisso -itrice alla radice del verbo da cui derivano: aggressore – aggreditrice; possessore – posseditrice (ma professore diventa, com’è noto, professoressa);
    ■ in alcuni pochi casi, la formazione del femminile avviene in maniera particolare: dio – dea, re – regina, abate – badessa, doge – dogaressa, eroe – eroina, gallo – gallina.
    In questo quadro generale, è spesso difficile formare il femminile dei nomi che indicano professioni o cariche. Il motivo è semplice: negli ultimi decenni sono avvenute nel nostro Paese profonde modificazioni sociali, economiche e culturali. Una delle conseguenze è stata la crescente presenza femminile in mestieri e professioni un tempo riservate agli uomini. Ecco allora che, quando un’abitudine consolidata identificava una certa professione col ruolo – e quindi col nome – maschile, la necessità di individuare la corrispondente forma femminile ha creato imbarazzo e dubbi. Avvocata, avvocatessa o ancora avvocato? Chirurga o ancora chirurgo? Valgono comunque le seguenti regole:
    ■ il femminile di nomi che indicano professioni o cariche si forma in generale senza problemi applicando le regole indicate in precedenza. Si dice perciò: la dentista, la pediatra, la analista, la farmacista; la psicologa, la radiologa, la ginecologa, la cardiologa; la chimica, la filosofa, la deputata; la direttrice, la amministratrice, la ispettrice, la senatrice; la preside, la docente, la agente. Nel caso di ‘notaio’ si può dire sia la notaia Maria Rossi che il notaio Maria Rossi. Rare invece sono le forme ingegnera, medica e soldata, con i femminili di alcuni nomi dei gradi militari;
    ■ è sempre opportuno usare la forma femminile, quando esiste, anziché il maschile: si dirà perciò la radiologa di turno Maria R. e non il radiologo di turno Maria R. Analogamente è consigliabile preferire l’ambasciatrice Clara L. a l’ambasciatore signora Clara L.: l’eventuale dubbio che possa trattarsi della moglie di un ambasciatore maschio sarà chiarito dal contesto;
    ■ talora il suffisso -essa ha intonazione ironica o addirittura spregiativa: perciò è preferibile la presidente a la presidentessa, la filosofa a la filosofessa, ecc. Nessun problema tuttavia per studentesse, professoresse, poetesse, dottoresse e, naturalmente, neppure per ostesse, duchesse, baronesse, contesse e principesse;
    ■ anche i nomi invariabili di origine straniera possono in generale essere femminili: si dirà perciò la manager, la leader, la art director, la designer, la scout, ecc. Ma gentleman, mister, policeman e steward sono solo maschili, mentre nurse, vendeuse, miss e hostess sono solo femminili;
    ■ nei composti con capo-, quando il secondo elemento si riferisce a cosa, il femminile è invariabile sia al singolare che al plurale: si dirà perciò il caposervizio, la caposervizio, le caposervizio; il caporeparto, la caporeparto, le caporeparto. Quando il secondo elemento si riferisce a persona, la desinenza femminile è quella del secondo elemento stesso: il capocomico, la capocomica, le capocomiche; il capocuoco, la capocuoca, le capocuoche;
    ■ alcuni nomi femminili si riferiscono sia a uomini che a donne: guida, guardia, sentinella, recluta, matricola, spia, comparsa, controfigura, maschera, ecc.; analogamente alcuni nomi maschili si riferiscono anche a donne: per esempio messo, mozzo, sosia, secondo (nei duelli), fantasma. Inoltre soprano, mezzosoprano e contralto si usano preferibilmente al maschile, benché indichino in genere cantanti di sesso femminile; si notino comunque i plurali: i soprani, le soprano;
    ■ mantengono il loro genere anche se riferite a persone di sesso diverso le locuzioni come battitore libero, franco tiratore, portatore d’acqua, braccio destro e prima donna;
    ■ alcuni nomi, infine, si riferiscono solo a uomini: galantuomo, nostromo, paggio, e marito, padre, padrino, fratello, genero, scapolo, celibe; altri solo a donne: dama, mondina, caterinetta, perpetua, e moglie, madre, madrina, sorella, nuora, nubile;
    ■ di norma il vocabolario riporta nella sezione grammaticale di ciascun lemma le indicazioni per la formazione del femminile nei casi in cui possano esservi dubbi.

    • Grazie dell’intervento (accetto volentieri la critica per non aver portato direttamente il post alla sua attenzione) e delle utili precisazioni, che spero possano trovare la giusta attenzione anche se presentate in forma di commenti.
      L’unico dubbio che sollevo è quello relativo alla presunta “violenza” della discussione, che sarebbe certo ingiustificata dal tema dei nomi femminili. Semmai, per quello che riguarda me, ho utilizzato un tono volutamente, e semiseriamente, enfatico quando sono passato a discutere della funzione esercitata dall’Accademia, un tono di efficacia opinabile ma che non descriverei come violento. Quanto ai commenti, lei che è esperta di Social Media ha visto penso ben altro, e anche qui nel nostro piccolo abbiamo avuto discussioni più accese, su temi più “caldi”.

  • Solo riguardo l’euro: credo che sia stata una scelta “obbligata” (e che io condivido in pieno): se si fosse trovato l’accordo sul singolare “euro” avremmo avuto molti plurali diversi (“euri”, “euros”, …), e non si sarebbe neppure potuto scrivere il valore delle banconote (già così si hanno le tre scritte: in caratteri latini, greci e cirillici).
    Al solito: si sarebbe potuto usare tutti il proprio plurale se si avesse avuto il coraggio di scegliere una lingua comune (che non può non essere l’esperanto) per scrivere sulle banconote “tutto”, e lasciare che ogni lingua usasse le proprie parole.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Si’ è vero: il mio intervento ha eluso il tema principale dell’interessante scritto di Ottonieri che è “il ruolo dell’Accademia della Crusca”. Tema importante, sul quale l’esempio dato circa la risposta della Crusca – in sintesi: “massima libertà di scelta circa l’uso di scandire, scannare, scannerare, scannerizzare, e anche eseguire una scansione e scansionare” – è illuminante perché mostra che quelli della Crusca si lavano le mani. Io vorrei invece che questa istituzione avesse un ruolo un po’ meno passivo e contemplativo. Mi piacerebbe che svolgesse un ruolo “alla francese”, insomma. Ma so bene che forse non c’è una sola persona nella penisola che non si faccia regolarmente beffe del cosiddetto sciovinismo della “Académie Française” e degli altri organismi dell’Esagono preposti alla difesa della lingua nazionale. Attività invece, quest’ultime, che io considero ammirevoli.
    Il qualunquismo della Crusca sembra dare invece un dannoso contributo alla falsa ricchezza e allo stato di confusione della lingua italiana, la quale vanta vocabolari strapieni di varianti di forma di questo o quel termine: “obbidiente-obbediente-ubbidiente”. La nostra lingua rischia di divenire obesa per un accumulo di parole interscambiabili. Esiste invece, purtroppo, un solo termine per designare sia il “nipote di nonno” (nipote abiatico/abbiatico) sia il “nipote di zio”. “Manovra” è poi il termine che ormai sostituisce “legge di bilancio”, “bilancio preventivo”… In italiano vi è un unico vocabolo “polvere” – la polvere di stelle e la polvere di strada – mentre sia il francese che l’inglese hanno due termini distinti per queste due realtà cosi’ diverse. “Older” in inglese e “plus agé” in francese. E in italiano (parlando di giovani)? “Piu’ grande”. E mi fermo qui rinunciando a fornire altri esempi di una lingua – la nostra – spesso lacunosa.

    Si’ è vero: dare eccessiva importanza al “sesso” dei termini è sbagliato. Ma non credo che “guardia giurata”, “guida turistica”, “vittima” evochino di primo acchito il sesso femminile. Chirurgo invece, di primo acchito, a me sembra che evochi il genere maschile.
    I francesi hanno una storiella interessante al riguardo: “l’histoire de la chirurgienne”. Traduco dal francese: “Un bambino e suo padre rimangono gravemente feriti in un incidente. Il padre muore. Il bambino è trasportato all’ospedale per subire una delicata operazione. Ma il chirurgo presente rifiuta di operarlo dicendo che quel bambino è suo figlio.
    Morale della favola: “Il tempo che occorre per capire che il bambino non ha due padri e che il chirurgo è la madre del bambino, ossia è una chirurga, mostra l’imprecisione del messaggio causata dall’uso del maschile.”
    Qui a Montréal dove io vivo non ho mai udito in francese il plurale maschile “gli infermieri”. È sempre il femminile plurale: “le infermiere”, semplicemente perché il 90 per cento e forse piu’ degli infermieri sono donne.
    In certi casi il femminile è utile alla comprensione del messaggio. Ed è un bene quindi che questo femminile esista. Un esempio? Io vado regolarmente dalla massaggiatrice. Mai dal massaggiatore. Se fossi un dipendente del comune e se andassi regolarmente dal sindaco, forse non ci sarebbe bisogno di specificare “sindaca” al femminile nel caso che il sindaco fosse donna. Ma se venissi accusato in seguito di molestie sessuali a danno del sindaco, vorrei che fosse ben specificato “sindaca”.
    Il calcio, in particolare quello femminile, comincia ad essere molto praticato in Canada. Perché non usare allora anche il termine “calciatrice”? Innamorarsi di un calciatore non è poi la stessa cosa che innamorarsi di una calciatrice.

    Si’ è vero, l’opposizione al femminile dei nomi indicante una carica, un mestiere, una professione non deriva unicamente dal fatto che la parola femminile “suoni strana”. Pero’, secondo me, la causa principale di questa resistenza è proprio una presunta cacofonia rilevata da chi non si è ancora abituato al nuovo vocabolo, anche perché il nuovo termine sembra una deformazione dell’altro al maschile, consacrato dall’uso.
    Severgnini: “Ho qualche perplessità con ministra (brutto), mentre non ho problemi con notaia (al mio orecchio suona come lattaia).”
    Da una rivista: “Ministra suona male? È la grammatica bellezza!”

    Si’ è vero, occorre proteggere l’eufonia dell’italiano. Ma bisogna ammettere che in molti casi è solo il fatto che la parola sia nuova a creare “cacofonia” per i delicati timpani degli italiani.

    Si’ è vero, non è detto che coloro che si oppongono alla femminilizzazione dei termini “professionali” siano gli stessi che si crogiolano con gli anglicismi, come nel mio scritto sembravo insinuare. Pero’ vorrei che almeno una volta i critici degli anglicismi denunciassero gli obbrobriosi “killer” e “in tilt”…

    Da una rivista: “Perché Jane Austen è (ancora) la scrittrice piu’ amata.” Scrivere invece “Perché Jane Austen è (ancora) lo scrittore piu’ amato” altererebbe la portata dell’affermazione.
    Bernard Pivot: “Colette è una delle nostre grandi scrittrici. Colette è uno dei nostri grandi scrittori. La seconda formulazione è molto piu’ lusinghiera, non vi pare?”

    • Grazie per i molti contributi interessanti alla discussione! Però, e senza voler aprire una tavola rotonda grammaticale in questi commenti, che “la grammatica” voglia che di tutti i sostantivi che indicano una professione (e poi, perché solo di questi? Facciamolo per ogni sostantivo che indica una persona…) debbano esistere la forma maschile e femminile è semplicemente falso.
      Non è una questione eufonica. Non è (solo) che suoni male; è proprio che certe parole non esistono e basta, e altre andrebbero riesumate dai catafalchi della storia della lingua e rispolverate apposta. Tutto questo quando una necessità di farlo non esiste, perché (ed altrettanti esempi lo dimostrano) le parole che esistono possono benissimo indicare tanto uomini che donne.
      Staremmo freschi se ogni apposizione grammaticalmente dovesse concordare con il genere della persona cui si riferisce. Gli aggettivi si concordano, i sostantivi no. E’ la grammatica 😉
      Ad avere una doppia forma “naturale” sono soprattutto i sostantivi che derivano direttamente da aggettivi o forme verbali sostantivate. Non solo ‘presidente’ (è chiaro che io non direi mai che Laura Boldrini è “il” Presidente, ma “la” Presidente della Camera), ma anche le varie forme in -tore/-trice, che sono tutte equivalenti a “colui/colei che…”. Dove invece il sostantivo non ha questa natura (medico, architetto, avvocato, notaio (checché nei dica Severgnini), ecc.), e la doppia forma non esista già per ragioni storiche, non ha nessun senso né grammaticale né linguistico volerla introdurre. Se il Salve Regina parla di ‘avvocata’, lo fa in un contesto (invocazione poetico-religiosa alla Madre di Cristo) in cui sì suonerebbe male un appellativo maschile all’interno di un’enumerazione enfatica e tutta centrata sul ruolo femminile e materno di Maria, lontanissimo da quelli di un’aula di tribunale. In quel contesto, recuperare l’originaria derivazione di ‘avvocato’ da un participio sostantivato (‘ad-vocatus’) e quindi declinarlo al femminile ha senso; ma quella derivazione è oggi, nell’italiano in cui quel verbo non esiste, non più avvertibile. E, certamente, non sono io favorevole alle forme in -essa come ‘avvocatessa’ che trovo, quelle sì, poco dignitose.
      Non mi sono addentrato nel post su queste disquisizioni perché, come si sarà spero capito, queste parole femminili sono solo il pretesto per un’argomentazione ben diversa, che è quella sul ruolo dell’Accademia. Ho scritto che l’aspettativa di noi cittadini sarebbe che l’Accademia (e tutte le élite intellettuali!) svolgesse un ruolo più attivo e incisivo, prendendosi qualche rischio e qualche responsabilità, e non cercando spazi di opportunità politica.

  • Gentile Ottonieri,

    rilevo una certa incongruenza nel tuo discorso. Da un lato pretendi l’esistenza di un Autorità in campo linguistico, rappresentata dall’Accademia. Però, quando questa Autorità decide che il suo ruolo non sta nella scelta dei termini da utilizzare, ma solo nell’indicazione della loro attinenza alle regole base della lingua, non ne accetti la decisione e ne reclami a chiusura.
    Ora due punti:
    Non è forse facoltà dell’Autorità decidere le sue stesse funzioni? Contestando questa scelta, sei tu che ti poni in quella posizione anarchica che imputi a chi utilizza termini a te non graditi.
    Secondo punto, l’Accademia decide le regole della lingua, quindi ha comunque un ruolo decisionale forte, anche se più a monte di quanto gradiresti. Senza la sua presenza nulla vieterebbe, per esempio, che lo scimmiottamento delle lingue straniere arrivi al punto da declinare i plurali con la S finale.

    Cordialità,

    novat

    • Gentile novat, a me sembra che in realtà l’incongruenza sia dell’Accademia, e con la sua mission, oltre che con i suoi comportamenti. Quello che io auspico, credo coerentemente, è che l’Accademia eserciti scientemente e attivamente un’autorità linguistica. Ma certo non per dirmi cosa io debba pensare, o quale modello di società sia “progressivo” e da “promuovere” usando a questo fine la lingua come utile strumento. Abbiamo avuto casi in passato di queste forzature della lingua a fini “civili”, con esiti anche solo linguisticamente deplorevoli. L’autorità che la Crusca può e deve esercitare in modo coerente e continuativo è linguistica, basata sulle considerazioni linguistiche che in questo caso, come ho tentato di dimostrare, sono invece trattate come ancillari se non addirittura pretestuose.
      Per questo dico che la Crusca è incoerente due volte, quando (di regola) si astiene da prendere posizione su questioni linguistiche che cadono nella sua sfera, e quando (eccezionalmente) sposa attivamente una scelta linguistica mutuando ragioni che le sono estranee e su cui la sua parola non ha alcun particolare valore.

      • Mi pare invece molto coerente. Il concetto di “bello” a cui ti rifai evidentemente non è considerato rilevante in senso linguistico. Linguistica è invece la corretta declinazione dei vocaboli, regola che “sindaca” e “ministra” evidentemente rispettano,secondo indicazione dell’Accademia.

        La Crusca non si è astenuta su questioni linguistiche, perché linguistiche non sono. Se il termine è corretto non sta alla scienza dirti se usarlo o no. Questo con buona pace dei cittadini, che invece di svilire l’utilità di un istituzione “scientifica” dovrebbero sentirsi doppiamente responsabilizzati, in quanto veri custodi della nostra lingua.

        Di diverso tipo è invece la posizione degli studiosi, che registrano e interpretano l’uso della lingua nel suo contesto sociale. Non vedo nulla di strano che in un saggio su “Donne, grammatica e media”, evidentemente più sociale che linguistico, si facciano commenti di questo tenore.

        La base di ogni scienza è la coscienza dei limiti della stessa, la Linguistica non ci dice che termini dobbiamo usare, ma solo se essi rientrano nelle regole dell’Italiano. Spesso le spiegazioni scientifiche sono deludenti per i profani, che si aspettano dalle scienza certezze e dogmi, ma proprio nella loro “debolezza” giace la loro forza, e bisogna ben guardarsi dal considerarle inutili.
        Così come ad esempio, dato che la Cosmologia non ci dice perché sia nato l’Universo spero che nessuno ne metta in dubbio l’utilità.

        Cordialità,

        novat

  • Non vorrei che il mio “scaldarsi” risultasse offensivo per qualcuno, quindi, anche se cercherò di far sì che non accada, mi scuso in anticipo se non mi dovesse riuscire: chiedo scusa, ma sappiate che mi lamento delle cose per come le capisco, e che non assolutamente nulla contro le persone.

    Per evitare di disperdersi in una marea di questioni linguistiche, a cui chi commenta pare essere particolarmente interessato, ma che esulano dal senso dell’artico, mi permetto di cercare di definire bene “il problema”.

    Mi pare che l’idea di fondo dell’articolo, come anche il titolo esprime chiaramente è che «Se la Crusca è “così pusillanime”, e quindi inutile, tanto vale abolirla!»
    Chiarito questo concetto, resta da capire:
    1°) – se siamo d’accordo con l’affermazione (come in un teorema in cui «se vale A, allora vale B» non significa né che vale A,né che vale B, ma solo che se vale A allora vale B);
    2°) – che cosa significa che è “pusillanime”;
    3°) se la Crusca è pusillanime.

    Comincio dal 2° punto.
    Dò per scontato che “pusillanime” significhi pressappoco, “di animo (o coraggio) molto piccolo”.

    Ora il 3° punto
    Dalla risposta di Novat, mi pare di capire che secondo lui la Crusca si attenga a ciò che decidono gli italiani, e quindi che fa il suo dovere rispettando il suo ruolo, in una sorta di “democrazia linguistica”.
    Ma se è vero che la democrazia è il male minore e la scelta che dà più garanzie (cosa di cui sono sempre più portato a dubitare …), non si può dire lo stesso a chi è stato votato per governare: non è affatto ovvio che deve cercare di attuare quello che dice il popolo, anzi: in molti vogliono che decida lui (N.B.: mi sono accorto che non ho detto lei), perché gli è stato affidato quel compito per le sue doti, e qui su Hic Rhodus c’è addirittura una più che insofferenza per il qualunquismo imperante e per la “democrazia” (governo del popolo ignorante); per un esempio basta leggere il nuovo post di Bezzicante, che non credo riceverà nessun commento che non concorda con la sua visione generale.
    Così è anche per la Crusca: in totale assenza di un organismo autorizzato a “deliberare” su questioni linguistiche, preferirei anch’io il popolo ignorante ai “politici” (altrettanto ignoranti), e quindi sceglierei la “democrazia”. Ma se l’accademia ha un ruolo, e non persegue questo ruolo, e se non mi spiega in maniera convincente (o addirittura “non mi spiega del tutto”) perché rifiuta questo ruolo, io sono autorizzato a pensare che non lo fa “per la comune paura di mettersi contro qualcuno, per questioni di convenienza, per ovvia pusillanimità”.
    E questo è appunto quello che penso io e che mi immagino pensi la maggioranza dei commentatori!

    Infine il 1° punto
    Mi pare ovvio che, per quanto sopra, abolire la Crusca possa essere, se non condivisibile, quanto meno accettabile.
    Ma il fatto importante è che se non ci fosse, se ne potrebbe avvertire la mancanza, per cui di potrebbe trovare un organismo che faccia quello che (secondo me) dovrebbe fare oggi l’Accademia, mentre ora che c’è la Crusca, e che non se ne sente né la mancanza, né la presenza, non ha senso che si elegga un tale organismo.

    Poi sulle questioni linguistiche potremmo anche confrontarci, ed in proposito è stato davvero interessante e quanto ha detto fraublucher (la dottoressa Vera Gheno …?), ma anche lei non risponde alla questione principale, quella di cui ho detto sopra. Probabilmente se non si facesse come si fa sempre in Italia, per cui ci si lamenta molto ma non si agisce, e se si fosse davvero a decidere se abolire o meno l’Accademia, credo che la sua risposta sarebbe stata più centrata, e avremmo saputo se anche lei concorda con l’opportunità di abolirla, con quella di “rinnovarla” (eufemismo), o se fosse per mantenerla, e in questo caso sono sicuro che avrebbe portato ben altre argomentazioni.

    Poi, riguardo alle cose “secondarie”:
    il fatto che da qualche parte si dica “euros” o “Euren”, o “euri” (qui in Italia) non significa niente, io in Italia ho trovato anche “films”, o addirittura “bars”, ma che in Europa o in Italia qualcuno abbia un linguaggio inadeguato non mi pare abbia alcun significato in questo contesto, neppure se questo qualcuno rappresentasse più del 60% della popolazione (cosa che, per inciso, penso sia vera).
    Probabilmente alcuni chiamano “euri” gli euro, anche perché non capiscono il motivo “dell’euro invariabile”, come ha detto Sandro.

    Infine una considerazione … (“strana”, “irrispettosa”, “assurda”, …. metteteci voi l’aggettivo): se la nostra lingua fosse davvero maschilista, preferireste (attenzione: sono casi limite): stravolgerla ed averne una “nuova”, per nulla maschilista, oppure tenerla così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti?

    Io personalmente ho paura che data in mano a queste perone che la cambiano per idee che non mi convincono la rovinino inutilmente, e allora preferisco così, attendendomi i cambiamenti che la sua naturale evoluzione genererà.
    Ribadisco che le motivazioni di chi vuole introdurre parole al femminile mi sono state più chiare, in particolare con il commento di fraublucher, ma mi restano comunque pretenziose.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...