… E già che ci siamo, ripristiniamo anche la leva militare!

Da un po’di tempo il ripristino del servizio militare obbligatorio, sospeso nel 2005, viene invocato con crescente frequenza, con varie motivazioni riconducibili sostanzialmente all’esigenza di colmare un vuoto educativo che sta toccando in maniera trasversale tutti gli ambiti della società. Iniziata come una interiezione da adulto o anziano esasperato da comportamenti fastidiosi di qualche ragazzotto (“Un periodo di naja ti avrebbe fatto bene!”), la richiesta è stata prima ripresa dai rappresentanti di alcune Associazioni d’Arma (Alpini, Bersaglieri e Fanti in prima linea) per divenire, quindi, punto programmatico di Casa Pound e Lega, sempre attenti a cavalcare gli umori degli elettori, acquisiti e potenziali (le Associazioni Nazionali Alpini e Bersaglieri contano, assieme, quasi mezzo milione di iscritti). E anche se le stesse Associazioni d’Arma hanno recentemente abbassato i toni e si sono orientate a chiedere il “ripristino di un periodo di servizio obbligatorio dei giovani a favore della Patria, nelle modalità che la politica vorrà individuare” (quindi non necessariamente in uniforme), nel corso di un convegno sull’argomento tenutosi ai primi di febbraio a Milano, al palazzo delle Stelline, il Segretario della Lega ed aspirante Capo del Governo ha ricordato e rilanciato la proposta di legge già presentata dal suo partito e che prevede per i giovani 8 mesi di servizio obbligatorio su base regionale che potrà essere, a scelta, civile o militare (qui il testo).

Bene: dal momento che, visti i miei precedenti di vita e mestiere, credo di saperne in materia almeno quanto coloro che dopo averla bollata come un anno buttato ed essersi industriati per evitarla (spesso con successo in virtù di opportune turbe, deficienze toraciche e malanni tutti poi fortunatamente superati), ora propugnano il ritorno della coscrizione obbligatoria, mi permetto dire anche io la mia sull’argomento, almeno per quel che riguarda l’opzione “militare”.

Cominciamo col dire che teoricamente non vi è nulla di impossibile nel ripristino della coscrizione obbligatoria, che la legge n. 226 ha sospeso ma non abolito e trasformata da istituto ordinario a straordinario poiché operativo solo in determinate ipotesi (se viene deliberato lo stato di guerra ai sensi dell’articolo 78 della Costituzione o se una grave crisi internazionale nella quale l’Italia sia coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale giustifica un aumento della consistenza numerica delle Forze Armate). Trattandosi di legge ordinaria, il ritorno al vecchio regime non richiede particolari procedure, maggioranze, referendum confermativi o altri arzigogoli giurisprudenziali. A dire il vero non servirebbe nemmeno una nuova legge, se vogliamo, ma solo degli emendamenti e modifiche a quella esistente, ma tant’è, e così posso scrivere questo pezzo. Chiarito così il quadro normativo passiamo ad alcuni elementi pratici.

Dietro alla “cartolina rosa” che chiamava e negli auspici tornerà a chiamare alle armi la meglio gioventù c’era tutta una serie di predisposizioni organizzative quali, solo per citare le macro-aree a cui ricondurre le stesse, la compilazione delle liste di leva, il loro esame preliminare, le visite mediche, la ripartizione del personale idoneo fra le Forze Armate, la definizione per ogni singolo individuo del reparto addestrativo di destinazione e della data di presentazione. Tutto questo richiedeva una capillare organizzazione sul territorio che con il passaggio al modello professionale è stata abbandonata, in quanto per selezionare gli aspiranti militari professionisti è sufficiente un solo centro nazionale di selezione per ciascuna delle quattro Forze Armate.

Andiamo avanti. Per riattivare il servizio di leva si dovrà per forza di cose prevedere la rivitalizzazione o riattivazione di una serie di organi esecutivi della Leva che dal 2005 sono stati disciolti. Gli Uffici Leva dei Comuni sono sempre in funzione e continuano a formare le Liste di Leva, ma non ci sono più i 34 Consigli di Leva responsabili di pubblicare in tutti i Comuni compresi nel territorio della propria giurisdizione, attraverso gli Uffici di leva ed i Comuni stessi, il manifesto, firmato dal presidente del Consiglio di leva, con il quale si ordinava la leva e si indicavano il luogo, il giorno e l’ora di riunione per le varie operazioni, della verifica della liste dei vari Comuni e del loro aggiornamento con eventuali ulteriori iscrizioni o cancellazioni: bisognerà quindi rimetterli in piedi. Bisognerà poi procedere a qualificare il necessario numero di periti selettori attitudinali da inserire nei Gruppi Selettori, nei Consigli e nelle Commissioni di leva (di cui bisognerà definire il numero) nonché a reperire il personale sanitario necessario per l’effettuazione degli accertamenti psico-fisio-attitudinali volti a verificare l’idoneità al servizio del coscritto.  Si renderà inoltre necessario potenziare i Centri Documentali, al fine di metterli in condizione di svolgere queste funzioni burocratiche e amministrative che un tempo competevano ai Distretti Militari, di cui ve n’era più o meno, a seconda del periodo e delle ristrutturazioni, uno per Provincia: anche con tutta la fiducia nell’informatica applicata alla P.A., per ragioni legate al collegamento con i Comuni credo che anche al giorno d’oggi ce ne vorrebbe almeno uno per regione Amministrativa.  Sorvolo sulla ricostituzione dell’organizzazione destinata alla formazione del contingente di leva, vale a dire della suddivisione del personale in blocchi di varia consistenza da far partire ogni tre o quattro mesi per banali esigenze di gestibilità e della determinazione dei reparti ai quali assegnare le reclute (e quante a ciascuno di esse): non proprio banalità, checché ne dica chi ha approfondito l’argomento su un paio di numeri del “Tromba” e riguardandosi un film con Edwige Fenech alle grandi manovre. Ci sarà poi da rimettere in piedi l’organizzazione per l’approvvigionamento e la distribuzione di vestiario ed equipaggiamento (da buttare via all’atto del congedo del consegnatario, perché anche in tempi di sobrietà immagino che scarponi, mutande e uniformi usate non verranno ridistribuite) che dovrà lavorare su volumi di materiali assai più ingenti e con ritmi di rinnovo assai più cadenzati di quelli attuali, visto che tutto l’Esercito Italiano ha un organico di circa 90,000 unità in tutto (sì, sta tutto dentro a San Siro). A proposito: i fornitori gradiscono essere pagati. Neanche il rendere nuovamente abitabili la stragrande maggioranza degli alloggi delle Caserme mi sembra una faccenda tanto banale, dato che i continui tagli al Bilancio della Difesa si riflettono sempre sul mantenimento e sull’investimento e quindi se non stanno cadendo a pezzi versano in condizioni pietose: se finora non è stato un problema serio è solo perché il personale professionista e volontario non ha obbligo di accasermamento, ma il personale di leva ha diritto per legge a usufruire di vitto e alloggio presso la struttura ove presti servizio. In questo quadro, visto che ai sensi della attuale disciplina il personale di leva verrebbe assegnato a una sede di servizio distante non più di 100 km dalla propria residenza, e considerato che la proposta della Lega prevede il servizio su base regionale, bisognerà in alternativa o riattivare un buon numero di caserme da tempo dismesse o, contestualmente ad una modifica all’attuale ordinamento e a un emendamento alla proposta leghista, provvedere al potenziamento delle capacità alloggiative di quelle attive, se non costruirne alcune ex- novo dove non ci sono proprio, come in Basilicata o in Molise.

Ebbene sì, sempre di soldi finisco per parlare. Che barba che noia. Qualcuno, come già avvenuto in passato, mi accuserà di ricondurre tutto a banali dettagli che per essere superati richiedono solo un guizzo di maschia volontà e mi dirà che i soldi si trovano, immagino stampandoli: per carità, é solo che già Cicerone diceva che nervi bellorum sunt pecunia infinita, e tanto vale farsene una ragione. Non essendo io il propugnatore del ritorno alla leva, non mi sono dedicato a calcolare a quanto ammonterebbero i relativi costi iniziali di riattivazione e quelli successivi di esercizio, ma sono certo che quanti vorrebbero vedere ripristinato il servizio militare obbligatorio questi calcoli, indispensabili per verificare la sostenibilità della loro richiesta, li abbiano fatti. O non è così? E, a proposito, quanto li paghiamo, i nuovi coscritti: credo che gli 800 € mensili del Volontario in Ferma Prefissata di 1 Anno siano una paga equa, o si immagina di tornare alle 5000 Lire pari a 2,5€ al giorno della indimenticata “decade”?

Altro aspetto: come impiegare i soldati di leva?
La legge in vigore (ricordiamo che, anche se il servizio militare obbligatorio è sospeso, il D.P.R. 90/2010 continua a disciplinare durata e possibilità di impiego dei coscritti nelle ipotesi previste per la riattivazione della leva) prevede che essi possano essere utilizzati per attività operative, logistiche, addestrative, e riguardanti il benessere del personale militare e i servizi generali di caserma o per fornire soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali e il ripristino di infrastrutture pubbliche.
Anche se in otto mesi di cose se ne possono fare parecchie (in fondo, l’addestramento di base del Corpo dei Marines dura 11 settimane, e qualche risultato mi sembra che lo ottenga), la tentazione di non investire troppo in personale che dopo sei mesi se ne va, e quindi di impiegarlo principalmente in ruoli e incarichi logistici e di supporto sarebbe forte, con il risultato di relegare i nostri in ruoli che sono più importanti di quanto sembrino (cuciniere, magazziniere, Aiutante di Sanità, addetto ai comandi, la panoplia di incarichi del vecchio “minuto mantenimento”) ma sono anche oggettivamente poco appaganti oltre che poco militari al di là del fatto di essere svolti in uniforme. Ma dal testo della proposta di legge si desume che pensiamo di impiegarli in soccorso alle popolazioni colpite da disastri e calamità naturali e in operazioni di vigilanza sul territorio nazionale in concorso alle Forze dell’Ordine (Art. 3, comma 1., sottoc. c). Bene. No, male, perché in questo modo si verranno a creare Forze Armate di serie A (quelle che vanno in operazioni) e di serie B (quelle che restano sul territorio nazionale in attesa di spalare macerie e fango o di andare ad arrostirsi il cervello o gelare i piedi davanti a una stazione, una chiesa, un consolato). Poiché questi reparti, permanenti o di formazione, bisognerà pur inquadrarli, ben difficilmente in essi confluiranno gli Ufficiali e Sottufficiali di più alto profilo, a meno di non esservi assegnati d’autorità, e mi si lasci nutrire qualche riserva sull’entusiasmo con cui accoglieranno la notizia e la passione che metteranno in campo. Le conseguenze a dir poco deludenti di questo tipo di scelta sono già note dai tempi del transito dal sistema di leva a quello professionale, quando vi erano reparti alimentati con Volontari in Ferma Annuale (i VFA) destinati a impieghi “presidiarii” e reparti alimentati con Volontari in Ferma Prolungata (i VFP) di previsto impiego fuori dal territorio nazionale e, a meno di voler diabolicamente perseverare nell’errore, tale opzione dovrebbe essere scartata. Un’altra cosa: il servizio di Ordine Pubblico, quello dei soldati che si vedono in giro davanti a chiese, consolati, stazioni e altri obiettivi sensibili, è di estrema delicatezza: vi immaginate cosa succederebbe se ci si mettesse a sparare a schiovere con un fucile d’assalto in un luogo affollato come una stazione ferroviaria? … Insomma, non è senz’altro cosa da affidarsi al personale meno esperto.

Ma lasciamo perdere i tecnicismi, inutili dettagli che secondo la vulgata corrente della sciatteria e del non importa fanno solo perdere tempo, e passiamo a un altro punto: visto lo scopo (ri)educativo a cui vorrebbe tendere il periodo di servizio, nessuno si sognerà di andare a protestare se in addestramento il coscritto ha sudato, o se si sarà sbucciato un ginocchio, o avrà dovuto marciare sotto la pioggia, o sarà stato ripreso dal suo Tenente. Prima che qualcuno si chieda che discorsi sono, mi permetto di ricordare le feroci campagne condotte negli Anni ‘70 ed ‘80 contro questo stesso servizio che ora si vorrebbe reintrodurre e che, a parte la sacrosanta esecrazione contro gli atti di prevaricazione, avevano come cavalli di battaglia:

  • il ritenere il servizio un’imposizione contro la libertà personale, al punto che alcuni trovavano discutibile già il fatto che durante gli accertamenti di leva i coscritti fossero tenuti a consentire il rilevamento delle impronte digitali (all’epoca la vaccinazione trivalente – Tifo A e b e Tetano in unica soluzione –  non era un problema);
  • la considerazione che un ambiente di rigorosa gerarchica disciplina non sarebbe adatto a tutti gli individui, tanto meno può essere imposto;
  • il fatto che data l’obbligatorietà del servizio spesso potevano essere arruolati soggetti provenienti da aree con disagio sociale e/o con precedenti giudiziari;
  • la considerazione che durante il servizio i soldati di leva, costretti ad una vita rigida e priva di svago contro la loro volontà, erano soliti prendere vizi deprecabili come fumo, alcol, gioco d’azzardo e la frequentazione di prostitute;

e via discorrendo. Un clima nel quale maturò il suicidio del Ten. Col. Nesta, comandante del 22º battaglione carri, crocifisso dall’opinione pubblica perché in seguito ad una marcia sul Tagliamento tre suoi carristi accusarono dei lievi malori a causa del caldo. Sottoposto a un vero linciaggio morale nonostante fosse da subito emerso che nell’evento non vi era nulla di drammatico, sentitosi abbandonato dai suoi superiori, si tolse la vita con la pistola di ordinanza il 29 settembre 1986.
Mi si dirà, a questo punto, che i tempi sono cambiati e si è compreso quale gran scuola di vita possa essere l’Esercito. Tradotto: le Forze Armate sarebbero una sorta di Demiurgo capace di riuscire in sei mesi dove famiglia e scuola non sono riusciti in venti o più anni, come se l’educazione al rispetto, alla cultura, alla coscienza di essere popolo, al dovere, possa essere subappaltata a una Onlus un po’ particolare. E allora, lasciatelo dire a uno che ha portato l’uniforme per 38 anni e 23 giorni e non li ha passati a riordinare calzini: il servizio militare è stato e potrebbe ancora essere un rito di passaggio da una vita protettiva a una vita in cui non c’è mamma a farti il letto e a riordinarti la camera, ma per far questo basta che mamma dica “giovanotto, la tua camera te la metti in ordine tu”.  Un periodo di vita in una comunità organizzata gerarchicamente, a contatto con persone provenienti da altri percorsi di vita, quale era il servizio militare obbligatorio, può aiutare a tirare fuori da una persona il suo vero carattere: il lecchino, il ribelle, l’equilibrato, il forte e il fragile… ma ben difficilmente l’untuoso diventerà franco e diretto, il fragile un uomo tutto d’un pezzo dalla mascella quadrata e via discorrendo. E non è compito di una Forza Armata rimediare, tanto meno in 32 settimane, alle carenze dei venti anni precedenti (grazie per la fiducia, comunque).
Per concludere: come tante altre cose, il ritorno al servizio militare obbligatorio non è tecnicamente impossibile, una volta che siano soddisfatte le condizioni di cui sopra. Suggerire soluzioni e realizzare tali condizioni non spetta a me, ma a chi avanza la proposta, e a tal fine l’ineffabile Art. 4, che recita “Agli oneri derivanti dall’attuazione della presente legge si provvede mediante l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, del Fondo nazionale per il servizio militare e civile obbligatorio in tempo di pace, la cui dotazione è determinata annualmente dalla legge di bilancio” é solo una presa in giro, e anche di quelle grosse.  Parlando con una qualche cognizione di causa, ribadisco che si tratta di condizioni tutte in un modo o nell’altro assai onerose e assai difficili da soddisfare nell’Italia di oggi. E quindi chi invoca il ritorno alla leva, e ancor più chi dice di essere impegnato a battersi a tale scopo, o é un dilettante che non ha compiutamente approfondito le implicazioni pratiche del problema, o è in mala fede. Tertium non datur.
Nota personale: ho un bellissimo ricordo degli anni passati al comando di soldati di leva, inquadrati, loro ed il sottoscritto, in unità alpine che erano luoghi di severa ma semplice disciplina e duro ma serio addestramento. La grande maggioranza dei coscritti di allora condivide il ricordo di reparti efficienti e assolutamente in grado di assolvere i compiti assegnati, in pace e in guerra, in terreni ostili come l’alta montagna di inverno, e di averne tratta una valida lezione di vita. Ma tutto questo avveniva in tempi diversi, con una diversa situazione internazionale, diversi compiti, diversa disponibilità di aree addestrative, come erano diverse la maturità e l’esperienza di vita dei ventenni degli Anni ‘80, che in molti casi vestivano la divisa avendo già alle spalle almeno un paio di anni di lavoro. Non è stato tutto rose e fiori, ma non è stato neanche male, anzi. Ma sono tempi e cose che non tornano più.

 

7 commenti

  • Massimo MEINERO

    Condivido in toto le parole di Maurizio Sulig. Bravo, as usual

  • Grazie dottor Sulig. Io sono un 50enne ex imboscato…mancato. Mi sono finto come tanti allora obiettore di coscienza per evitare la leva e per 2 motivi: continuare a studiare e evitare di perdere un anno bighellonando e facendo cose sensa senso (mi scuso ma la percezione e la diceria era quella. Di fronte alla prospettiva di una preparazione teorica, pratica, atletica…e gratuita ne sarei stato fortemente titillato). Mi chiamarono i carabinieri e mi fecero domande dirette cui non riuscii a mentire spudoratamente così fui mandato, io forlivese, a Albinea nel Reggiano in un complesso parrocchiale in cui feci di tutto: lavaggio piatti, servizi a handicappati e bambini, pulizie, organizzazioni varie, nonché vita comune con gli imboscati locali (ad un certo punto divenni il più vecchio in servizio e il primo ad alzarmi dal dormitorio per metter su il caffè per i giovani e questo perché ne sentivo la responsabilità, una sorta di opposto del nonnismo). Non rimpiango un secondo di quell’anno passato a lavorare con persone tanto diverse da me, io che non sono credente. Tutta questa fuffa, mi scuserà dottore, solo per chiederle: il ritorno al passato non risulterebbe deleterio anche alla luce della richiesta di aumentare la spesa militare al 2% del PIL e della necessità(?) di integrare il più possibile le forze UE?
    Grazie e saluti

    • Vede, il punto è che si può fare tutto ed il contrario di tutto, purché vengano soddisfatte le condizioni pratiche a ciò necessarie e si abbia idea di cosa si voglia conseguire con l’iniziativa che si vuol conseguire. Nessuno di questi due requisiti mi pare essere soddisfatto dai propugnatori a parole del ritorno alla leva. Si tratta, la loro si, solo di fuffa. Circa le sue domande “tecniche”, risposte esaustive richiederebbero ben altro spazio: basti qui dire che in assenza di progettualità (leggasi in assenza di un’idea politica e sociale di che cosa si voglia fare delle FA) a furia di tagli senza riorganizzazioni che sono andati a incidere solo sui fondi per addestramento, mantenimento e approvvigionamento ormai il 70% del bilancio è assorbito dalle spese per il personale, e spesso anche il ricambio delle uniformi da combattimento risulta difficoltoso: in questa situazione, dialogare di qualsiasi cosa che non sia “ma quanto potranno andare avanti prima di collassare” è puro esercizio retorico. Grazie a Lei.

  • direi l’articolo definitivo sull’argomento.
    ottimo.
    e lo dico da favorevole alla reintroduzione di un periodo di servizio obbligatorio (e che ha svolto la propria leva).

    per quanto mi riguarda ne ho un’idea più complessa, con un anno di servizio al termine delle scuole superiori o comunque al 18° anno di età, per entrambi i sessi, in ambito civile.
    auspicherei poi un rientro in servizio di circa 6 mesi prima dei 30 anni ed altri 6 mesi prima dei 40, sulla falsa riga degli addestramenti ricorrenti che si tenevano per le milizie svizzere (o anche 6 mesi a 16 anni, 1 anno a 18 e altri 6 mesi prima dei 40…)
    poi, come avviene per esempio in nord europa, gli individui più meritevoli hanno la possibilità di ricevere dalle forze armate l’offerta di svolgere il sevizio nei corpi militari, ed eventualmente poi di proseguire al termine. in questo modo il servizio nelle forze armate diventa un punto qualificante anche in ottica lavorativa e non “ho passato un anno dentro una garitta” a rompermi le palle.

    la critica più solida che vedo qui è che è vero che un periodo limitato, che siano 8 mesi o un anno, non può “rimediare” ad un deficit educativo che ha raggiunto livelli strazianti, e francamente non mi pare nemmeno che sia il ruolo delle ff.aa. o delle istituzioni civili presso cui si svolgesse il servizio.
    ma, per quanto mi riguarda, più che un'”educazione”, credo che sarebbe importante per formare un senso di utilità pubblica, di lavoro condiviso, di società a cui bisogna contribuire individualmente.
    per questo credo sarebbe importante che il servizio si svolgesse prevalentemente in ambito civile: barellieri in ospedale, trasporto sangue, ristrutturazione di edifici pubblici, manutenzione strade e verde pubblico, accompagnamento dei bambini a scuola, riparazione dei mezzi pubblici, sicurezza lungo le coste, ecc.
    tutto nella speranza che, dopo un anno (e due rientri, come dicevo…) passato a riparar panchine e pulire parchi non ci sia ancora qualcuno che pensi che “tanto non è di nessuno…”.

    • Credo anche io che, se ad un “supplemento formativo” si volesse davvero pensare, tale finalità sarebbe meglio perseguita nei modi che ha indicato Lei (in fondo, é quello che chiamavo “il contributo della corvee al raggiungimento dell’Illuminazione”…). Un aneddoto: ricordo con una punta di invidia il gruppo di studenti liceali di Graz che risistemava un cimitero di guerra Austro-Ungarico in Val Canale, vicino a Tarvisio e, senza essere sottoposti a metodi disciplinari da Sergente Himmelstoss, davano il giusto decoro alla sepoltura di gente morta prima del tempo in terre lontane per un Impero ora anch’esso morto e, magari, si chiedevano perché un boemo fosse finito in Italia. Si, penso anche io che, invece di blaterare di fantasiosi ritorni alla coscrizione obbligatoria, sarebbe bene che si lavorasse per creare gli strumenti necessari per un periodo SERIO di servizio a quella società che abbiamo dimenticato quanto sia costato costruire ed i cui benefici diamo per scontati. Ma é cosa che non parla alla pancia e non porta voti.

  • Giampaolo Mezzabotta

    Complimenti e grazie per la lucida e accurata analisi della questione. Vorrei far notare che a rendere le cose più complicate oggi di prima contribuirebbe pure il fatto che oggi la coscrizione obbligatoria dovrebbe certamente applicarsi pure alle ragazze. Una ricchezza a cui sarebbe colpevole rinunciare ma che verrebbe con dei costi aggiuntivi, immagino.

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