Libero arbitrio

Come alcune centinaia di generazioni di pensatori prima di me, trovo affascinante il tema del libero arbitrio. Noi decidiamo della nostra vita? O siamo eterodiretti, meccanismi soggetti a volontà o forze esterne? La natura del quesito ha numerose implicazioni, ma la ragione di questo interrogarsi si può ridurre a una: quella della responsabilità. Vale a dire:

  • esiste il libero arbitrio = io sono responsabile di quello che faccio;
  • non esiste = la mia responsabilità non esiste, o esiste marginalmente.

Attenzione: questo dubbio può nascere solo se non possedete una forte identità religiosa pro-libero arbitrio (se, per esempio, non siete cattolici); in questo caso, credendo in una Verità rivelata che asserisce che siete responsabili di ciò che fate, e che sarete chiamati a renderne conto, il problema non vi si pone neppure.

Come alcuni di voi probabilmente già sanno, la scienza moderna (fisica, biologia, neuroscienze etc.) sempre più mostra (ma non sempre dimostra) che il mondo può funzionare anche senza Dio (il che non significa che non esista Dio, ma che possiamo concepire la realtà anche in sua assenza).

Ecco allora che, sotto un profilo profano, scientifico, disincantato, si può argomentare che no, spiacenti, il libero arbitrio contrasta con le leggi fondamentali della fisica e noi umani non siamo un’eccezione; un ragionamento di questo genere, ben argomentato, lo trovate per esempio QUI. Se leggete quel testo ne sarete forse colpiti per la chiarezza espositiva senza scampo: se è vero – com’è vero – che le leggi della fisica sono quelle (con quelle implicazioni), allora non c’è scampo. Poi (e qui il sociologo alza la mano per un’obiezione) ci viene da pensare che se siamo privi di libero arbitrio per implicazioni inerenti leggi della fisica, beh… dovremmo essere più o meno tutti uguali, no? Se quelle leggi della fisica (e/o della biologia, che restano comunque in quell’alveo) implicano una riduzione del nostro agire sociale in senso deterministico o semideterministico, allora i nostri comportamenti sociali dovrebbero essere all’incirca uguali ovunque; e – laddove varino (a causa di un principio di indeterminatezza che l’articolo citato rammenta), tale variazione dovrebbe essere casuale. Invece notiamo facilmente che siamo diversi. Gli “slavi” sono così, i “latini” sono cosà; i nordici si comportano in certi modi tipici, diversi da quelli dei meridionali… solo per semplificare.

Questa banale osservazione socio-antropologica introduce pesantemente il tema dell’ambiente che modifica, ma non cancella, il problema; secondo questa prospettiva l’uomo resta privo di libero arbitrio, ma a causa dei condizionamenti sociali e ambientali. Notate che in seno a questo dibattito l’ambiente non è solo un fattore totalmente esterno, in quanto finisce coll’influire sul codice genetico e sulla struttura neurologica, come ben descritto QUI.

Manca il punto di vista dei filosofi che più di altri, ovviamente, hanno dibattuto la questione e che, nei tempi recenti e in presenza delle ipotesi della fisica e delle neuroscienze, hanno cercato strade differenti, “terze vie”, che potessero argomentare comunque una forma di libertà interiore. Primeggia qui la teoria della lacuna di Searle:

Lacuna’ è il nome generale che ho introdotto per descrivere il fenomeno per il quale noi, normalmente, non abbiamo esperienza dei diversi stadi delle nostre deliberazioni e delle nostre azioni volontarie come se avessero condizioni casualmente sufficienti per passare allo stadio successivo. Con gli strumenti della razionalità classica non si riescono a collegare tra loro attraverso nessi causali gli stadi (ovvero gli stati interni) che conducono alla azione-deliberazione. Ciò dimostra, di conseguenza, che la razionalità classica non è adeguata per spiegare la nostra razionalità e, quindi, che essa è fallace (J.R. Searle, La razionalità dell’attore, cit. in Persio Tincani, recensione).

E ancora:

nello spiegare le azioni fornendo delle ragioni, normalmente non facciamo appello a condizioni causalmente sufficienti. Ma se le cose stanno in questo modo, come può allora la spiegazione spiegare davvero qualcosa?” (p. 57). Searle sostiene che ciò sia un’ulteriore prova in favore dell’esistenza della lacuna (gap) della quale si è parlato, dopodiché afferma che “per spiegare i fenomeni della lacuna dobbiamo presupporre una nozione del che sia irriducibile, dunque non humeana, e dobbiamo presupporre l’esistenza di certe speciali relazioni tra il sé e il tempo, per quanto riguarda la ragione pratica.

Perché è importante questo concetto? Perché, come scrive Michele Zanella,

Da una parte essa mette in rilievo il fatto che quella della libertà è un’esperienza alla quale non possiamo sottrarci ogni volta che prendiamo una decisione o effettuiamo una scelta, da quelle più semplici come ordinare un piatto al ristorante, a quelle più difficili e impegnative, che segnano ad esempio svolte importanti nelle nostre vite. Non c’è dubbio infatti che proprio il semplice fatto di valutare, ponderare e deliberare su corsi d’azione possibili (tutte cose che si fanno, in genere, quando si prende una decisione) si poggia sulla convinzione che tali corsi d’azione ci sono realmente accessibili e che dipende da noi, nel senso che è un nostro potere effettivo (ossia un potere di tipo causale) determinare quale azione andremo di fatto ad intraprendere, ossia, ancora, che è l’esercizio di tale potere, che è poi l’esercizio del libero arbitrio, che colma la lacuna tra il processo di deliberazione e la decisione effettiva che si prende (Michele Zanella, Il dibattito sul libero arbitrio nell’ambito della filosofia analitica contemporanea).

Naturalmente ci sono molteplici altri punti di vista ma ci fermiamo qui perché il concetto di ‘lacuna’ è importante anche sotto il profilo sociologico e, infine, per una deliberazione sull’esistenza o no del libero arbitrio.

Uno dei problemi da risolvere è concettuale, e inerisce il concetto di ‘persona’. Scrive Strawson:

Ciò che dobbiamo riconoscere, per poter liberarci da queste difficoltà, è la primitività del concetto di persona. Ciò che intendo con il concetto di persona è il concetto di un tipo di entità tale che sia i predicati che attribuiscono stati di coscienza sia i predicati che attribuiscono caratteristiche corporee […] sono applicabili allo stesso modo ad un singolo individuo di un singolo tipo. E ciò che intendo dicendo che questo concetto è primitivo può essere espresso in differenti modi (Strawson, cit. in Zanella).

Una conseguenza, per Strawson e per quelli che vengono deginiti ‘compatibilisti’ è la separazione fra volere (in qualche modo determinata) e agire (secondo la propria volontà). Il compatibilismo, quindi, salva il concetto di responsabilità individuale, pur riconoscendo che l’individuo è irretito da condizionamenti sociali, ambientali, comunque terzi.

Da sociologo nutro qualche dubbio. Naturalmente posso pensare facilmente di agire secondo mia volontà nello scegliere che pasta buttare nell’acqua che bolle, ma non quando il mio agire sociale si innesta in una complessa rete di reciproci condizionamenti sociali, a loro volta sovrastati da condizionamenti ambientali e di altri sotto-sistemi: pensiamo al lavoro, per esempio, dove resto (apparentemente?) autonomo nelle micro-decisioni, che avvengono e si realizzano in un flusso che mi trasporta e determina.

Il ‘volere’ segue poi sia elementi ambientali (voglio o non voglio determinate cose a seconda di ciò che mi circonda, minacciandomi, allettandomi…) che psicologico-relazionali (tutta la teoria dei bisogni come costrutti sociali…). In generale non voglio ciò che voglio, ma ciò che posso, alla luce di condizionamenti, cultura, relazioni. E faccio conseguentemente ciò che faccio sulla base sempre di possibilità in minima parte nel mio dominio. Pensiamo alla nostra vita, alla quantità impressionante di “casi”, “accidenti”, “coincidenze” che ci hanno portato ad essere chi siamo.

Dalla concezione hard della mancanza di libero arbitrio con la quale abbiamo aperto, fino a concezioni più deboli, parziali, possibiliste, appare chiaro come in ogni caso la nostra vita abbia condizionamenti estremamente forti. Quando pensiamo di scegliere (qualunque cosa) lo facciamo alla luce di una miriade di elementi condizionanti, anche restando nell’ambito di teorie soft e compatibiliste. Ma veramente abbiamo scelto liberamente il compagno/la compagna della nostra vita o, molto o poco, ci è capitat*? Ma veramente scegliamo per chi votare con assoluta libertà di coscienza? Ma veramente siamo liberi nel nostro pensiero, così estremamente legato alla cultura natìa, all’educazione ricevuta, ai gruppi di pari frequentati, a miriadi di pressioni eterodirette…

Anche senza scomodare la fisica e le neuroscienze la risposta è “No, in genere no”.

A questo punto, temo, abbiamo solo due soluzioni, e non sapremo mai quale delle due sia corretta:

  1. siamo completamente privi di libero arbitrio; vuoi perché le leggi della fisica, vuoi perché la biologia, vuoi quel che ti pare… Fine. A questo punto potete scegliere se suicidarvi per la depressione o decidere di vivere come se così non fosse, giusto per sopportare questa condizione umana. Scegliete come vi pare tanto, non avendo libero arbitrio, la scelta non sarebbe veramente vostra;
  2. c’è un margine, sia pure piccolo, di libertà di pensiero e azione, molto piccolo per i condizionamenti quanto meno sociali, culturali, psicologici, genetici… Accontentiamoci (non possiamo fare diversamente) e ampliamoli, perchè a differenza delle immodificabili leggi della fisica, biologia e chimica, noi possiamo operare sul nostro ambiente, su noi stessi e sugli altri.

Aggiunta: Filippo Ottonieri, sulla prima bozza di questo testo, mi ha scritto:

In sintesi, un discorso come quello della scienziata citata inizialmente (e come tanti altri) implica un modello della nostra mente certamente errato, ossia che in noi esista una specie di “homunculus”, che è il nostro “vero sé”, che è l’unica sede della “volontà” è che combatte contro condizionamenti interni ed esterni. 

Ora, questa cosa non è ovviamente vera. Quindi, dove anche la gentile signora fisica teorica sbaglia è nel dire “dato che a livello della fisica fondamentale la libertà non esiste, il libero arbitrio non esiste”. Il punto è che non esiste neanche la volontà, e non esiste nessuna delle nozioni psicologiche che noi chiamiamo con i nomi delle funzioni cognitive, delle emozioni, eccetera. Tutta questa terminologia è un modo per noi conveniente di descrivere cosa succede dentro la testa delle persone, niente di più o di meno. L’homunculus fittizio non è “noi” più di quanto lo siano i “condizionamenti culturali esterni” che assorbiamo, i nostri “vizi”, i diktat religiosi, eccetera. Tutte queste cose non esistono come esistono gli elettroni, e certamente non hanno un’esistenza distinta e distinguibile nel nostro cervello. “Noi” siamo tutto questo in modo radicalmente non separabile, e solo persone con un rapporto con la realtà patologico come i filosofi possono insistere a discuterne in questi termini.

Insomma, o il libero arbitrio è un’espressione verbale senza senso (se siamo radicalmente riduzionisti) o esiste per definizione di se stesso, perché è un concetto “utile”, non “vero”. È l’utilità l’unica proprietà che si addice davvero a questo tipo di enti mentali.