La sinistra è antipatica

Una curiosa costante di questo paese è che molti hanno votato per anni non tanto a favore di qualcuno ma contro la sinistra, sempre con un ottimo motivo, che ha subito, nel tempo, variazioni.

All’inizio è stato per evitare l’invasione comunista, poi per avere qualcuno che fosse “nuovo alla politica”, ora perché il centrosinistra ci avrebbe portato alla rovina nella quale siamo adesso.

Tuttavia, dati alla mano, questa sembrerebbe essere la storia:

1947-1976, ventinove anni di DC (senza mai la sinistra al governo, all’epoca rappresentata dal PCI)

1981 – 1992, undici anni di pentapartito (mai con il PCI)

1994-2011, dieci anni circa di centrodestra (non consecutivi: 1994, 2001-2006, 2008-2011)

1996-2018, dodici anni di centro sinistra (idem: 1996-2001, 2006-2008, 2013-2018)

Due governi tecnici: 1995 Lamberto Dini, 2012, Mario Monti,

Dal 1947 al 2018, ossia in 71 anni la sinistra o, meglio ancora, il centrosinistra, ha governato per 12 anni, la durata cumulativa dei periodi di crisi e di transizione è stata di circa 6 anni, e il centro o il centrodestra hanno governato per i restanti 54, perciò è singolare che oggi si attribuisca principalmente al centro sinistra la condizione attuale del nostro paese.

Non sono complottista e non credo ci sia dietro chissà quale oscuro disegno, ma piuttosto che si debba prendere atto che il nostro non è un paese che ha ideali progressisti o di sinistra. Ho visto molti miei buoni conoscenti, se non amici, sedicenti di sinistra, avvicinarsi a ideali di destra o centrodestra con l’avvento del Movimento 5 Stelle e finanche verso la Lega con estrema disinvoltura. Perché? Perché l’essere di sinistra in Italia, per molte persone, significa affidare al governo o, comunque, ad altri (le aziende, ad esempio), la cura del proprio benessere in un’ottica non di partecipazione ma di delega totale, un atteggiamento che in Psicologia si chiama “locus of control” esterno: la mia condizione non dipende da me, ma dalle circostanze, dal tempo, dal campionato di calcio, dalle particelle di sodio nell’acqua, ecc. ma, soprattutto, da altri cattivi o disonesti, una visione che può essere della destra sociale oltre che di sinistra. Se poi la condiamo con la paura dei migranti, una morale cattolica e l’enfasi sulla sicurezza, diventa destra piena.

Secondo i dati che ho reperito in rete, a settembre del 2017 gli attivisti 5 stelle “certificati”, cioè abilitati a votare sulla piattaforma, erano 120.000 sui 500.000 iscritti.

La maggioranza dell’elettorato, anche di un Movimento sedicente partecipativo, quindi, è un elettorato non coinvolto, che lascia ad altri l’iniziativa, che vuole che “paghi Pantalone”, non solo sotto forma di reddito di cittadinanza, ma sotto forma di assistenza, di leggi benevolenti, dell’assecondare il sentire comune invece di guidare il ragionamento, dell’accontentare, contrapposto all’educare, con un atteggiamento che resiste a qualunque sforzo maieutico, a qualunque dato scientifico.L’italiano medio segue la politica come segue il calcio, fa il tifo, si innamora di una maglia, ed è pronto ad applaudire anche gli acquisti di giocatori che fino al giorno prima aveva detestato purché portino a vincere il campionato. L’arbitro è venduto se fischia il fallo alla sua squadra, è irreprensibile se invece le concede un rigore (è quello che è avvenuto con Mattarella, ad esempio, durante le vicissitudini della formazione del nuovo governo).

La sinistra in Italia, per certi versi, è la Juventus della politica (anche se ha molti meno sostenitori, probabilmente), di qualsiasi altra squadra si sia si è anti-juventini. La Juventus è antipatica perché vince e per questo la si accusa di ogni nefandezza, reale o presunta, la sinistra è antipatica anche se perde, perché vissuta come altezzosa, distante dalla realtà, incapace di parlare il linguaggio della gente comune o anche solo di comprenderlo.

Un altro elemento costante del nostro panorama politico è che si cerca con ossessività la figura paterna, l’uomo forte, Craxi, Berlusconi, Renzi, Grillo, Di Maio, Salvini. Si accetta perfino la dinastia Casaleggio.

C’è poi la ricerca del nemico. Non si riesce a coagulare il consenso attorno alle soluzioni, ma si riesce a farlo sui problemi: la casta, il PD, il Parlamento, gli immigrati, i Rom, si utilizzano e si enfatizzano difficoltà esistenti e che si sa sentite dall’elettorato, per comprarne il consenso e si tralascia la ricerca di una visione strategica, unificante, fondante, che possa guidare il futuro del paese, e identificarne le reali priorità, perché si sa che sarebbe complesso e, probabilmente, non ci si sente all’altezza, ma soprattutto perché non sarebbe popolare. La campagna elettorale è permanente e il senso dell’efficacia delle azioni dei politici non è dato dal benessere del paese ma dai sondaggi elettorali.

Il governo dell’Italia si sta trasformano in un enorme Talent Show in cui il più bravo si decide votando da casa e vince non chi canta o danza meglio ma chi riesce a convincere più amici a votare mandando il link su Whatsapp.

C’è un persistente equivoco di fondo, che noi saremmo stati rovinati dai politici di professione e che per questo è giunta, finalmente, a salvarci “l’ora del dilettante”.

La verità è che noi, soprattutto nella storia più recente, non abbiamo quasi mai votato politici di professione e, se lo abbiamo fatto, è stato quasi per caso. Abbiamo votato gli amici degli amici, i cugini, gli amici dei cugini, o chi loro ci dicevano di votare, in cambio della promessa del posto, della “sistemazione”, come si usava dire una volta.

Ad averceli i politici di professione o ad averceli avuti in Italia, non saremmo ridotti come lo siamo stati da 60 anni di “voto Caio perché mi assicurerà il posto”. Ci interessa quello che ci riguarda e ci tocca da vicino. La res publica è concetto astratto, ciò che è di tutti non è di nessuno, per questo la cosa comune è umiliata, schiacciata, non considerata.

E questo, è sempre uguale da più di 60 anni.

Ma sta accadendo qualcosa. A Roma, in particolare, la città versa in stato di incuria in molte zone. Alcuni cittadini hanno deciso che non ne possono più di vivere nell’abbandono e nell’immondizia e si stanno organizzando. Nel 2010 è nato Retake Roma, un gruppo di cittadini che si sono mobilitati contro il degrado, che ora esiste in 35 città italiane e, ultimamente, sempre nella Capitale, stanno nascendo iniziative di quartiere un po’ ovunque, con lo stesso scopo.

Forse una rondine non fa primavera, resteranno iniziative isolate, o forse no. Però vorrei sperare che la nostra adolescenza stia finendo e che, elaborata la fase di ribellione ai nostri genitori, stiamo iniziando a decidere di guardare al nostro paese, al nostro futuro, e alla nostra vita come se ci appartenesse.

Risorse utili:

Questo post è stato scritto per Hic Rhodus da Aliceinwonderland.

Nonostante il tempo passi, studi, pubblichi libri e racconti e abbia una professione che il mondo giudicherebbe seria, non ha ancora deciso che cosa vuole fare da grande. Le restano tante domande che pone innanzitutto a se stessa e le illuminano la strada, più di quanto, forse, farebbe qualunque risposta.

2 commenti

  • Mi spiace instillare dubbi sull’ultimo lumicino di speranza espresso nella chiosa finale, ma i vari movimenti anti degrado hanno storicamente una posizione molto ambigua.

    Se da un lato nascono da un giusto sentimento di coscienza civile, dall’altro sembrano prestarsi facilmente a strumentalizzazioni da parte di partiti e movimenti reazionari/fascisti, che usano la carta del “degrado” per attaccare avversari politici e soprattutto per demonizzare quegli sfortunati che si trovano

  • (scusate, ho inavvertitamente inviato il commento prima di finirlo).
    Dicevo:
    Questi movimenti usano spesso la carta ‘degrado’ per accusare quelle categorie, ad esempio rom e vagabondi, di essere la causa di questo “degrado” e non vittime, in quell’ottica di appiattimento concettuale tipica dell’area politica incapace di un analisi organica dei fenomeni sociali.

    Mi piace la metafora sulla fase adolescenziale che la nostra società starebbe attraversando. Effettivamente, le moderne tecnologie hanno portato interi strati sociali a contatto diretto con la complessità del mondo per la prima volta nella storia. La presa di coscienza di questa complessità porta con sé quella sensazione di smarrimento, paura e conseguente ribellione tipica della fase adolescenziale. Spero che riusciremo a superarla, ed entrare finalmente in una metaforica età adulta della società umana.

    Certo, lasciare la gestione dei problemi climatici in mano ad un adolescente bizzoso è sicuramente un po’ inquietante, ma tant’è…

    Cordialità,

    Novat

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