Parla Draghi: non sarò io a salvarvi

– I “poteri forti” sono quelli con cui non sei riuscito a metterti d’accordo. – F. Ottonieri, 2017. 

Alla fine, com’era inevitabile, anche Mario Draghi ha dovuto rompere il suo consolidato riserbo. Non che non sappia come farsi sentire: il suo “whatever it takes” è rimasto memorabile e ha forse cambiato le sorti dell’Eurozona, come potremmo convincerci questo grafico preso dal Financial Times di qualche tempo fa:

whatever it takes

Però capita appunto di rado che Draghi abbandoni i toni morbidi e quasi didattici con cui illustra le scelte della BCE per esprimere affermazioni meno tecniche; che stavolta l’abbia fatto, rivolgendosi direttamente a uno e uno solo dei paesi dell’Eurozona, e che questo paese sia in particolare l’Italia, è cosa non trascurabile, e faremmo molto male a ignorarla solo perché non espressa nei toni plateali cui ormai siamo assuefatti. Ma cosa ha effettivamente detto Draghi?

Ha sottolineato alcune cose importanti, senza in realtà annunciare nulla di nuovo. Ed è proprio il fatto che non abbia annunciato nulla di nuovo a rendere forse più significativo l’effetto di riaffermare quello che dovrebbe essere ovvio e noto a tutti, inclusi i nostri attuali governanti. Proviamo a riepilogarle:

1) L’Italia, per la fragilità dei suoi conti pubblici, è un’osservata speciale da parte dei mercati. I “mercati”, certamente, includono soggetti che fanno speculazioni e cercano “bersagli”, ma il problema principale dell’Italia non è tenere alla larga gli speculatori ma attrarre gli investitori “sani”, convincendoli che comprare titoli del nostro debito pubblico è una buona idea.

2) Proprio perché siamo osservati con attenzione, le parole “sbagliate” sono sufficienti a provocare danni, e le parole dei nostri governanti ne hanno già provocati. Non perché abbiano suscitato le rappresaglie dei “poteri forti”, ma semplicemente perché hanno convinto gli investitori di cui sopra che comprare titoli di Stato italiani non è una buona idea. Nella migliore delle ipotesi, quegli investitori sono rimasti alla finestra per vedere quali fatti seguiranno a quelle parole.

3) Ecco perché Draghi, dopo questo giudizio insolitamente duro, e ricordando che accanto alle parole “che hanno provocato danni” ci sono state dichiarazioni che hanno invece rassicurato sulla fedeltà dell’Italia agli impegni presi, ha aggiunto che ora si ragionerà sulla base dei fatti, a partire dal testo della Legge di Stabilità.

4) Infine, e soprattutto, Draghi ha ribadito che “Il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi nel medio termine e il Quantitative Easing è uno degli strumenti per raggiungere questo obiettivo. Il nostro mandato non è garantire che il deficit dei governi sia finanziato a qualsiasi costo. Non può, perché sarebbe fuori degli scopi istituzionali della BCE; e non deve, perché questa è esattamente l’accusa che da tempo tedeschi e olandesi (soprattutto) fanno a Draghi, ossia che il QE sia un “regalo” ai paesi ad alto debito, soprattutto all’Italia, che grazie ad esso gode di uno spread artificialmente basso, a spese dei paesi a basso debito. Sinora, Draghi ha potuto sostenere a ragion veduta che il QE serviva a favorire una maggiore liquidità e quindi una stabilizzazione dell’inflazione sui livelli desiderati, e certo non potrà smentire se stesso in vista della fine del suo mandato.

Insomma, l’irritazione di Draghi è evidente, in particolare nei confronti di quei personaggi della nostra maggioranza di governo che hanno appunto ventilato l’ipotesi di un “paracadute” offerto dalla BCE nel caso in cui una politica economica scriteriata portasse alle stelle il nostro spread. Le sue parole equivalgono a un chiarissimo scordatevelo, e dobbiamo sperare che non segnino nuovamente una svolta nella storia dell’Eurozona. Anche perché tra le righe Draghi ha aggiunto una considerazione solo apparentemente incidentale: se è vero che le parole dei nostri ministri hanno provocato danni e innalzato lo spread, è anche vero che questi danni non hanno toccato nessun altro Stato, e che solo i titoli italiani ne hanno risentito: “È rimasto un episodio italiano, e non ha contagiato altri Paesi della zona Euro”.

“Se fate stupidaggini, andate a fondo da soli”, ci ha insomma avvertiti Supermario. Considerate le orecchie a cui il messaggio era destinato, è però improbabile che venga preso seriamente. Eppure, restare nel seminato non sarebbe impossibile: basterebbe trovare 4-5 miliardi di Euro per “rimpolpare” il Reddito di Inclusione che esiste già, cambiargli nome e annunciare trionfalmente l’istituzione del Reddito di Cittadinanza. Con una cifra anche inferiore si potrebbero rimodulare leggermente le aliquote fiscali per gli autonomi e annunciare trionfalmente l’istituzione della Flat Tax (magari con tre aliquote, come dire un bipede con quattro zampe). Cifre del genere, in un bilancio come quello italiano, non sono impossibili da trovare; ma bisogna fare un lavoro delicato e serio, scontentando certamente qualcuno. La tentazione di non scontentare nessuno e scrivere un DEF che scarichi sul debito pubblico il costo della demagogia dei nostri governanti rischia di essere irresistibile e di costarci molto cara.

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