Basta, di Pertini non ne posso più!

in sette anni di Presidenza, di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava o non si accorse, o preferì non accorgersi. Comunque, un segno del suo passaggio al Quirinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Ce lo ricordiamo come un brav’uomo pittoresco e un po’ folcloristico, che seppe far credere alla gente di essere un “diverso” dagli uomini politici, mentre invece era sempre stato uno di loro e non aveva mai vissuto d’altro che di politica. Non c’e’ da vergognarsi di avere avuto un Presidente come Pertini. Ma non vedo cosa ci sia da ricordarne… (Indro Montanelli, Il Corriere della Sera, 1997)

Fra i “santini” italiani, stereotipie di presunti modelli della più nobile italianità, figura Sandro Pertini, Presidente della Repubblica italiana dal 1978 al 1985, morto nel 1990.

Se non altro per ragioni anagrafiche, chi ha meno di 40 anni difficilmente conosce Pertini se non per le frasi – spesso – false attribuitegli dai meme di Facebook, e anche chi ne ha una cinquantina potrebbe non avere vissuto pienamente la saga pertiniana della sua presidenza, in piena guerra civile contro i brigatisti rossi.

Di Pertini si celebra quindi la sua pipa, la tragedia di Vermicino e il fatto di essere stato “il più amato degli italiani”, come le cucine Scavolini. Ora Pertini è tornato alla ribalta della cronaca perché additato come modello da Luigi Di Maio, e subito si è aperto lo sfanculometro, strumento di omologazione di massa che aiuta a restare caldi caldi nella propria cuccia senza il disturbo di informarsi, di accendere un po’ di capacità critica, di subodorare, quantomeno, che nel pigia-pigia conformista potrebbe esserci più fuffa che sostanza. 

Di Maio su Vanity Fair

Ed ecco lo sfanculometro della Repubblica; ecco il sarcasmo su Twitter; ecco gli infiniti commenti su Facebook.

Eppure Di Maio ha ragione. Di Maio il populista non poteva non avere, nel suo Pantheon, il Presidente della Repubblica populista per eccellenza, Sandro Pertini: il vanitoso, vibrante, ambiguo “presidente del popolo”, che certo, arrivando dopo il chiacchieratissimo Giovanni Leone (costretto alle dimissioni dopo lo scandalo Lockheed), e dopo Saragat definito “Barbera” dagli avversari, aveva praterie di simpatie da conquistare facilmente, coi sorrisi, con la partecipazione alle vicende umane, con uno stile meno da apparato e più da amico della gente.

Benché ci siano critiche ferocissime e (apparentemente) assai documentate scritte da giornalisti di destra, ho cercato testi non schierati (o di autori di cui non ho trovato alcuno schieramento esplicito a destra) e che si accordassero coi miei personali ricordi. Niente quindi sulla sua storia partigiana, che secondo alcuni non fu così esaltante come pretende la santificazione postuma, ma solo sul suo settennato presidenziale. Inutile estrapolare brani, vi rimando ai testi originali e, se volete, leggete da voi (alcuni sono tosti, altri bonari ma fra le righe si comprendono le critiche…):

Di Pertini hanno avuto una pessima opinione diversi suoi contemporanei: Montanelli (vedere l’epigrafe a questo post), Sciascia, Nenni (e quasi tutti i socialisti) e molti altri politici della sua epoca.

Il segno clamoroso del successo umorale che Pertini continua a suscitare nel grande pubblico, specialmente in quello troppo giovane per averne notizia se non attraverso il “si dice”, sono i meme insopportabili e sovente falsi.

Il più noto – così populista che nemmeno Grillo – è il seguente: 

Non spenderò una riga per spiegare e documentarne la falsità. Così come lo so io lo potete facilmente sapere anche voi, se non vi fidate.

Perché è rilevante questa falsa frase? Perché mi permette di concludere questo piccolo ragionamento. Gente che per lo più non era nata all’epoca, o che aveva i pantaloni corti, cerca e trova qualunque conferma alle proprie tesi, ai propri pre-giudizi, ai propri stereotipi; poiché Pertini, assieme alla mamma e alla Nutella, sono i sacri totem italiani (dopo sole pizza e mandolino che stanno in pensione), ecco che, meme o non meme, la glorificazione di un passato, ignoto ma necessariamente migliore – se lo dicono tutti deve pur essere vero! – e la conseguente condanna del presente (la solita casta, i soliti pidioti, un pizzico di Soros…) viene scritta, bollata, sigillata, cristallizzata con una unica, sola, chiara conseguenza: massificare i cervelli.

P.S. Poi, per carità, Pertini non è stato affatto il peggiore Presidente della Repubblica; il già citato Leone è stato peggio; l’eversore Cossiga ai limiti della sedizione… Questa non è una critica a Pertini, ma alle persone che si accodano, citano senza verificare, giudicano senza senza pensare.