Vi presentiamo un libro: “I demoni di Salvini”

Oggi vogliamo segnalare un libro che vale sicuramente la pena di conoscere per tutti coloro che sono interessati a comprendere lo scenario politico italiano di oggi e i meccanismi di costruzione del consenso che lo caratterizzano.

Si tratta di I demoni di Salvini, pubblicato per l’editore Chiarelettere da Claudio Gatti, giornalista che si divide tra Italia e Stati Uniti e che negli anni ha collaborato con L’Europeo, Il Mondo, l’International Herald Tribune, Il Sole 24 Ore. Questo libro è un’inchiesta sull’influenza di alcuni ideologi di estrema destra sull’evoluzione della Lega dall’ultima fase della gestione di Bossi a oggi; abbiamo voluto intervistare l’autore per farcelo illustrare meglio e per chiarire alcuni nostri dubbi,

Il suo libro è certamente di grande attualità, visto che la Lega, e Salvini individualmente, sono il “fenomeno” elettorale e politico di questi mesi. Tuttavia, le sue ricerche vengono da lontano, da prima che l’attuale leader leghista s’affacciasse alla politica. Può farci una sintesi del libro in poche righe?

Grazie a una Gola Profonda e ad altre testimonianze esclusive, nel libro I demoni di Salvini ricostruisco la storia della più straordinazia operazione di infltrazione politica della storia repubblicana.

Quest’operazione, portata a termine nel corso di ben tre decenni, è stata condotta da un manipolo di ex neofascisti e neonazisti che avevano capito che quello delle organizzazioni politiche neofasciste “convenzionali” – da Ordine Nuovo a Ordine Nero – era un vicolo cieco che non avrebbe potuto rivitalizzare i pilastri del pensiero fascio-nazista a loro caro.

La Gola Profonda, un ingegnere di nome Alberto Sciandra che assieme ad altri ha infiltrato la Lega fino a diventare suo alto dirigente in Piemonte, mi ha spiegato che quel gruppo di ex neofascisti e neonazisti a cui lui stesso apparteneva, ha prima studiato a tavolino e poi realizzato questo piano di “conquista di egemonia culturale” all’interno della Lega. Il piano non prevedeva la presa del potere diretta – quindi la sostituzione di Bossi (ieri) o Salvini (oggi) con dei postnazisti. Era molto più subdolo: si trattava di far sì che Bossi e Salvini adottassero il loro pensiero, dando continuità storica a quell’ “essenza primordiale del fascismo e del nazismo” da loro distillata. Che è esattamente quello che è successo.

Una parte significativa della sua attenzione si è concentrata sul “postnazismo”. Cosa lo caratterizza esattamente in un paese dove esiste invece una tradizione fascista e neofascista?

Parafrasando Leonardo Sciascia si può dire che la storia sia fatta di concetti eterni che emergono e si eclissano, un’alternanza di progresso e regressione, evoluzione e reazione che però si ripropongono sotto forme sempre diverse. Il fascismo è finito con Mussolini. Quella che non si è mai spenta è la fiamma culturale e ideologica che lo ha alimentato. Inizialmente quella fiamma è stata ereditata da figure compromesse con il passato, nostalgici che come tali sono sempre stati circoscritti ed emarginati. Quello che il libro svela è che un nuovo ciclo, finora rimasto ignoto, è stato avviato dalla più straordinaria operazione di contaminazione e infiltrazione politica della storia della Repubblica italiana.

Nessuno prima d’ora aveva notato che, mentre i neofascisti convenzionali venivano “contenuti”, alcuni loro camerati più “evoluti” lavoravano sottotraccia per dare continuità storica all’ “essenza” dell’ideologia nazional-socialista, cioè alla sua anima tradizionalista, gerarchica, razzista e, profondamente, antigiudaica.

Dopo aver metabolizzato fascismo e nazismo, costoro sono divenuti “postnazisti” nel senso letterale del termine: sono cioè andate oltre quello che loro stesso criticano come “nostalgismo” neofascista o neonazista capendo l’importanza di trovare un veicolo politico “nuovo” e fuori dagli schemi convenzionali al quale non possa essere imputata alcuna delle tragedie indifendibili degli anni Trenta e Quaranta. Costoro hanno identificato nel movimento autonomista che ha poi dato i natali alla Lega Nord, da loro ritenuto bersaglio ideale in quanto “corpo senz’anima”, e quindi contaminabile. Hanno dunque avviato un processo di infiltrazione e contaminazione che nel corso di 30 anni ha trasformato un movimento nato autonomista e libertario, qual era la Lega negli anni ’80, in un partito di matrice xenofoba, reazionaria e autoritaria.

Leggendo il suo libro, sembra che di fatto l’agenda politica nell’Italia di oggi sia frutto del progetto di un manipolo di personaggi in fondo mediocri, marginali e dotati di ben scarse risorse. Non è una tesi un po’ forzata? Non potremmo, analizzando altri percorsi simili, finire per ritrovare nella Lega di oggi altre anime altrettanto influenti?

Quello che scrivo ne I demoni di Salvini non si basa su analisi, bensì su fatti ricostruiti dai loro stessi protagonisti. Il dato di fatto principale è che un movimento nato autonomista e quasi-libertario-liberista (e, a momenti, sedicente antifascista) è divenuto un partito i cui pilastri culturali e ideologici sono chiaramente postnazisti, una trasformazione che non è avvenuta con nessun altro movimento autonomista europeo e che ha avuto – e continuerà ad avere – un impatto enorme sulla politica italiana.

A spiegazione di quel dato di fatto, c’è un altro dato di fatto (provato dalle testimonianze dei protagonisti): sin dalla nascita del movimento autonomista c’è stato un manipolo di persone che ha lavorato occultamente affinché quella trasformazione avvenisse.  Adesso si può scegliere di minimizzare il ruolo di queste persone e guardare alle “altre anime” della Lega. Ma a me pare che l’unica “anima” che conti nella Lega di oggi, sia quella instillata da quei postnazisti nel corso di tre decenni. Il che significa che nonostante la loro marginalità iniziale e le loro limitate risorse, i protagonisti di questo complotto sono pienamente riusciti nel loro intento.

E comunque sia, ritengo sia ESSENZIALE per chiunque voglia capire la storia politica italiana venire a conoscenza di questa loro macchinazione.

Lei dedica l’ultima parte del testo ai rapporti tra Lega e Russia. A fronte di un evidente allineamento della Lega a fianco della Russia e di Putin, ci sembra manchino riscontri sostanziali di sostegni economici o elettorali al partito, se non a livello di singole persone. Anche Steve Bannon, al quale qui su Hic Rhodus abbiamo dedicato una certa attenzione, è citato solo di sfuggita. Dipende dal fatto che a suo avviso la Lega non riceve sostegni diretti da Mosca e dall’ “internazionale della disinformazione” di Bannon, limitandosi a giovarsi indirettamente delle campagne di distorsione che anche lei segnala, o dal fatto che mancano prove materiali, ad esempio, di finanziamenti o di campagne  di disinformazione concordate?

Nel libro spiego che i postnazisti hanno spinto Matteo Salvini a diventare “agente d’influenza” della Russia di Putin, classificazione che gli attribuisco sulla base della definizione ufficiale di tale figura. La rivista della nostra intelligence, «Gnosis», ci spiega infatti che l’agente d’influenza non è soltanto «un agente segreto che opera sotto mentite spoglie, diffondendo idee, sostenendo teorie, dirigendo movimenti di opinione secondo le direttive ricevute». Ma anche «colui che per convinzione personale agisce nello stesso modo, […] manipolato da altri e quindi senza rendersi conto, magari in buona fede, di operare per interessi estranei ed esterni e addirittura in contrasto con i propri e con quelli del proprio paese». La definizione continua così: «Sebbene spesso non siano legati da un rapporto organico con i servizi di intelligence, gli agenti d’influenza sono tuttavia “gestiti” e coordinati da strutture organizzate, riconducibili direttamente o indirettamente agli apparati di sicurezza e informazione o, comunque, al sistema di sicurezza e difesa di uno Stato, soprattutto nel caso di campagne d’influenza complesse, caratterizzate da un elevato livello di sofisticazione e proiettate a lungo termine».

Sulla base di questa classificazione «governativa» dell’agente d’influenza, io provo che per anni Matteo Salvini ha operato in tale veste al servizio del governo di Vladimir Putin. Insomma, non occorre essere “stipendiato” per svolgere quel ruolo.

Detto questo, in un capitolo del mio libro, sempre grazie alle testimonianze dirette degli stessi protagonisti, parlo degli affari e delle società russe dei due “sherpa” ufficiali di Salvini in Russia, (Gianluca Savoini e Claudio D’Amico). Questo (come peraltro l’inchiesta dei colleghi Tizian e Vergine) dimostra che, come minimo, gli uomini di Salvini abbiano tentato di “generare” fondi russi che beneficiassero loro o le loro organizzazioni.

Nel finale del libro, si dice in sostanza tra l’altro che dare del fascista a Salvini significa fargli un favore. Non corre questo rischio anche il suo libro, attribuendo a Salvini una patente di politico “postnazista”, anche se per puro opportunismo, che forse pochi troveranno convincente, anziché ad esempio sottolineare il suo essere strumento delle strategie di dissoluzione dell’Europa di cui, peraltro, il suo libro non manca di parlare? Non sono più importanti Putin e Bannon di Borghezio, Murelli e Savoini?

Nell’estate del 2007 sono stato il primo giornalista italiano a denunciare il fatto che i derivati finanziari fossero da una parte una manna per i banchieri che li vendevano e dall’altra una bomba a orologeria per gli amministratori pubblici che li compravano. Ma se oltre dieci anni fa i banchieri sono riusciti a lucrare sui derivati finanziari è stato perché chi li comprava non li capiva.

Lo stesso è successo con i derivati del fascismo: Salvini ha a mio giudizio lucrato anche per via del fatto che i suoi interlocutori non sanno cosa sono, né sanno cosa c’è dietro. E quando qualcuno si preoccupa perché istintivamente capisce che c’è qualcosa che non va, non riesce a trovare le evidenze che confermino i propri sospetti. Il motivo è semplice: cercare tracce di fascismo in Salvini è come cercare tracce di mutui nella contabilità delle regioni. Non è così che si troveranno evidenze dei derivati. 

Io non dico che Salvini sia un postnazista. Ma ha scelto di fare da piazzista del pensiero dei postnazisti. E persino delle loro teorie del complotto, in primis quella della cosiddetta “sostituzione dei popoli” secondo la quale, attraverso le migrazioni e l’abbattimento delle frontiere, la “grande finanza internazionale” fomenterebbe un piano di “sostituzione di popoli” da realizzare attraverso il “meticciato”. È un concetto proposto per la prima volta da Adolf Hitler in Mein Kampf, che lo fa senza ricorrere a eufemismi, all’epoca non necessari. Anziché di “grande finanza”, Hitler parla più esplicitamente di “ebrei”. Riferendosi alla presenza di truppe d’origine africana che alla fine della Grande guerra avevano occupato alcune regioni tedesche suscitando paura e risentimento popolare, scrive: «Sono stati gli ebrei a portare i negri nella Renania al fine di bastardizzare la razza bianca, abbassare il suo livello culturale e politico e stabilire il proprio dominio.»

In Italia, per me,  non c’è dubbio che Maurizio Murelli, Mario Borghezio e Gianluca Savoini abbiano avuto un impatto molto, ma MOOOOLTO più forte di Vladimir Putin e Steve Bannon.  E comunque sono stati proprio loro a far “sbarcare” Putin e Bannon nel nostro paese.

Claudio Gatti è stato corrispondente dagli Stati Uniti del settimanale “L’Europeo”, vicedirettore del settimanale economico “Il Mondo”, direttore del supplemento sull’Italia dell’ “International Herald Tribune” e inviato speciale de “Il Sole 24 Ore”.
Con Roger Cohen ha pubblicato il libro In the Eye of the Storm: the Life of General H. Norman Schwarzkopf (1991). In Italia ha pubblicato Rimanga tra noi. L’America, l’Italia, la “questione comunista”: i segreti di 50 anni di storia (Leonardo 1991); Il quinto scenario (Rizzoli 1994), inchiesta sulla strage di Ustica; Fuori orario. Da testimonianze e documenti riservati le prove del disastro Fs (Chiarelettere 2009); Il sottobosco. Berlusconiani, dalemiani, centristi uniti nel nome degli affari (con Ferruccio Sansa, Chiarelettere 2012) ed Enigate: i documenti esclusivi sulle tangenti internazionali che l’ente petrolifero è accusato di aver pagato (Paper First 2018)