Virus. Smettiamola con la favola svedese

Gira l’idea che la Svezia, che sostanzialmente non ha praticato alcun rigido lockdown, sia un’isola felice poco toccata dal virus. Per una banale fallacia logica, anziché pensare che essendoci là meno virus (ma non è neppure vero, come vedremo), allora si possono permettere una serie di misure meno severe, molti sono portati a fare un ragionamento inverso: là sono più tolleranti e liberali, e quindi il virus non è virulento. Ma poiché così suona probabilmente un po’ stupido, anziché e quindi si lascia solo la congiunzione, come per dire che i due fattori sono comunque separati, che tapparci in casa o andare ad assembrarci non farebbe poi tanta differenza perché il virus fa come gli pare e allora, sostengono i più arrabbiati, perché queste misure restrittive? In malora! facciamo come gli svedesi, lasciateci liberi!

Riassumiamo alcuni fatti, conditi con opinioni autorevoli, trovate sulla stampa straniera, ché sulla italiana staremmo freschi!

1) l’incaponimento svedese per la strategia adottata è contestata da diverse componenti politiche e soprattutto dalla comunità scientifica (QUI l’articolo critico firmato da 22 scienziati, purtroppo in svedese, arrangiatevi con Google translate) che ha dichiarato, senza mezzi termini: “le autorità sanitarie pubbliche hanno fallito”; secondo Gina Gustavsson, professore associato all’Università di  Uppsala, questa diffusa accondiscendenza svedese è legata a un diffuso nazionalismo “che Isaiah Berlin ha chiamato nazionalismo del ‘ramoscello piegato’, che si scontra contro chiunque lo calpesti”. Questo nazionalismo si è nutrito della ridicolarizzazione personale degli scienziati critici, come i già menzionati 22, col classico stile che ha fatto la firma di Grillo e dei suoi seguaci: ti ridicolizzo (per i tuoi tratti fisici, la tua età, il colore dei tuoi calzini…) e quindi ti annullo come persona, a prescindere dalla natura e qualità delle tue ragioni (leggete per intero l’articolo di Gina Gustavsson sul Guardian; è in inglese ovviamente ma con un po’ di aiuto di Google translate potete leggermente spaventarvi per il populismo e la caccia alle streghe in corso). Altro che grandi libertà e grandi aperture mentali degli svedesi!

2) Le scelte svedesi in tema di sanità non hanno affatto protetto gli svedesi; malgrado il fatto che siano una popolazione abbastanza giovane (ciò incide al ribasso nel tasso di letalità) e dispersa su un territorio ampio (ciò riguarda la diffusione del virus e di conseguenza la mortalità), la Svezia è uno dei paesi più colpiti. Non opinioni, questa volta, ma i dati della Johns Hopkins che trovate QUI (click per ingrandire, se non volete andare sul sito).

Dopo esservi letti le prime poche righe di cautele dove, a ogni buon conto, si ricorda come i dati fra Paesi diversi siano difficilmente comparabili, la loro pagina riporta un tabellone di cui riportiamo le prime righe, relative ovviamente ai paesi più colpiti. Guardiamo anche solo il dato dell’ultima colonna a destra, relativo al tasso di morti ogni 100.000 persone: col suo 26,05/100.000 la Svezia è il nono paese al mondo, praticamente a pari merito con l’Irlanda e grandemente superata da micro-paesi peculiari come San Marino e Andorra che ovviamente hanno una densità di popolazione specifica. (Alcuni Paesi non sono inclusi nella tabella qui sopra, riferitevi alla pagina originale). Gli Stati Uniti, che sono alla canna del gas, presentano al momento un tasso di mortalità minore di quello svedese. Se invece volete osservare il tasso di letalità (morti sui malati, nella tabella: Case-fatality) è sesta, a parimerito con l’Olanda. In cosa consisterebbe, quindi, la straordinarietà di questo popolo?

3) Il grafico dei malati e dei morti in Svezia sta crescendo; nessun picco ancora raggiunto e, anzi, un sempre più veloce aumento degli indicatori negativi (QUI i dati aggiornati);

4) Considerando la totale incomparabilità fra Paesi diversi, ci potremmo “accontentare” di comparare la Svezia ai Paesi limitrofi della Scandinavia (già è una forzatura, figurarsi comparare la Svezia con l’Italia!). Come ha osservato USA Today: “La Svezia ha una popolazione di 10 milioni di persone, circa il doppio rispetto ai vicini scandinavi. A partire dal 28 aprile, il bilancio delle vittime di Covid-19 del paese ha raggiunto i 2.274, circa cinque volte più alto che in Danimarca e 11 volte più alto che in Norvegia.”(citato dal New York Times del 28 aprile). E poi avete visto le tabelle Johns Hopkins sopra…

5) Infine: la strategia dichiarata dalle autorità svedesi è quella che già fu di Boris Johnson prima che il morbo toccasse anche lui: raggiungere l’immunità di gregge; vale a dire: se il 60/65% della popolazione ha contratto il virus, qualunque sia stato il decorso della malattia (semmai, per moltissimi, asintomatica), il virus è destinato a estinguersi per mancanza di ospiti. Essendo però il virus molto aggressivo con gli anziani e con chi soffre di pregresse patologie, ciò implica una scelta molto cinica: lascia morire i vecchi. Come denuncia The Local, la maggior parte dei morti svedesi sono anziani di case di riposo, non adeguatamente tutelati; altra sovrarappresentazione delle vittime nei sobborghi più poveri di Stoccolma (fonte). L’immunità di gregge quindi è possibile sacrificando i più deboli (ne parla anche Gina Gustavvson nell’articolo menzionato sopra.

Direi che alla fine della fiera possiamo, e dobbiamo, criticare le istituzioni italiane per quanto hanno fatto male cercando semmai di appoggiare le nostre critiche esclusivamente a quanto dicono e suggeriscono gli scienziati accreditati (in questo caso i virologi, neppure tutti d’accordo fra loro). Poi è giusto criticare – questo a mio avviso ancora di più – la frammentazione delle decisioni, la pletora di autorità e comitati in campo, la criminale conflittualità Stato-regioni, e via discorrendo. È assai più pericoloso, e quindi sempre sconsigliato, prendere dati differenti, raccolti in maniera diversa, in Paesi incomparabili sotto molteplici profili, per usarli demagogicamente e dire che facciamo bene o male perché altrove, in Kissadovestan, fanno diversamente; né appare cauto citare un’opinione isolata di questo o quel rappresentante OMS (che ha sostanzialmente detto di tutto, in questi mesi), o dell’ONU, o della Commissione. Ciò che parla, in casi come questo, sono i dati, da utilizzare con cautela per le ragioni già accennate.