Bentornata Silvia Romano. Figlia di una cooperazione internazionale troppo spesso presuntuosa

Silvia Romano è finalmente tornata in Italia, dopo un calvario iniziato nel novembre del 2018. La soddisfazione mostrata dai nostri esponenti politici per questa bellissima notizia è abbastanza omogenea, nonostante ognuno metta l’accento su aspetti diversi, a giudicare dalle loro dichiarazioni social: c’è chi loda con patriottismo il lavoro dei nostri 007, chi festeggia insieme alla così detta “Italia solidale” e chi si tiene sul vago. Non illudiamoci che non ci siano critiche e insulti, volgari e non, anche in questo momento di gioia: basta sbirciare tra i commenti. D’altronde, sarebbe sciocco aspettarsi il contrario nell’Italia del COVID19, durante la crisi sanitaria, economica e sociale più grave dal secondo dopoguerra. Non che sia giustificabile, ma chi si indigna per certe reazioni dovrebbe abbassare le proprie aspettative. Coronavirus a parte, è chiaro che una porzione (non si sa quanto grande) degli “italiani brava gente”, se potesse decidere, preferirebbe mille volte evitare di spendere qualunque cifra per salvare cooperanti e volontari e lo farebbe in nome del “se la sono cercata” e del “così imparano: c’è tanta povertà qui e loro vanno laggiù”, al netto dei vari “aiutiamoli a casa loro”.

Non è a quella parte di Italia che è indirizzata questa breve riflessione. È invece indirizzata a tutti gli altri: da chi non ha una precisa opinione sul tema a quelli che sostengono ed apprezzano coloro che, da professionisti o da volontari, decidono di dedicare parte della propria vita a contribuire al benessere di chi abita in zone del mondo in cui la vita è, semplicemente, più difficile. Includiamo, naturalmente, oltre la stampa, anche tutti i diretti interessanti, ossia gli attori della cooperazione internazionale allo sviluppo: dal funzionario della grande ONG, al social media manager della piccola organizzazione di volontariato, passando per i fundraisers, i progettisti, i fotoreporter, gli operatori sanitari, educativi, etc. Infine, mi includo anche io, se non altro in quanto sostenitore della cooperazione allo sviluppo. Siamo sicuri di star facendo del bene nel modo giusto? 

Badate che non stiamo parlando dell’annosa macro-questione, probabilmente nota quasi solo agli addetti ai lavori, relativa a come far funzionare la confusionaria macchina della cooperazione, composta da organismi nazionali e internazionali, pubblici e privati, grandi e piccoli, basati sull’evidenza scientifica (e dichiarantesi tali) o meno. Né voglio tirare in ballo complesse teorie di sociologia dello sviluppo o la dibattuta questione dell’efficacia della cooperazione. La domanda che ho posto sottintende qualcosa di più basilare e riguarda i modi in cui la rappresentazione collettiva della cooperazione e del volontariato internazionale allo sviluppo, co-costruita nel tempo da addetti ai lavori, media e pubblico, influenzi i risultati di tali azioni. 

Con qualche differenza, dovuta spesso alla personale tendenza a fare di tutta l’erba un fascio e alle conoscenze pregresse sull’argomento, nell’immaginario comune i concetti di “volontario in Africa” e “cooperante in Africa” si mischiano. Il luogo stesso è fumoso: hai sentito che il figlio di Sempronio è andato ad aiutare in Africa? Ah, che bravo. Non serve sapere dove di preciso, si tratterà sicuramente di qualche posto in cui c’è bisogno di aiuto. Fin qui, tutto normale. D’altronde non si tratta nemmeno di essere etnocentrici, forse, quanto più dell’umana tendenza a risolvere la dissonanza cognitiva verso un fenomeno che non si conosce attraverso semplificazioni e generalizzazioni. Il problema sorge quando sono proprio quelli che invece conoscono (o dovrebbero conoscere) il fenomeno ad interpretarlo e comunicarlo senza preoccuparsi di combattere tali bias, contribuendo a una rappresentazione distorta di esso. 

Non è un’asserzione sconvolgente che il continente africano (o meglio, la parte subsahariana) sia alternativamente visto come luogo di sofferenza e malattie, popolato da bambini con la pancia gonfia e la mosca sull’occhio, oppure come luogo di larghi sorrisi sulle facce nere di chi “è felice pur non avendo niente”. Parallelamente, non è un mistero che vi siano ormai critiche alla c.d. “pornografia del dolore” così come alla narrazione stereotipata ed iper-semplificatoria di un intero continente (peraltro estremamente variegato) come se fosse un unico paese da “salvare”.  

Quest’ultimi sono ragionamenti che negli ultimi anni hanno avuto una flebile risonanza nel mondo occidentale, ma che non hanno ancora prodotto cambiamenti rilevanti, a giudicare dagli spot pubblicitari di organizzazioni umanitarie grandi e piccole. Non c’è da stupirsi: perché cambiare ciò che funziona (in termini di raccolta fondi)? Secondo poi, il fine (la buona causa) giustifica i mezzi. O no? Per di più, gli addetti ai lavori sanno che, nella cooperazione, pure le cose che NON funzionano difficilmente vengono cambiate. Ad esempio, è da anni che si conoscono le ragioni per le quali alcuni (molti?) progetti di cooperazione allo sviluppo vengono imbastiti in quattro e quattr’otto saltando a piè pari la fase di analisi psico-socio-antropologica del contesto e dei fabbisogni della comunità (e delegando il tutto a workshop di mezza giornata e alla solipsistica scrittura del progettista di turno alla scrivania): colpa della logica da “progettificio”, della rincorsa dei bandi di gara, della necessità di trovare a tutti i costi il modo di farsi finanziare un nuovo progetto prima della fine del contratto di lavoro, altrimenti si va tutti i casa. 

Chiudiamo la parentesi sul dietro le quinte della cooperazione e torniamo a ciò che invece si vede, si comunica e si narra di quel ‘mondo’. Possiamo riformulare la domanda iniziale così: siamo sicuri di star comunicando nel modo giusto la cooperazione ed il volontariato internazionale? Che la buona causa giustifichi davvero l’utilizzo di immagini utilitaristicamente stereotipate? Che non ci sia nessun effetto imprevisto e addirittura controproducente nel lungo periodo? Del resto, è abbastanza risaputo che le rappresentazioni collettive di un fenomeno (ovvero il modo in cui crediamo stiano le cose relativamente ad una certa questione) sono tanto reali quanto (o più) del fenomeno stesso, se non altro perché è in base ad esse che ci si formano opinioni, si rinforzano o mitigano atteggiamenti, si agisce. Se tali rappresentazioni sono infarcite di stereotipi, ovvero di “rappresentazione rigide, parziali ed esagerate” di un certo concetto, è molto facile che esse portino anche al pregiudizio, ossia a una disposizione favorevole o sfavorevole verso i concetti cui lo stereotipo viene applicato.

Di stereotipi e pregiudizi (negativi e positivi) il volontariato internazionale ne ha un bel po’ ed in parte figli di quelli relativi all’Africa. Parafrasando, voglio citarvene alcuni tra i più frequenti, rilevati in decine di interviste fatte ad aspiranti volontari:

  • agli “africani” basta poco per essere felici;
  • gli “africani” sono generalmente disponibili ed accoglienti;
  • la cosa importante per aiutare “chi non ha nulla” è la buona volontà; le conoscenze specifiche sono un di più che non è necessario, anche se non guasta [oppure, nella sua versione più smaliziata: meglio buona volontà senza competenze che niente].

Naturalmente, le prime due sono generalizzazioni assolutamente ingenue e figlie di una rappresentazione stereotipante e lontana dalla realtà tanto quanto quella degli ‘italiani brava gente’. Peraltro, se sostituite ‘africani” con ‘europei’ vi accorgerete di come sia strano che frasi così assurde risuonino in qualche modo familiari, a patto che siate in una o più di quelle categorie di persone che ho nominato sopra. Si tratta di esagerazioni ancora più sesquipedali di quella di ‘italiani, pizza e mandolino’, che, almeno, stereotipa una sola nazione e non un intero continente. 

Tramite la pura logica dovremmo poter concepire la possibilità che gli stessi “africani” possano condividere stereotipi nei confronti dei bianchi: nei confronti dei volontari, per esempio. In Tanzania, nelle zone rurali più povere, se sei un bianco che se ne va in giro per il villaggio, non è raro trovare ragazzotti che ti chiamino da lontano con tono di scherno dicendoti “wazunguuu, pipi!” (biancooo, la caramella!”), memori di quando anche loro, da bambini, anni prima, andavano incontro ai bianchi turisti (o volonturisti) pieni di caramelle ed altre diavolerie occidentali da regalare. Anche quella è una rappresentazione stereotipata del bianco, che si rinforza ogni volta che qualcuno di noi, armato di buone intenzioni, di caramelline, penne colorate, smartphone e selfie stick, fa il suo bel giro per uno di quei villaggi. Se agisce in questo modo, rinforza comunque quello stereotipo, anche se magari è un medico, un cooperante che lavora nel piccolo dispensario medico lì vicino, un professionista serio o un serio ragazzo in servizio civile e non un giovane amante della vacanza avventurosa in terra africana o un volonturista con la sindrome del “white savior”. Fermo restando che gli stereotipi dipendono anche dal grado di istruzione e dalla possibilità di informarsi, non è raro che ai volontari possa capitare di ricevere richieste di soldi o altri favori, per esempio quello di procurare un visto d’ingresso per l’Italia, anche solo per vederla (non per immigrare), nella convinzione (stereotipata) che la maggior parte di quelli di noi che vanno in una zona povera di un paese africano siano pieni di soldi o abbiano contatti con il governo. A questo poi si aggiungono i pregiudizi, negativi a volte, per esempio quello per il quale “i bianchi che vengono qui” si sentono sempre superiori a noi. 

Assumiamo che quanto detto finora sia condivisibile: e quindi? A questo punto bisogna chiedersi quale effetto abbiano tali rappresentazioni stereotipate e foriere di pregiudizi (e quindi di atteggiamenti, comportamenti ed aspettative reciproche) sull’efficacia del volontariato internazionale allo sviluppo e, indirettamente, sulla cooperazione internazionale allo sviluppo. La conseguenza più lampante è la tendenza ad utilizzare un doppio standard, ovvero ad applicare una certa norma sociale quando si sta a casa propria e ad applicarne una completamente diversa quando si sta “a casa loro” senza nessuna ragionevole motivazione che non sia uno stereotipo. Facciamo un paio di esempi, limitandoci per comodità ed esperienza al punto di vista dei “bianchi”:

  • in Italia (e in Europa) è proibito fare foto a minori e divulgarle sui propri profili social senza il consenso di un genitore o di chi ne fa le veci, anche se fossero i bambini stessi a chiedere le foto.  Provate a dare un’occhiata ai profili Instagram di 10 persone che sono state a fare esperienze di volontariato in qualche paese dell’africa subsahariana (o anche di qualsiasi altro paese “in via di sviluppo”); 
  • in Italia (e in Europa) un giovane medico non si sognerebbe mai di farsi un selfie con un paziente ancora nel lettino e completamento ignaro dello scatto per poi mettere la foto sui propri profili social. Fate lo stesso esperimento del punto precedente;  
  • in Italia (e in Europa) i telegiornali oscurano o sgranano sempre le immagini dei bambini nei loro video servizi (o comunque evitano di inquadrare i loro visi). In questi ultimi giorni, molti (troppi) telegiornali nazionali hanno dimenticato di sgranare od oscurare i volti dei bambini africani delle foto di Silvia Romano. 

A cosa porta il doppio-standard, vi chiederete. La risposta non ce l’ho e sarebbe interessante e, forse, utile studiare e approfondire di più per provare a darsela. Tuttavia, un’idea me la sono fatta: ci porta a fermarci alle apparenze, con conseguenze spesso imprevedibili. Per esempio: dare il via ad un progetto in cui ci sono in ballo milioni e milioni di euro sulla base di qualche stretta di mano e qualche foto di rito solo perché “figurati se il capovillaggio non è d’accordo” magari fa andare a monte il progetto un anno più tardi (chiedetelo agli operatori della cooperazione allo sviluppo); dare il via alla costruzione di una diga ignorando le dispute giudiziarie su quel pezzo di terreno solo perché un tizio al ministero ha detto “non c’è una casa nel raggio di decine di chilometri, quella è terra di nessuno” magari rischia di far incavolare qualcuno; pianificare complessi programmi di sviluppo locale senza una vera e propria analisi del contesto (come invece, di norma, si fa o si dovrebbe fare in Italia) magari porta benefici ad un gruppo e ne lede un altro, creando tensioni o conflitti che impediscono o distruggono quanto di buono si vuole fare; permettersi di dare un giudizio sui fabbisogni formativi di equipe di colleghi medici sulla base di un paio di giorni di lavoro fianco a fianco, senza conoscere il perché di certe scelte metodologiche, assumendo che sia dettate da una minore preparazione professionale, magari può portare a prendere degli abbagli clamorosi, a fare una gran brutta figura e rinforzare lo stereotipo per cui “i bianchi pensano sempre di saper fare le cose meglio di noi”. 

Mi auguro si comprenda, leggendo i pochi esempi appena fatti, come rappresentazioni stereotipate possano incidere gravemente nella pratica della cooperazione e nel volontariato internazionale. Eppure, un gran passo avanti sarebbe seguire due semplici regole: 1) non fare lì ciò che non faresti qui; 2) non fare lì ciò che (ragionevolmente) pensi che loro non farebbero lì. Va da sé che andare a vivere in un minuscolo villaggio di un territorio che si conosce poco, per niente collegato alla città, privo dei servizi essenziali e lontano miglia e miglia dalla prima stazione di polizia, può essere pericoloso. Se lo si fa solo perché si pensa che le persone di quella nazione siano tutte amichevoli, ci si comporta in base ad un pregiudizio (positivo, in questo caso) che poggia su uno stereotipo, figlio di una rappresentazione collettiva distorta. Tuttavia, chi critica Silvia Romano per essersi messa ingenuamente in pericolo, dovrebbe attendere prima di dare un giudizio del genere. Per quanto solitamente sia utile distinguere i concetti di pericolo e di rischio, in questo caso specifico non ne sappiamo ancora abbastanza sulle circostanze in cui si è trovata. Se però venisse fuori che le circostanze non fossero particolarmente peculiari, ciò vorrebbe dire che la sua storia, fortunatamente a lieto fine, avrebbe potuto essere la storia di chiunque, chi più chi meno. E questo è preoccupante. 

Articolo scritto per Hic Rhodus da Alonso Chischiano.
Combatto i mulini a vento della post modernità con 
gli strumenti della sociologia.