Morte di un amico

È morto un mio carissimo amico. Poiché abitava in un’altra città, e ci frequentavamo di rado, l’ho saputo solo oggi, a distanza di sei mesi dalla sua morte improvvisa. Ho pensato che cercandolo, e quindi scoprendo che era morto, ho vivificato il suo ricordo almeno per un giorno; gli articoli di stampa sui quotidiani (era una persona nota e stimata nella sua città) sono durati un giorno; i ricordi degli amici su Facebook un paio di più. Certamente moglie e figlio serbano cara la sua memoria, ma già i colleghi di lavoro, forse, se ne ricorderanno a tratti, in occasioni particolari, quanto basta per un lampo: “Ah, ti ricordi quando c’era G.?”. Perché una cosa che si impara invecchiando è che siamo un baleno, e come qualunque baleno scompariamo senza lasciare grandi tracce.

Soffrirò, morirò. Ma intanto, sole, vento, vino, trallallà.

È di Miša Sapego, è bello che lo abbiano messo in musica.

Naturalmente ho pensato agli altri, amici già andati da tempo, pezzetti di me staccati dal mio corpo. A tratti un’ombra di loro mi assale e mi intristisco, ma capita sempre più raramente, man mano che il tempo passa.

Tutto, assolutamente tutto quello che facciamo, forse serve a un Grande Disegno di un Grande Architetto, vallo a sapere, ma intanto, volando basso, serve solo a noi; a farci godere, ridere e giocare, ché i momenti di dolore e disperazione sono assolutamente sprecati, perché poi si muore e, per un materialista nichilista come me, dopo, dico: dopo, non c’è assolutamente nulla. Quello che hai fatto o quello che non hai fatto sono azzerati; le colpe e i meriti sono azzerati; i pentimenti e i rimorsi pure. 

Noi siamo relazioni, e la morte le recide; la morte è assenza di relazioni, e quindi di ragioni; come potrebbe perdurare la memoria? Sì, certo, alcuni “Grandi Uomini” li ricordiamo a distanza di secoli… Ma non ci ricordiamo di loro, perché di loro non sappiamo nulla; ricordiamo la loro immagine, la loro didascalia, il loro simulacro. Noi viviamo finché qualcuno ha memoria di noi, poi siamo nell’oblio.

Quando morirò, per favore, ridete. Mettete su un bel brano dei Led Zeppelin a palla, ma non per me, per voi; e andate a scrivere, sulla mia lapide, sul mio profilo Facebook, sul frontespizio dei miei libri, sulla facciata di casa mia:

Ora riposa il buon cazzone.

E andate a ubriacarvi in mio nome.

Poi, dimenticatemi.