Se nel mondo vincono i prepotenti, illiberali, mascalzoni, non è che abbiamo un problema con la democrazia?

Mi dispiace ripetermi, ma non mi dispiace abbastanza per smettere di farlo: c’è qualcosa che non funziona nella democrazia come la intendiamo dalla seconda metà del Novecento, sappiamo benissimo cos’è, non sappiamo invece come porvi rimedio, e così andando verso una china sempre più pericolosamente inclinata ci consoliamo con stupidaggini tipo quella – valida forse settant’anni fa, quando fu pronunciata – che la democrazia sarebbe la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre forme sperimentate; quando Churchill disse questa frase le “altre” forme di governo erano il comunismo sovietico, le monarchie assolute dei secoli precedenti e i governi tribali del terzo mondo. E, specialmente, il fascismo e il nazionalsocialismo che avevano massacrato l’Europa, e che erano stati sconfitti da appena due anni proprio da Churchill e Roosevelt (e da Stalin, ma il mondo era già stato spartito a Jalta, e i sovietici – giocoforza alleati contro Hitler – erano definitivamente passati, armi e bagagli, fra i cattivi). Né si possono dire sciocchezze sulla democrazia greca, culla di ogni meraviglia del pensiero occidentale, ché quella democrazia, oggi, sarebbe inaccettabile.

Questo è l’incipit; la tesi; il tema da esplorare; il concetto da argomentare.

Lo svolgimento inizia con la vittoria di Erdogan in Turchia. Una vittoria che stride contro qualunque buonsenso democratico; Erdogan è un dittatore eletto, certo, democraticamente, ma uno che manda in galera gli avversari, che perseguita minoranze linguistiche e culturali, che bullizza i Paesi vicini, fa il doppio gioco nella NATO e – non mi pare un particolare insignificante – sta rovinando economicamente la Turchia. Quindi sì, è stato eletto “democraticamente”, ma il popolo turco ha liberamente eletto un personaggio violento, autoritario, temibile (per inciso: Kilicdaroglu era solo un filo meglio)… Dopodiché il pensiero corre a Putin, altro eletto “democraticamente”. Ma anche a Trump, se me lo permettete. Immagino che diversi lettori aspettino che scriva qualcosa tipo “… e anche Meloni”. Ma sarebbe un errore: fino ad ora (e per una serie importante di ragioni anche in futuro, ma non voglio divagare), il governo Meloni è stato stupido, inefficace, insulso, incapace di una visione economica e sociale moderna ed efficiente, e molti suoi membri aprono bocca per scorreggiare stupidità rabbrividenti, ma non una sola regola democratica del nostro assetto costituzionale è stata messa in discussione e (per quelle ragioni che non spiegherò per non divagare) non verrà messa in discussione in futuro (e il presidenzialismo? direte voi; se introdotto attraverso meccanismi costituzionali, che vi piaccia o no, sarà una scelta democratica. Forse stupida e sbagliata come stupidi e sbagliati sono stati cambiamenti costituzionali fatti dalla sinistra).

Già che ci siamo: non solo il mondo occidentale “democratico” è pieno di bulli (nell’Unione abbiamo Orban; dico: nell’Unione Europea!), ma di democrazie anche decenti che prendono decisioni bulle: la Brexit, oltre che una decisione stupida e autolesionista, oltre che un grande inganno perpetrato sul popolo britannico, è stata anche una trattativa che i politici dell’epoca hanno cercato di condurre, con i rappresentanti dell’Unione, da bulli, pretenziosi snob. Le riforme costituzionali proposte all’epoca da Renzi, che erano secondo questo blog tutte interessanti e meritevoli, sono state proposte dall’ex primo ministro in modo tracotante e bullo, e infatti ha perso (ironia della sorte: i bulli con idee stupide, se non malvagie, vincono all’estero, e il bullo con idee in parte giuste perde in Italia; evidentemente non c’è una regola salvo quella del grande sarcasmo della Storia).

Dov’è, invece, che le cose funzionano bene? (Poi dovrò precisare cosa intendo con “bene”). In Cina. Guardate, io non penso che il regime cinese sia “dittatoriale” nel modo, semplicistico, col quale spesso lo intendiamo noi; in Cina sei libero di viaggiare, intraprendere, e perfino criticare il governo; quello che non puoi fare è una critica organizzata e sistematica contro il governo, o disubbidire alle regole, una cosa che riesce comunque difficile per il cinese medio vista la cultura confuciana che lo pervade. Voi direte: e gli Uiguri? E il Tibet? E Hong Kong? E Taiwan? Vi rispondo facilmente osservando che sono atteggiamenti tutti assolutamente conformi al pensiero medio della maggioranza Han, che ha a che fare con gli interessi della Cina e del popolo cinese così come largamente inteso. Attenzione: non confondete l’etica con la politica, o il pensiero dominante (su questo ricordatevi cosa scrisse Marx) con il pensiero “corretto” sotto un qualunque profilo voi possiate proporre. Allora: la classe dirigente cinese, che non ha alcun bisogno di essere eletta, può guardare alla politica come investimento per le prossime generazioni, e non come sguardo fino alle prossime elezioni. L’acquisto cinese di asset fondamentali in mezzo mondo, l’occupazione dell’Africa, l’accaparramento delle risorse essenziali per lo sviluppo tecnologico, la stessa ambiguità (da noi letta come tale, ovvero con un giudizio di valore) riguardo la guerra in Ucraina, tutto lascia intendere che le nostre democrazie involute, affaticate, guidate da persone incapaci, nel medio e lungo periodo saranno perdenti a fronte della straordinaria volontà – assolutamente da noi non etichettabile come “democratica” – del governo e del popolo cinesi.

Prima che capiate fischi per fiaschi: io sono ben contento di vivere nella decadente Europa; sono decadente anch’io, ma dove volete che vada? Il punto è che che dobbiamo fare uno sforzo intellettuale di disambiguazione. Proviamo con qualche preliminare:

  1. non bastano “libere elezioni” per poter definire democratico un Paese; diciamolo meglio:
  2. non è l’espressione della volontà popolare la miglior garanzia di democraticità; anzi:
  3. sia sul piano politico che su quello espressivo e culturale, verrebbe da dire che la cultura popolare di massa sia diventata la leva per lo sviluppo di sentimenti, comportamenti, attitudini discutibili, autoritari, autolesionisti, conflittuali (qui includo tutta la partita del politicamente corretto, della cancel culture, della cultura woke, delle questioni di genere estremizzate dogmaticamente, etc.); ne deriva che:
  4. la classe dirigente, nelle democrazie occidentali, non è più élite che guida il popolo, ma serva pavida di una cultura opportunista e dallo sguardo corto; è figlia – la classe dirigente – di quello stesso popolo, e ne segue i flussi e le mode alla ricerca del consenso, in una spirale discendente in cui cultura di massa e classe dirigente rinforzano tendenze negative, pratiche autoritarie, linguaggio fascista, scelte sociali discriminanti, economia dal fiato corto.

Una parte dei mei lettori, ormai, aspetta che io tiri fuori una bella soluzione dal cilindro: bene, come altre volte qui su HR anche questa volta dirò che non ho nessuna soluzione. Il mio ruolo di intellettuale è cercare di vedere problemi, e argomentarli, e non accontentarmi, e non pascermi del mio piccolo nulla quotidiano narcisistico. Quindi scrivo, una volta ancora: questo sistema democratico occidentale, così come lo sperimentiamo e – peggio – come ce lo raccontiamo, semplicemente non funziona [più] bene. Lo sviluppo storico prevedibile premierà la Cina, che giustamente non consideriamo democratica, a scapito di tutti noi. Ma al di là della competizione internazionale, che a ben vedere potrebbe anche non appassionarci, io temo che la qualità delle nostre democratiche vite sia destinata a peggiorare: più controlli (tendenza in atto da tempo, che in pochissimi denunciano come uno scadimento della democrazia), meno libertà individuali, più antagonismi, alleanze internazionali più fragili senza luoghi di composizione dei conflitti (basta guardare come è finita – malissimo – l’ONU), eccetera. Le conseguenze, che a loro volta accelerano i processi di decadimento democratico, sono una scolarità e una cultura sempre più precarie, l’abbattimento delle possibilità di mobilità sociale, economie più fragili, più incertezza, meno futuro.

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