Ridete voi, impegnatevi voi…

Andrea Cangini, giornalista liberale, ex parlamentare, scrive in modo chiaro e netto che l’idea del Terzo Polo liberale di Renzi e Calenda è morta, sommersa da personalismi ottusi e da un mare di risate:

La gente, ormai, ride. E quando la gente ride significa che, appunto, è tutto finito. 

Sarà, ma io, uno degli illusi che ci aveva creduto, da ridere trovo pochissimo, perché avevo sperato che una formazione centrista 

scardinasse a colpi di realismo un bipolarismo stanco non senza fondamento ribattezzato “bipopulismo”.

“A colpi di realismo” mi piace assai, perché molto spazio, qui su HR, abbiamo dedicato, appunto, alla necessità di una politica realista (noi la chiamiamo “razionalista” ma il senso è il medesimo) assolutamente contrapposta a quella populista che impregna la sinistra e la destra.

Dopo avere accennato all’impossibile passo indietro dei due fondatori dei partitini personali, e quindi all’ineluttabile conclusione, fallimentare, del progetto, conclude Cangini:

È tutto finito, dunque. Ma perché non proprio tutto finisca varrebbe forse la pena di ammainare la bandiera terzopolista, smettendola di conseguenza di commentare una dopo l’altra sconfitte inevitabili, prendere atto che il bipolarismo resiste e acconciarsi a combattere la propria battaglia per una politica realista, competente e il più possibile liberale ciascuno dentro il Polo che più gli corrisponde e che meno lo imbarazza.

Ma qui, francamente, non mi ci ritrovo.

Se l’analisi – che condivido – è partita dalla premessa del dilagante populismo a destra e a sinistra (ciò che costituiva necessaria premessa per un “terzo polo” realista, o razionalista), come si può concludere di “combattere la propria battaglia ciascuno dentro il Polo che più gli corrisponde e che meno lo imbarazza”? Fatemi capire: poiché il centrismo realista, liberale, razionalista è andato a farsi friggere, allora vado a fare le mie battaglie dentro il PD se mi sento in qualche modo “di sinistra”, o in una delle forze al governo se mi sento “di destra”?

Ma non sostenevo il Terzo Polo proprio per l’impossibilità di stare a sinistra, questa sinistra, massimalista, demagogica, senza un’idea vera al di fuori di slogan momentanei, senza rappresentanza sociale, con decenni di politica clientelare nelle Regioni e nei Comuni che amministrava? (Idem, e credo peggio, per la destra).

Non stiamo dicendo che la sinistra è retorico-demagogico-populista, ancorata a stereotipi novecenteschi che non sono tanto inaccettabili eticamente (che di etica trasformata in moralismo la sinistra è piena) quanto illusori sotto il profilo dell’efficacia? Non stiamo dicendo che la destra è arrogante-fascistella-populista, priva di intelletto e sempre disponibile a iper semplificare il mondo pur di non tirare fuori un neurone?

E quindi – sostiene Cangini – io dovrei andare in uno di questi due sfasciumi senza intelletto e cercare di cambiare da dentro le cose, in senso liberal-razional-realista; è così? E come dovrei fare? Andare in una delle residue e asfittiche sezioni di partito, simulacri della politica che fu, e chiedere di fare un bel dibattito su quanto sono scemi e populisti, e quanto invece dovremmo marciare verso un futuro riformista razionalista? Oppure mi metto in fila alla segreteria di un deputato per presentare la mozione Hic Rhodus, sottoscritta da 25 lettori, chiedendo che si apra un dibattito sulla necessità di uscire dalle pastoie novecentesche?

Non so come viva Cangini, e sono certissimo della sua buona fede. Ma ho l’impressione che il suo pistolotto finale sia una forma retorica di commiato per un pezzo che non ha conclusione possibile. Dopo l’analisi, infatti, l’unica chiusura è “siamo fottuti”.

Se il mio lettore si prende due minuti per pensare alla parabola del PCI-DS-PDS-PD, e mette in fila i segretari degli ultimi anni, le battaglie politiche fatte, le alleanze sostenute… insomma: ma veramente mi chiedete di fare qualcosa, qualunque cosa, con loro? (Della destra neppure parlo; sono troppo intelligente per perdere tempo analizzando il nulla politico, intellettuale, linguistico, della maggior parte di essa).

La conclusione vera (“realista”) è differente da quella che lascia intendere Cangini, che concede ancora un brandello di credibilità alla politica; la conclusione è che non esiste più la politica, intesa come discorso sulla realtà, come confronto di analisi sulla realtà e di proposte sulla risoluzione dei problemi, al fine di migliorare la vita della popolazione. Questa è la politica, o almeno lo era; ora aprite un giornale a caso e leggete i primi dieci titoli, e fatemi sapere se la politica tratta di problemi veri e si confronta su soluzioni alternative…

Per me – lo dico e lo ripeto – la stagione dell’impegno politico si è conclusa. Girare a vuoto sulla ruota come un criceto, illudendosi di essere utili, di contribuire all’avanzamento sociale, di rendere un servizio – piccolo che sia – al proprio Paese, è non solo una fatica inutile ma un prendersi per i fondelli da soli. Per quel po’ che mi resta, ho altro da fare.

Taggato con: