Il Brasile tra crescita economica e proteste sociali

Si appanna l’immagine di successo del Brasile, a pochi mesi dalla celebrazione dei Mondiali di calcio?  La stampa internazionale ha dato ampio risalto alle dimostrazioni che a giugno del 2013 hanno visto più di un milione di persone protestare in cento città del Brasile. Se la miccia iniziale è stata l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico, l’onda lunga delle contestazioni ha poi trascinato con sé un malcontento molto più ampio nei confronti del sistema politico ed istituzionale. Uno dei bersagli principali delle marce sono stati gli investimenti multimilionari per ospitare i Mondiali, gli sprechi e la corruzione. La gran parte delle mobilitazioni è stata pacifica, anche se si denuncia qualche infiltrazione da parte di gruppi della sinistra estremista. Sta di fatto, comunque, che nel paese non avvenivano manifestazioni così imponenti dal 1992, quando esplose un movimento di piazza contro la corruzione del governo dell’allora presidente Fernando Collor de Mello. In molti si sono chiesti se fosse in atto una “primavera brasiliana”, presagendo scontri ancora più rilevanti in occasione dei Mondiali, quando il Brasile si troverà al centro dell’attenzione mondiale. Il Governo, a giugno dello scorso anno, scelse immediatamente la via del dialogo: il Presidente Dilma Rousseff  dichiarò che le manifestazioni “mostrano la forza della nostra democrazia e il desiderio dei giovani di far avanzare il Brasile”, annunciando un grande patto per la riforma dei servizi pubblici, articolato in un piano nazionale sul trasporto urbano, investimenti nell’educazione utilizzando i proventi del petrolio e la contrattazione dall’estero di migliaia di medici per rafforzare il sistema sanitario. Da allora, numerosi fuochi di protesta si sono accesi nel paese. Lo scorso 6 febbraio, negli scontri con la polizia a Rio de Janeiro, un cameraman della televisione brasiliana Band è stato colpito da un razzo sparato dai manifestanti. Le proteste, in ogni caso, non hanno più raggiunto le dimensioni del 2013.

Alcune caratteristiche più evidenti delle manifestazioni che hanno conquistato le piazze:

  • la molteplicità degli obiettivi, spesso a carattere locale, il cui denominatore comune è la sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni;
  • l’assenza di egemonia da parte di un movimento politico e di un progetto che agglutini e lasci prefigurare la costruzione di una nuova forza politica;
  • il ruolo determinante delle reti sociali nella convocazione delle marce, che assumono la forma di eventi puntuali, circoscritti, che nascono e si disfanno rapidamente. 

L’opinione pubblica mondiale e probabilmente anche molti analisti internazionali sono rimasti colpiti da quella che sembrava la fine dell’idillio della popolazione con i governi progressisti che si sono succeduti alla guida del paese dal 2003. Il Brasile è uno dei grandi paesi emergenti. La disoccupazione è ai minimi storici, il PIL aumenta ininterrottamente da molti anni, vi è stato un sensibile  miglioramento dei salari ed enormi sono i progressi nella lotta alla povertà e l’indigenza realizzati dai governi Lula da Silva e Rousseff. A cosa rispondono quindi le proteste?

Per quanto sia impossibile individuare una ragione unica e certa, le mobilitazioni di piazza sono figlie, in un apparente paradosso, della straordinaria stagione di crescita e sviluppo del Brasile. Se da un lato, infatti, il paese si è modernizzato e una parte importante della popolazione è uscita dalla miseria, dall’altro e come conseguenza di questo stesso processo, si sono generate aspettative che il sistema non è in grado di soddisfare, mentre permangono grandi nodi strutturali come la corruzione, gli squilibri territoriali e distanze molto alte tra i redditi.

L’incertezza sulle prospettive economiche acuisce probabilmente queste contraddizioni. Il Brasile è entrato in una fase di recessione tecnica dopo che, negli ultimi due trimestri del 2013, si è registrata una contrazione dello 0,2% del PIL, secondo i dati preliminari del Banco Central do Brasil. Sarebbe azzardato parlare di tendenze strutturali, ma le previsioni non annunciano una ripresa rapida del ritmo di crescita. Il 2013 è stato un anno deludente e dopo un lungo periodo di avanzamento del PIL (interrotto solo nel 2009), gli ultimi anni mettono in luce difficoltà, mentre l’inflazione, intorno al 6%, supera la meta fissata dal Governo. I fenomeni alla base di questi problemi sono la stagnazione della produzione industriale e la diminuzione del consumo interno, i due grandi fattori che hanno dato impulso alla crescita degli ultimi anni. Il paese è in ritardo su molti fronti: infrastrutture insufficienti, una politica protezionistica poco sostenibile, una produttività della forza lavoro ancora troppo bassa e, quindi, una scarsa competitività a livello internazionale. Tutti fattori che potrebbero insidiare il rilancio economico se non affrontati tempestivamente ed adeguatamente.

Real gross domestic product – forecasts
Percentage change over previous period

 

2008

2009

2010

2011

2012

2013

2014

2015

Brazil

5,2

-0,3

7,5

2,7

0,9

2,5

2,2

2,5

Source: OECD Economic Outlook No. 94 (database)

Secondo l’autorevole inchiesta della CNT/MDA (febbraio 2014), il 77,2% della popolazione dichiara che c’è stato un aumento del costo della vita e quasi il 72% che si manterrà la tendenza al rialzo nel 2014. L’aumento dei prezzi riguarda soprattutto l’alimentazione, seguita dalle tariffe pubbliche. La stessa inchiesta rivela però che le attese riguardanti il reddito ed il lavoro sono abbastanza buone: rispettivamente il 32,2% e il 36,7% dichiara che ci sarà un miglioramento. Ciò si spiega anche perche il valore medio dei salari, come informa il Panorama Laboral 2013 dell’ILO, è aumentato (3,2% nel 2012 e 1,9% nel 2013) e i dati sulla disoccupazione urbana sono confortanti (5,6% nel 2013). D’altra parte, secondo il Panorama Sociale 2013 della CEPAL, la povertà e l’indigenza, che nel 1990 erano rispettivamente al 48% e al 23,4%, nel 2012 registravano una caduta al 18,6% e al 5,4%.

Nonostante indicatori che dimostrano un’evoluzione positiva del paese, pur con zone grigie e la frenata dell’ultimo periodo, esistono grandi differenze tra la popolazione. Il Brasile ha fatto scuola nel mondo per i trionfi nella lotta contro la fame e la povertà estrema. Qualche giorno fa, in un’intervista al quotidiano La Repubblica, l’ex presidente Lula affermava che “in 11 anni sono stati creati 21 milioni di posti di lavoro, 36 milioni di persone sono uscite dallo stato di povertà estrema, 42 milioni sono entrati nella classe media, è più che raddoppiato il numero degli studenti iscritti all’università. L’ascensore sociale ha funzionato”. Tuttavia è proprio il dato sulla classe media che va relativizzato. In primo luogo non sono altrettanto clamorosi i risultati nella riduzione delle disuguaglianze: secondo la CEPAL, il quantile più ricco capta il 55%, dei redditi totali, mentre quello più povero appena il 4,5%. Inoltre, la nuova classe media è composta in larga parte da famiglie che seppure hanno abbandonato la povertà, vivono in una condizione di insicurezza economica, fattore predittivo di un elevato rischio di ricaduta nella povertà. Un recente lavoro della cilena Clarisa Hardy, ex ministra del primo governo Bachelet, dimostra che la vulnerabilità sociale è il problema cui le politiche dell’America Latina devono dare la massima priorità se si vuole consolidare la classe media e migliorare la mobilità sociale.

Le percentuali del Brasile sono eloquenti:  rientra nella povertà (estrema e moderata) il 24,5% della popolazione, mentre il 37,3% – con un reddito tra i 4 i 10 dollari al giorno – appartiene alla fascia vulnerabile. Nel Brasile i poveri e questa zona sociale che ancora non può dirsi di classe media si concentrano nelle città.

Estratificacion Social

Ed è proprio qui dove la consapevolezza dei miglioramenti complessivi avvenuti nel paese suscita frustrazioni e un’intolleranza sempre maggiore verso la corruzione, gli squilibri ed altre storture del sistema. In poco tempo la popolazione ha sperimentato che un maggiore benessere è possibile, che il sottosviluppo non rappresenta una condanna eterna cui piegarsi fatalisticamente, come nel passato. Ora, quindi, esige di più e alla stessa velocità degli anni passati. Le manifestazioni di protesta del 2013 di quest’anno sono espressione di un mutamento di mentalità e di domande sociali più pressanti. Il Brasile è la nazione latinoamericana con la maggiore perdita di percezione di progresso del paese tra il 2011 e il 2013, addirittura 19 punti percentuali, secondo il Rapporto 2013 della Corporación Latinobarómetro. Il Report mette in luce altri dati significativi: anche se il 43% dei brasiliani afferma che la situazione economica personale è buona o molto buona, e il 65% guarda ottimisticamente ai prossimi 12 mesi, solo il 26% sostiene che la situazione attuale del paese è buona e appena il 37% della popolazione considera che nei prossimi tre anni potrà migliorare. Ciò rivela uno sfasamento tra fiducia rispetto alle possibilità individuali e il sentimento sul futuro economico del paese, improntato ad un maggior pessimismo. I problemi principali riguardano la salute, la delinquenza/sicurezza, l’educazione e la corruzione. Tutti aspetti legati alla qualità della vita e alla risposta dello Stato. Sempre secondo il Latinobarómetro, il Brasile è uno dei paesi del continente con il più basso appoggio alla democrazia (49%, era il 55% nel 2009) e che mostra un forte scetticismo nei confronti delle capacità del governo. Anche la sopracitata inchiesta della CNT/MDA coincide nel segnalare che le aree che destano le maggiori apprensioni sono la salute, l’educazione e la sicurezza. Il 75,8% della popolazione, inoltre, disapprova gli investimenti realizzati per ospitare i mondiali e l’80% considera che sarebbe stato meglio utilizzarli per affrontare questioni più importanti.

Riassumendo, nell’ultimo decennio l’economia brasiliana ha avuto un elevato ritmo di crescita, i governi progressisti hanno saputo rinnovare il paese, facendo anche regredire la povertà a livelli mai registrati prima. Si assiste ora ad una flessione economica che porta da un ridimensionamento delle prospettive. La società, allo stesso tempo, è maturata nella consapevolezza dei propri diritti e dei propri mezzi. Molti sono anche coloro che non sono stati raggiunti dal boom economico o che non ne hanno beneficiato allo stesso modo. Le disuguaglianze ancora forti e le carenze dei servizi, soprattutto nelle grandi città, alimentano la percezione di un’incongruenza di fronte all’enorme spesa pubblica destinata ai preparativi dei Mondiali di Calcio, accompagnati da molti disagi quotidiani per i cittadini. Le proteste scoppiate nel 2013 non hanno un unico motivo e tanto meno costuiscono i prodromi di una nuova forza politica d’opposizione.  Sono invece i segnali di un malessere che va diffondendosi.  Ci si accorge probabilmente che il dinamismo del cambiamento non è più lo stesso e che le aspettative di ascesa sociale possono rimanere deluse. Senza un ‘discorso’ strutturante, il malcontento individua nel sistema istituzionale e nei politici i responsabili della situazione. I Mondiali di calcio sono soltanto un catalizzatore. Come ha dichiarato lo scorso anno il Ministro Marcelo Neri “Le condizioni obiettive di vita dei brasiliani sono migliorate, ma forse le aspirazioni dei brasiliani sono cresciute più di quanto gli sia stato offerto, generando un’insoddisfazione verso il sistema, più che contro ciò che le persone osservano direttamente nella propria vita quotidiana”. Siamo in presenza di “una nuova vecchia classe media” – spiega Neri – “che va crescendo da dieci anni; si tratta di quaranta milioni di persone che, forse, avrebbero voluto altre cose, oltre al miglioramento dei redditi e del lavoro, come un’educazione e una sanità di qualità”.

E’ difficile prevedere cosa avverrà in futuro perché i movimenti contestatari sono imprevedibili, non hanno un centro, una piattaforma programmatica. Certo è che la molteplicità delle domande e pressioni sociali sono connaturate al consolidamento della giovane democrazia brasiliana. E agli stessi successi dei governi dell’ultimo decennio per rendere migliori le condizioni di vita di milioni di cittadini.  Il dato forse nuovo è la conclamata fatica dei partiti, anche di quelli tradizionalmente vicini alle aspirazioni popolari, ad interpretare ed incanalare questa nuova complessità sociale.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Francesco Maria Chiodi 
Esperto di politiche sociali e del lavoro.
Lavora presso l’Istituto Italo Latinoamericano

4 commenti

  • Andrea Calvaruso

    Ho letto l’articolo con molto interesse, specialmente con riguardo alla interpretazione delle cause che creano questa intranquillità sociale e concordo pienamente che la protesta implica maggiori livelli di esigenza verso lo stato e meno tolleranza rispetto alla corruzione e la cattiva amministrazione dello stato. Mi sembra, di fatto, quasi un processo obbligato quando diminuisce la povertà e la gente ha più spazio e tempo per “pensare” e assumere un “pensamiento critico” verso il sistema e la società. Sembra essere un passo obbligato e un fenomeno similare è successo in Guatemala negli anni sessanta quando, dopo la introduzione dei fertilizzanti, si è quadruplicata la capacità di produzione e accumulazione e ha creato una classe media ladina e indigena che ha permesso aumentare il livello di scolarità e alimentato i movimenti di protesta. Non sarà allora che queste proteste rientrano negli effetti delle dinamiche di cambiamento come uno degli indicatori del successo di un processo, generato o no dallo stato, che conduce alla riduzione della povertà?

    Mi ricorda le società strutturate per classi di età dove i ruoli sociale erano definiti dal “momento” biologico dell’individuo e, forse, strutturati sulle caratteristiche che l’età impone a chi la vive. Si potrebbe pensare che in una società che vive un leggero livello di benessere, quando sei adolescente, devi protestare per poi integrarti al sistema.

    Però oggi ci sono più ingredienti in gioco …

    Il primo è la mancanza di punti di riferimento che vadano più in la di quello che si vive nel giorno a giorno. E Fatto sta che nel mondo di oggi dove le proposte ideologiche convincono meno e le correnti politiche si personalizzano, non resta che constatare la povertà del panorama politico e concentrarsi sui servizi, che diventano l’unico riferimento visibile e concreto allo stato e sul quale il cittadino può esercitare il suo diritto di partecipazione.

    L’altro elemento che non ha antecedenti paragonabili (forse la scoperta del fuoco o l’agricoltura) e il fenomeno internet, reti sociali, età. Come ben definisci nell’articolo. Su questo elemento è difficile fare previsioni, solamente si può constatare che è la grande rivoluzione dei nostri tempi e che parallelamente al processo di globalizzazione crea opportunità (positiva o negativa che sia) di espandere gli orizzonti dei cittadini a livello globale sulla base di una democratizzazione quasi assoluta della informazione (che molti paesi cercano ancora di controllare) e la possibilità de creare reti funzionali senza limiti.

    Chi lo sa dove ci porterà tutto ciò, resta cmq il fatto che come tutti i processi umani, si caratterizza per reazioni emozionali, un po’ come il trauma che ha le sue fasi (negazione, ira depressione, negoziazione e accettazione) però in una dinamica sociale con tempi e processi di massa che accede agli stessi input e quasi allo stesso tempo. Sarà giunto il momento di vedere come si svilupperanno le nuove rivoluzioni?

    Grazie per farci pensare ancora un po’.

  • Grazie per l’analisi accurata. In Italia, dove non vantiamo i grandi successi del Brasile, cresce il malcontento, la classe media si è impoverita, i partiti sono screditati, eppure non si assiste ad un movimento protestatario. I cittadini semmai assistono impotenti o si rivolgono alle forze populiste, ma sempre entro i limiti della via elettorale.

  • Credo anche io, come Andrea, che il malcontento, le proteste e l’ostilità verso i partiti in Brasile siano espressione di una società che è cambiata in meglio: tanti cittadini pretendono ora dallo Stato azioni all’altezza di quella promessa di benessere che lo stesso Stato ha reso plausibile attraverso politiche che hanno consentito al paese, appunto, di progredire. Processi simili si possono osservare in altri paesi latinoamericani, in particolare in Cile.
    Un aspetto interessante – e qui mi ricollego al commento di Teresa – è che le manifestazioni del giugno 2013 non si sono più ripetute: dalle manifestazioni oceaniche dello scorso anno siamo passati ad episodi di protesta più circoscritti e locali, frequenti ma a singhiozzo. Ciò non solo perché il Governo brasiliano, nel 2013, ha evitato la repressione, dando anzi soddisfazione ad alcune delle rivendicazioni sociali, ma anche per il fatto che i movimenti che sono scesi in piazza erano privi di un disegno, di un orizzonte ideologico, di un progetto. Il loro apparire, svanire e ricomparire rapidamente mi sembra che stia ad indicare da un lato una loro debolezza intrinseca, e dall’altro la crisi strutturale del sistema dei partiti. Scrisse tanti anni fa il poeta messicano Octavio Paz che il ribelle, a differenza del rivoluzionario, non mette in discussione la totalità dell’ordine. Le recenti mobilitazioni in Brasile assomigliano a delle rivolte, ma i giovani che sono scesi in piazza non lottano per una nuova forma di società o per un’alternativa all’attuale sistema di potere. E proprio perché nessuna forza politica può incanalare ed organizzare le proteste, queste rimangono ancorate ad obiettivi particolari, senza trascenderli, senza confluire in una proposta più ampia ed articolata di riforma della società. Credo che si possa fare un parallelismo con la situazione italiana. Anche in Italia il disagio sociale non trova sbocchi. Il consenso ottenuto da Matteo Renzi, si dice, trova spiegazione nella disperazione dei cittadini: il governo Renzi ce la deve fare perché è l’ultima spiaggia. L’affermazione elettorale di Grillo, allo stesso modo, non pare riconducibile all’adesione ad una piattaforma programmatica. Grillo e il suo movimento danno voce (grida) all’esasperazione di tanti cittadini delusi di tutto e da tutti. Ma tornando al Brasile, può stupire che i partiti e i politici che hanno guidato con successo il paese abbiano subito una tale perdita di magnetismo. Ricorre proprio ora il cinquantesimo anniversario dell’ultimo colpo di stato in Brasile (31 marzo 1964). L’attuale presidente Dilma Rousseff fu una guerrigliera imprigionata durante la dittatura. Nel 1985 il paese tornò alla democrazia. Nel 1989 si celebrarono le prime elezioni democratiche e risultó eletto Fernando Collor de Mello, il quale fu allontanato dal potere nel 1992, accusato di corruzione. Allora il Partido do Trabalhadores di Lula e Roussef era in prima linea, oggi è al governo e gode di un ampio discredito, come gli altri.

  • Miroca Andrade

    Mi è piaciuto molto l’articolo perché ci obbliga a riflettere quello che succede intorno a noi. Riguardo il Brasile, posso aggiungere che come brasiliana vedo uno sviluppo molto precario e temporaneo. Al contrario dell’Uruguay che investe nel “capitale umano”, l’attuale governo brasiliano promuove l’ignoranza e la fragilità del popolo e le politiche pubbliche non sono che “compra voto” per continuare nel potere. In Brasile mancano medici, non perché non ci sono laureati, ma perché il governo non investe nella salute pubblica (i medici cubani cominciano ad abbandonare il paese…). Mancano professori perché guadagnano meno delle colf e i politici sono semi o completamente analfabeti. Il “bolsa famiglia” è un esempio di politica pubblica insostenibile perché costringe la popolazione più vulnerabile a votare nell’attuale partito politico per non perdere lo stipendio. Un altro esempio è la quota per l’ingresso alle Università pubbliche riservate ai negri: politica razzista che inganna il popolo. I negri non riescono a superare l’esame perché hanno frequentato scuole di primo e secondo grado “pubbliche” che sono le peggiore nel paese e non ti consentono di competere con gli studenti delle scuole private. Una buona politica non sarebbe investire nella scuola pubblica?
    E cosa ne pensate dell’aumento della criminalità? Sarà anche questo il risultato della democrazia?
    Le recente proteste chiedevano trasporto di qualità, salute di qualità, scuole di qualità…. al posto degli stadi di calcio. Per la prima volta ho visto il mio popolo pensare e reagire, e mi sono sentita orgogliosa. Per un futuro sostenibile dovremmo aspettare ancora….ed eliminare l’attuale classe politica.

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