L’Italia e l’eccellenza possibile

Per una volta, in questo post non mi addentrerò in un’analisi di numeri e statistiche, anche se qua e là non potrò evitare di inframmezzare il discorso con qualche cifra. L’argomento di questo post infatti è ispirato ad alcune trasmissioni radiofoniche e televisive degli ultimi mesi, in cui ho ascoltato Brunello Cucinelli esporre la sua filosofia imprenditoriale.

Per chi, come me, ha una competenza sottozero nel settore del fashion, Cucinelli può essere un emerito sconosciuto. In realtà è un imprenditore di notevole successo, azionista di maggioranza dell’impresa che porta il suo nome e che produce capi di lusso principalmente in cashmere. Per quanto si possa considerarla una produzione di nicchia, fatto sta che la valutazione di Borsa dell’azienda colloca Cucinelli, secondo Bloomberg, nel ristretto novero dei miliardari. Buon per lui, direte, ma cosa c’è da imparare da un simile caso di successo in un Paese in cui la crisi investe settori con centinaia di migliaia di addetti? Li mettiamo tutti a fare maglioni da duemila Euro l’uno?

Ovviamente no, e se l’unica caratteristica notevole di Cucinelli fosse quella di essersi arricchito vendendo cachemire alle celebrità internazionali non varrebbe la pena di parlarne. Ci sono però due capisaldi della filosofia di Cucinelli che hanno attirato la mia attenzione, sebbene nessuno dei due sia in sé inedito.

Brunello Cucinelli

Il primo, e quello che ha ricevuto più spazio e attenzione nelle trasmissioni di cui parlavo (una radiofonica, su Radio24, un “faccia a faccia” con Giovanni Minoli; una puntata di Presa Diretta sulla RAI, in cui si parlava di Made in Italy e delle sue prospettive), è il “capitalismo umanista” ed eticamente consapevole sostenuto ed applicato da Cucinelli. La sua azienda paga i dipendenti più dei livelli standard di mercato, lui si fa un obbligo di condividere con i lavoratori una parte dei suoi profitti (a fine 2012 ha “regalato” 5 milioni di Euro ai dipendenti sotto forma di un bonus natalizio straordinario), svolge formazione per i giovani che aspirano a essere artigiani, finanzia un teatro, attività sportive, eccetera. E vale la pena di osservare che Cucinelli non finisce in bolletta a causa di queste spese “sociali”, anzi come dicevo è uno degli uomini più ricchi d’Italia, segno che in qualche modo i suoi conti tornano benissimo. Ovviamente, specie a uno come me che si occupa di tecnologia, viene immediatamente alla mente il nome di Adriano Olivetti, l’anima dell’Olivetti del secondo dopoguerra, l’azienda che tra le primissime al mondo lanciò il Personal Computer e che nella storia della tecnologia occupa una posizione testimoniata dai suoi prodotti esposti al MOMA. Olivetti fu infatti anche e soprattutto sostenitore di un capitalismo socialmente responsabile e attento alla comunità; eppure, la maggioranza di noi direbbe che le dure condizioni della concorrenza rendono oggi irripetibile quel modello. Ma è davvero così?

L’Olivetti M20

L’altro caposaldo cui facevo riferimento è la qualità e l’esclusività del prodotto. Non tanto nel senso del lusso estremo, che pure è la connotazione dei prodotti di Cucinelli, indossati da reali d’Inghilterra e star del cinema; piuttosto, nel senso della necessità di una trasformazione di tutta la nostra produzione industriale ed artigianale. Nell’intervista radiofonica citata, Cucinelli tra l’altro dice “Il mondo è in trasformazione, e certi manufatti di medio livello non sono più di nostra competenza. Dobbiamo chiedere aiuto ai nostri collaboratori per far sì che questi prodotti si elevino”, altrimenti le aziende che li producono sono destinate al fallimento, non per dolo o imperizia, ma per ragioni strutturali legate alla globalizzazione, rispetto alle quali anche eventuali interventi pubblici sono solo palliativi. Ecco dove le due facce della visione di Cucinelli si incontrano: per lui, il ruolo dell’Italia nel mercato globale è quello di offrire prodotti belli e di qualità, perché è questo che il mondo si aspetta dal made in Italy, e questo richiede certamente competenza, ma anche credere nel valore del proprio lavoro e del prodotto finale, e questo atteggiamento mentale possono averlo solo lavoratori che si identifichino con l’azienda, grande o piccola, in cui lavorano.

La domanda che rimane sospesa quindi è: l’Italia può davvero aspirare all’eccellenza? Noi italiani, in fondo, ne dubitiamo. Spesso pensiamo che la soluzione dei nostri problemi quotidiani stia nell’arrabbattarci, nel difendere le residue rendite di posizione di categoria o di casta, nello svalutare la nostra moneta e il nostro lavoro per competere al ribasso. Quasi mai si vedono gli italiani ribellarsi contro la mediocrità, il pressapochismo, l’ignoranza, contro insomma quello che è l’antitesi dell’eccellenza. In un post qui su Hic Rhodus, SignorSpok invitava gli italiani a “studiare”, anziché lamentarsi della “maestra” o del mercato; Cucinelli, che per inciso dice che l’Euro è un aiuto e non un problema, ci mostra una via che a tutta prima può sembrare utopistica e quasi provocatoria, come se il Re del cachemire italiano invitasse gli operai metalmeccanici che tirano la cinghia a “mangiare brioches”. Nei primi 100 brand mondiali per valore economico, secondo Interbrand, tre sono italiani: Gucci, Prada, Ferrari: e come sappiamo Gucci ora è di proprietà francese, come altri nostri marchi del lusso; ma altri marchi avanzano. Nel settore manifatturiero, quando puntiamo alla qualità, siamo all’altezza di giocarcela con i tedeschi, e il Made in Italy nel fashion può tranquillamente competere col Made in France, come sanno anche i cinesi. Abbiamo perso terreno in molti settori ad alta tecnologia, ma le barriere all’ingresso stanno calando vistosamente, e l’accesso ai mercati extraeuropei è ormai una realtà anche per molte imprese italiane oltre alle grandissime.

L’Italia è in grado di creare eccellenza (e stavolta non solo nel calcio!), un’eccellenza che può consentire di difendere il nostro benessere e il nostro posto nel mondo economico e culturale, ma solo se noi ricerchiamo l’eccellenza e non la capitalizzazione della mediocrità. E l’eccellenza si può ricercare in qualsiasi settore, perché in tutti i settori ci sono prodotti di fascia alta e altissima.

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