Un futuro senza antibiotici?

empty blisterLasciando (almeno apparentemente) i temi di politica ed economia, oggi ci occupiamo di un argomento di importanza, letteralmente, vitale: il progressivo ridursi dell’efficacia delle cure “standard” contro le infezioni microbiche, e in particolare degli antibiotici. L’occasione è data da un recente rapporto dell’OMS, che presenta una rassegna della situazione a livello mondiale, evidenziando fin dalla prefazione che l’aprirsi di “un’epoca post-antibiotici, nella quale anche comuni infezioni e piccole ferite possano uccidere, lungi dall’essere una fantasia apocalittica, è invece una possibilità molto concreta per il 21° secolo”. Questo scenario, che dovrebbe coinvolgerci tutti molto più di certe questioni di bottega politica, richiede azioni immediate da parte di tutti, sia a livello globale che individuale. Il problema, per linee generali, è abbastanza noto: l’uso continuativo, e talvolta l’abuso, degli antibiotici ha incrementato negli anni la resistenza dei microrganismi alle cure, e ha selezionato ceppi di batteri sempre più difficili da sradicare (chi ha dei dubbi sui meccanismi della selezione naturale può trovare in questo campo delle evidenze, ahimè, molto persuasive). A fronte di questo fenomeno, probabilmente la maggioranza di noi è più o meno convinta che la ricerca scientifica produrrà nuovi antibiotici con cui sostituire quelli “classici”, come in fondo è già successo, e che quindi sarà sempre possibile tenere sotto controllo le infezioni, almeno nei Paesi sviluppati e abbastanza ricchi da potersi permettere ricerca e cure mediche aggiornate. Purtroppo, la linea di tendenza non è questa. Non lo è per due ragioni:

  1. la resistenza dei microrganismi ai farmaci si sviluppa con una rapidità poco rispettosa dei tempi che occorrono per sviluppare nuove cure;
  2. dal canto suo, la ricerca su nuovi farmaci e in particolare nuovi antibiotici langue.

Al primo punto contribuiscono oltretutto meccanismi biologici che consentono ai batteri di specie diverse di “scambiarsi” forme di resistenza ai farmaci (i CRE sono gli Enterobatteri resistenti ai Carbapenemi, una famiglia di antibiotici usati per le infezioni gravi). La coesistenza di batteri diversi nell’organismo dei malati facilita questi meccanismi e accelera lo sviluppo di ceppi resistenti anche agli antibiotici più recenti.   Il secondo punto è ben illustrato dalla figura qui sotto, presa dall’infografica associata al rapporto OMS citato sopra: antibiotics In sintesi, sono trent’anni che non viene sviluppata una nuova famiglia di antibiotici. Certo, si tratta di ricerche non semplici, ma come sempre un fattore decisivo è quello economico: la ricerca di nuovi farmaci è svolta sostanzialmente dalle case farmaceutiche, che ovviamente si concentrano sui filoni di ricerca più redditizi, di cui la ricerca sugli antibiotici non fa parte. Ormai le case farmaceutiche che svolgono attivamente ricerca nel settore degli antibiotici sono pochissime.

Un caso emblematico è quello della Pfizer, uno dei colossi del settore e una volta leader nel settore degli antibiotici. Nel 2011, ha deciso sostanzialmente di abbandonare la ricerca di nuovi antibiotici, concentrandosi su filoni di ricerca più redditizi. Probabilmente non c’è da meravigliarsi o scandalizzarsi: le aziende fanno scelte guidate dal profitto; il punto però è che gli antibiotici ricadono in un filone di ricerca a basso rendimento, come è detto chiaramente in un’intervista del responsabile Pfizer per la ricerca clinica: “Le terapie per un paziente cronico garantiscono un ritorno economico permanente, mentre quelle per una malattia acuta possono essere usate per due, sette o dieci giorni […] Se guardiamo a un ciclo terapeutico per la polmonite, noi produciamo un farmaco che ora è generico, e l’intero trattamento può costare 30-35$. Anche se si usasse un antibiotico sotto brevetto, il valore sarebbe poco superiore. […] Io credo che la società non comprenda il vero valore [degli antibiotici]”. Insomma, passare attraverso il costoso e incerto iter di ricerca e sviluppo per un farmaco che poi fa incassare poche decine di dollari per ogni malato è antieconomico. Ecco perché la maggioranza delle case farmaceutiche investe in altri settori.

Il risultato è che già oggi la resistenza agli antibiotici è un problema grave, e destinato a peggiorare rapidamente. Esistono ormai ceppi di “superbatteri” diffusi in particolare tra i pazienti ospedalizzati, con tassi di mortalità intorno al 50%, e ceppi di microrganismi “tradizionali” resistenti ai farmaci sono ormai presenti globalmente; qui sotto è riportato una delle molte mappe presenti nel rapporto dell’OMS, relativa alla tubercolosi. Come si vede, l’Italia non è esente dalla presenza di casi resistenti ai farmaci, e la situazione è particolarmente grave (per questa specifica patologia) in Russia e nell’Est europeo. TB resistant Un altro esempio che evidenzia la vulnerabilità dell’Italia è la figura qui sotto, reperibile con molte altre in un analogo studio europeo di un paio d’anni fa, e che mostra il tasso di infezioni di Klebsiella pneumoniae, un batterio tipicamente causa di infezioni opportunistiche e polmoniti in pazienti ospedalizzati, contemporaneamente resistenti ai principali farmaci utilizzati per combattere queste infezioni. Secondo l’UE, in Europa i microrganismi resistenti ai farmaci sono responsabili di circa 25.000 decessi l’anno. krebsiella Ma, alla fine, cosa si può fare? Ovviamente, le azioni possibili sono diverse, a seconda dei soggetti che possono compierle (un piano d’azioni è ad esempio stato stilato nel 2011 dalla Commissione Europea, ed è un’utile lettura):

  • I governi e le istituzioni non governative dovrebbero incentivare la ricerca nel settore, agevolare la certificazione dei relativi farmaci e in generale favorire condizioni per cui la ricerca commerciale e pubblica possa nuovamente dedicare energie e investimenti a questo importante settore. Senza voler svalutare sforzi ammirevoli, il problema degli antibiotici ha un’importanza incomparabile con quella delle varie malattie rare di cui pure sentiamo parlare molto di più.
  • Sempre i governi e le istituzioni dovrebbero regolamentare molto restrittivamente l’uso degli antibiotici negli allevamenti di bestiame. Negli USA, l’80% degli antibiotici vengono usati sugli animali, ed è evidente che qualsiasi contrasto dell’abuso di farmaci nell’uomo non basterebbe se non si combattesse questo fenomeno. La FDA sta in effetti facendo qualcosa.
  • Le istituzioni sanitarie dovrebbero compiere azioni preventive per ridurre i rischi di infezione, specie negli ambienti sanitari dove sono presenti soggetti a rischio. Non si può più contare a occhi chiusi sui farmaci per curare le infezioni dopo.
  • I cittadini dovrebbero evitare l’abuso di antibiotici e, quando questi sono necessari, usarli adeguatamente, ad esempio senza interrompere un ciclo loro prescritto perché si sentono meglio.
  • Infine, tutti noi dovremmo dedicare attenzione al problema ed esercitare pressione su tutti i soggetti istituzionali ed economici per indurli a compiere quanto nelle loro responsabilità.