Prostituzione, l’ipocrisia che alimenta il business

Parlare (seriamente) di prostituzione significa parlare almeno di questi due argomenti:

  1. il significato simbolico e culturale della prostituzione, il suo ruolo nell’organizzazione sociale, la sua necessità nel contesto di un’ipocrisia diffusa che la nega e contemporaneamente l’alimenta;
  2. il significato economico malavitoso, il problema giuridico, l’eventuale ipotesi risolutiva del problema.

Non credo di dover rammentare, prima di iniziare il post, che l’argomento è delicato sotto molteplici profili: quasi sempre le prostitute sono persone sofferenti, sfruttate, a volte schiave; la prostituzione, riguardando la sfera sessuale, è argomento per molti urtante e coinvolge credenze morali profonde; i dati, infine, e le conseguenti analisi, sono vaghi, incerti, ipotetici (e anche datati come vedrete). Tutto ciò premesso il tema della prostituzione ha valore paradigmatico, metaforico quasi, ed è utile per una riflessione politica, vorrei dire di politica della morale.

Iniziamo dai dati. Le prostitute in Italia sono un piccolo esercito. Secondo Parsec, una cooperativa sociale che si occupa attivamente del tema, nel 2005 operavano in Italia 45.000 prostitute; di queste circa 37.000 straniere, delle quali 22.000 in strada e 15.000 al chiuso (le italiane tutte al chiuso); le minorenni, tutte straniere, erano il 7%; fra il 7 e il 15% le prostitute in condizione di schiavitù, tutte straniere (QUI una sintesi della ricerca Parsec). Il Gruppo Abele, in un lavoro relativo agli anni 2001-2007 stima fra le 29-38.000 le prostitute (più o meno con le stesse proporzioni fra in strada e al chiuso, minori, etc.). Al di là dei numeri, in ogni caso impressionanti, la ricerca Abele, frutto di indagini dirette, fornisce quadri interessanti sotto il profilo sociologico ed epidemiologico che non riprenderò in dettaglio, rimandandovi al testo.

L’esercizio della prostituzione è imponente. Prendendo come stima un dato intermedio fra Parsec e Abele diciamo 40.000 prostitute che – secondo Gruppo Abele – incontrano settimanalmente 30-40 clienti per ciascuna arrivando a 1.200.000/1.600.000 prestazioni sessuali settimanali. Seguendo sempre il documento del Gruppo Abele: il 75% dei clienti va con una prostituta ogni 15 giorni, il 15% ogni settimana. A questo punto, interpolando un po’ questi dati, si arriva a stimare in circa 2.500.000 clienti minimo nelle classi d’età centrali (il 60% – ricerca nazionale, 2007 – ha 30-49 anni) e quindi una percentuale attorno al 16/17% di uomini sessualmente attivi che frequentano con una certa regolarità le prostitute. Mi fermo, perché il funambolismo approssimativo basato su stime, dati raccolti in condizioni oggettivamente difficili e così via non mi piace, ma quel che mi interessava mostrare non era affatto, in questo caso, un dato “certo” ma la suggestione – sufficientemente concreta – della vastità del fenomeno. Tanti, veramente tanti uomini, in Italia vanno con le prostitute.

A questo punto posso finalmente trattare il primo punto proposto in incipit: quale significato ha la prostituzione? Occorre ricordare che veramente si tratta del “mestiere più antico del mondo”; molto presente nella Bibbia; ammantata di sacralità in civiltà classiche (Babilonia, Grecia…); diffusa in tutto il mondo. Non si può ridurre la prostituzione a mercificazione capitalistica della sessualità, né a depravazione morale occidentale e neppure a frustrazione maschile di società represse, anche se è stata un po’ tutto questo; le forme che la prostituzione ha assunto attraverso il tempo e i luoghi sono diversissime e oggi non possiamo che leggerla come sopraffazione, schiavitù, sofferenza e mercificazione. Ma proprio l’analisi storica e sociologica della prostituzione suggeriscono alcune considerazioni più ampie:

  1. la prostituzione (non solo femminile) risponde a bisogni di sessualità; c’è offerta di prostituzione perché c’è domanda, una forte domanda;
  2. la domanda di sessualità non riesce a essere contenuta nell’ambito delle regole sociali correnti: la famiglia borghese, costruzione sociale per la regolazione della sessualità, non funziona compiutamente e lascia margini (molti margini) alla ricerca di alternative quali l’infedeltà coniugale o la prostituzione;
  3. su questa domanda di sessualità si innestano oggi, deformandola, l’asimmetria di potere fra maschi e femmine tipica della tradizione cristiana, la mercificazione del corpo acuita nell’Occidente industriale, la repressione borghese, il mito giovanilistico e vitalista dell’attuale società post moderna e molto altro ancora, il tutto alimentato dal voyeurismo internettista, dalla disponibilità di giovani donne che fuggono la miseria dei loro Paesi etc.

Per andare veloci: il problema, a guardarlo sotto una prospettiva sgombra da pregiudizi, sembra appartenere alle sovrastrutture malate con le quali abbiamo incrostato la nostra sessualità. Non alla sessualità in sé.

Ciò porta a ragionare su tali sovrastrutture malate, ovvero sul secondo punto in incipit. La sessualità clandestina (ma non illegale) della prostituzione diventa business anziché liberazione, malaffare e mafia anziché normalità. Nel 2010 la Commissione Affari Sociali della Camera ha valutato il giro d’affari della prostituzione in 5 miliardi di euro; è chiaro che fanno gola. L’ambito illegale in cui si muove intreccia prostituzione, droga, riciclo di denaro e ogni sorta di condizione ideale per organizzazioni mafiose. Ciò comporta una cornice di violenza e sopraffazione (l’80% delle prostitute straniere in Italia è arrivata, o è stata condotta, nel nostro Paese senza sapere che sarebbe stato avviato alla prostituzione), di malattia e morte, di menzogna e disperazione che deve rompere il guscio di ipocrisia cattolico-borghese che finge che il problema non esista, salvo quando è troppo vicina a casa propria. La soluzione, l’unica soluzione, è quella di una regolamentazione, di una legalizzazione della prostituzione. L’idea, non nuova, non può generare scandalo visto che è abbastanza diffusa nel mondo ed è stato depositato recentemente un disegno di legge in tal senso anche da noi.

99 Prostituzione 4

(Fonte: Wikipedia)

Al di là di quello che succederà in Italia sul tema prostituzione, occorrerebbe un forte e serio dibattito sull’efficacia del proibizionismo. Ovunque è stato applicato (alcolici, cannabis, prostituzione…) ha creato disastri, non ha fermato il fenomeno oggetto della proibizione, ha gettato inutilmente gente in carcere (si veda per esempio la legge Giovanardi-Fini sulle tossicodipendenze), regalato quattrini alla mafia, abbandonate persone alla disperazione, alla solitudine e alla malattia. Naturalmente, l’accettazione di questo punto di vista impone apertura mentale, laicità, tolleranza.

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