Internet “non neutrale”: vedremo solo chi paga di più?

Circa sette mesi fa, avevamo pubblicato un post che paventava la fine di Internet come lo conosciamo, ossia come uno spazio almeno apparentemente democratico (ossia nel quale quello che pubblica Hic Rhodus e quello che pubblica Corriere.it è ugualmente accessibile a tutti) e libero (ossia nel quale ciascuno può scegliere se leggere Hic Rhodus o Corriere.it senza costrizioni, in base solo alle sue preferenze). L’argomento era la possibile fine della Network Neutrality, una questione piuttosto poco conosciuta ma che ha implicazioni potenzialmente enormi.

In questi sette mesi, in USA e in Europa sono accadute molte cose, su cui abbiamo cercato in parte di tenere aggiornati i nostri lettori, e adesso pensiamo che ci sia sufficiente materiale per un altro post sull’argomento. Seguiteci, e cercheremo di raccontare quello che sta succedendo, e cosa può significare per tutti noi; ma per arrivare in fondo dovrete digerire uno dei post più lunghi e noiosi che Hic Rhodus abbia mai pubblicato.

Facciamo un breve riassunto della puntata precedente (ma rinnovo l’invito a leggere il vecchio post che non posso riprodurre in toto); la Network Neutrality è una cosa in sostanza abbastanza semplice: è il principio in base al quale le aziende che forniscono servizi di accesso a Internet (gli Internet Service Provider, ad esempio Telecom Italia) non possono decidere, che so, di rendere velocissimo l’accesso a Corriere.it e lentissimo quello a Repubblica.it.

A voi sembrerà scontato, ma non lo è: in altre parole significa che ogni ISP deve trattare in modo uguale tutti i siti che pubblicano contenuti su Internet. Questo principio è (più o meno) rispettato da sempre e rappresenta un elemento chiave di come funziona Internet oggi. Tuttavia, la Network Neutrality non è una legge; o almeno…

Il crollo della velocità nell’accesso a Netflix

Negli USA, la FCC (l’ente regolatore competente, l’equivalente della nostra Agcom) aveva tentato appunto di emettere una normativa che imponesse la Network Neutrality, ma nel gennaio scorso una Corte di Appello del Distretto di Columbia ha sostanzialmente cancellato questa regolamentazione. Quindi, da allora i principali ISP USA (come Comcast o Verizon) sono sostanzialmente liberi di applicare azioni di traffic management, come eufemisticamente si definiscono gli interventi di prioritizzazione o rallentamento di una parte del traffico dati, interventi che in teoria dovrebbero essere applicati solo quando la rete è talmente congestionata da rischiare un degrado delle prestazioni per tutti gli utenti.

Nel nostro post di gennaio segnalavamo le possibili conseguenze di questa deregolamentazione, e puntualmente esse hanno cominciato a concretizzarsi. Si è aperta una dura controversia tra i maggiori ISP (Comcast, Verizon) e il maggiore fornitore di contenuti video in streaming (Netflix). In sintesi, Netflix ha più o meno apertamente accusato Comcast e Verizon di “rallentare” l’accesso ai contenuti di Netflix, ed è ovvio che se gli utenti di Netflix vedono i film in streaming a singhiozzo e con frequenti blocchi è un grosso problema per Netflix stessa. Dopo un lungo scambio di accuse, l’esito della diatriba è stata che Netflix e Comcast (e più tardi Netflix e Verizon) hanno firmato un accordo in base al quale Netflix paga Comcast per assicurarsi che i suoi utenti riescano ad avere una buona velocità nella visione dei film e degli altri video che Netflix offre. I dettagli tecnici ed economici dell’accordo non sono troppo chiari.

L’effetto che questo post ha sul nostro lettore medio

Ora, come dicevo all’inizio, è probabile che parecchi di voi saranno profondamente annoiati da questo post, ed è un peccato, perché la faccenda è molto, molto seria. Non perché Netflix abbia dovuto accettare di pagare: Netflix è un gigante, e può permettersi di pagare gli ISP; questi ultimi in questo modo ricevono un compenso aggiuntivo per la quantità enorme di traffico dati prodotta da Netflix (o, se vogliamo, dagli utenti di Netflix). In fondo questo è anche giusto, perché Netflix fa concorrenza alle TV via etere e via cavo senza pagare praticamente niente per l’uso della rete che trasporta i suoi contenuti ai suoi clienti. Netflix non è peraltro l’unico operatore cosiddetto Over The Top: Facebook e Google sono altri esempi di giganti che usano le reti degli ISP per raggiungere i loro utenti senza per questo pagare nessuno speciale costo agli ISP, che stanno quindi cercando di ottenere da questi soggetti qualche forma di remunerazione per gli investimenti che devono sostenere per le reti. Il problema non è tanto questo; il problema sono gli “effetti collaterali” di questo conflitto di interessi. In questo scontro tra titani, qual è l’interesse dei semplici utenti di Internet come noi? Dovremmo davvero preoccuparci di questa faccenda?

Sì, dobbiamo preoccuparci. La stessa FCC afferma che gli ISP “hanno le motivazioni e le capacità per agire in modo da minacciare la libertà di accesso a Internet. Eppure oggi non ci sono regole che impediscano loro di tentare di limitare questa libertà di accesso”. Nonostante l’esistenza di questa “minaccia”, la linea che la FCC sta proponendo in sostituzione della normativa bocciata è piuttosto fumosa: prevede che gli ISP possano fare accordi con singoli fornitori di contenuti (come Netflix) offrendo loro un accesso “veloce” da parte degli utenti, purché questi accordi siano “commercialmente ragionevoli” e l’accesso agli altri siti non sia “degradato al di sotto di un livello minimo” di qualità. Su questa ipotesi di normativa la FCC ha aperto una pubblica raccolta dei pareri di tutti coloro che siano interessati. Tra coloro che hanno risposto c’è la Internet Association, i cui membri comprendono tra gli altri nientepopodimeno che Amazon, Facebook, Google, eBay, Facebook, Twitter e… Netflix. Cosa hanno detto i giganti di Internet? Sostanzialmente che la proposta è troppo generica e complicata e che la FCC dovrebbe semplicemente vietare agli ISP di “vendere al miglior offerente” i posti in prima fila su Internet.

Perché è di questo che stiamo parlando: è come se un servizio di trasporto pubblico vendesse (a carissimo prezzo) a poche aziende la possibilità di avere davanti ai propri uffici una fermata di un tram veloce direttamente collegato con la stazione centrale o con l’aeroporto. Che male ci sarebbe? Nessuno, forse, ma il rischio sarebbe che tutti gli altri siano serviti da vecchi e lenti autobus che facciano mille fermate intermedie. Molti pensano che è proprio questo quello che accadrebbe, e che insomma gli ISP alla fine avrebbero di fatto il potere di decidere a cosa possiamo e a cosa non possiamo accedere su Internet. Per dirla con uno di questi osservatori: Internet potrebbe diventare una specie di televisione, con un numero limitato di canali gestiti da grandi aziende.

E in Europa, direte voi? In fondo a noi cosa importa di quello che accade in USA? Premesso che è abbastanza ingenuo pensare che in fatto di Internet quello che accade in USA non ci riguardi, in Europa la situazione non è (ancora) arrivata a questo punto di controversia. In realtà, anche in Europa coesistono due linee contrastanti: la Commissione Europea aveva elaborato una proposta che lasciava ampi margini di libertà agli ISP ma ad aprile il Parlamento Europeo ha approvato un emendamento a questa proposta che in pratica obbligherebbe gli ISP a rispettare la Network Neutrality. La legge dovrà subire ulteriori passaggi, ed essere rivista dalla nuova Commissione Europea e dal nuovo Parlamento Europeo, che potrebbero ovviamente avere orientamenti diversi dai loro predecessori. La partita insomma è ancora aperta, e il peso dell’opinione pubblica influirà certamente sul risultato finale della battaglia.

Eppure, di questo tema in Italia praticamente non si parla affatto. Mentre in USA il dibattito è rovente, da noi, tolta qualche lodevole eccezione, gli organi di informazione si disinteressano della questione, che pure è decisiva per come sarà in futuro la nostra vita, che Internet ha così radicalmente cambiato. Il modello della Internet aperta e libera cui siamo abituati resterà in piedi? Gli ISP diventeranno altrettanti “Ghino di Tacco” che imporranno le loro regole su quali siti saranno accessibili e quali no? Si troverà una soluzione di compromesso per offrire agli ISP una fetta dell’enorme torta che finora gli Over The Top hanno mangiato da soli?

Dipende anche, e in non piccola misura, da noi. Se avete trovato l’argomento poco interessante, ripensateci: in USA, come dicevamo, la FCC ha chiesto commenti al pubblico. Come abbiamo visto, tra le risposte ci sono quelle delle più grandi aziende del mondo; ma alla FCC sono arrivate in totale oltre un milione e centomila risposte. Il “popolo di Internet” USA si è mobilitato in massa per far sentire la sua voce; l’esito della battaglia è in bilico su entrambe le sponde dell’oceano, e si tratta di una battaglia che potrebbe essere più importante di una consultazione elettorale. O almeno così la pensiamo qui a Hic Rhodus…

7 commenti

  • Forse se i maggiori isp non offriranno un buon servizio ne nasceranno altri che prenderranno il posto di quelli attuali? Non so quale sia regolamentazione per gli isp in usa ma in un mercato libero mi sembra la cosa piu probabile.

    • Il fatto è che nell’ambito dell’ecosistema complessivo di Internet la concorrenza sulla cosiddetta rete di accesso è difficile da fare.

  • Ogni si fa i propri interessi, questo è “ovvio”, per me. Aziende come google Facebook amazon ecc. (gli OTT appunto) fanno vagoni di soldi sfruttando le reti montate e mantenute da altri, che si scannano invece a suon di contratti da dieci euro al mese… Che poi, tra le tante mosse, questa è forse quella che colpisce meno il consumatore, cerco di spiegarmi: a casa io ho l’adsl, a lavoro la fibra ottica, il telefono va con il 3G; gli isp potrebbero tranquillamente alzare i costi dei contratti di telefonia. Invece, battono cassa agli OTT, che di soldi ne hanno, forse anche troppi. Io non ci vedo nulla di male insomma.

    • Il problema, come spero di aver spiegato, non è quello: che agli ISP vada in qualche modo una fetta della torta degli OTT ha senso.
      Il problema è come: se accade attraverso accordi individuali e deregolamentati il rischio è che si crei una rete “di serie A” e una “di B”, a danno dei New Entrant. Alla fine solo i colossi potrebbero permettersi di “comprare banda” dagli ISP.

      • Non avrebbe senso, perché ostacolare le nuove aziende emergenti significherebbe perdersi potenziali grossi clienti nel futuro… Certo una regolamentazione non farebbe male a nessuno. Ma da qui a preoccuparsi, insomma, ne passa. Sempre per me.

      • Bene, a noi interessa che i nostri amici e lettori siano innanzitutto informati, non pretendiamo che la pensino tutti come noi.
        Tieni comunque presente che in assenza di qualsiasi normativa le discriminazioni potrebbero avvenire non solo per ragioni economiche.

      • Infatti fate comunque un ottimo lavoro, soprattutto per un ragazzo come me che altrimenti penserebbe a tutt’altre cose 😄, mentre nei vostri articoli trovo tamti spunti di riflessione. Spero vivamente che tutto questo fervore porti alla nascita di una internet “europea”, magari con la nascita di nuovi servizi proprio nel vecchio continente, ma mi accontenterei anche di una migrazione degli OTT americani sul nostro territorio, dove vigono le nostre leggi. Il mondo è in continua evoluzione, la ruota continua a girare.

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